IL VELENO DELL’INNOCENZA

innocence

PIER MARRONE

C’è bisogno di spiegare perché siamo così attratti e stupefatti dall’innocenza? La nostra reazione universalmente positiva allo sguardo innocente di un bambino è immediata. Crediamo di vederci l’ingenuità dello sguardo, la spontaneità del gesto, l’apertura verso ciò che accade nel mondo, tutte cose che noi speriamo continuino nella sua vita, ben sapendo che la vita forgerà in altro modo la sua esistenza.

Ci auguriamo però che parte di quell’innocenza sopravviva, almeno come ricordo. Noi, infatti (qui, ora, adesso), siamo in grado di vedere l’innocenza nel volto di un bambino. Siamo convinti di capire perfettamente cosa significano i versi di Avril Lavigne quando canta “This innocence is brilliant / I hope that it will stay / This moment is perfect / Please don’t go away”. Sono parole semplici. Innocenti, appunto. In altre circostanze, l’innocenza ci sembra però un lusso che non ci possiamo permettere.

Non ci attendiamo da un politico che sia innocente. Anche se talvolta facciamo fatica ad ammetterlo, tutti noi sappiamo che un buon politico deve essere capace di allentare i vincoli morali e deve sapere compiere azioni che in altri contesti ci sembrerebbero disgustose, ma che se compiute per il bene dello Stato e per la conservazione della comunità politica alla quale apparteniamo ci sembrano scusabili, decenti e addirittura encomiabili. Talvolta, il 22 novembre 1963, il giorno in cui venne assassinato a Dallas il presidente americano John Fitzgerald Kennedy, viene anche indicato come quello in cui gli Stati Uniti persero l’innocenza. È chiaro che questa innocenza invece gli uomini che gli Stati governano non ce l’hanno mai avuta e possono trovarsi nella condizione di ordinare ai propri funzionari di compiere reati, ad esempio traffici illeciti, omicidi mirati di avversari politici, sviluppo di tossine letali per uccidere i propri nemici all’estero, corruzione (che è sempre preferibile all’omicidio, se non altro perché i soldi sono più facili da occultare di un cadavere), atti terroristici di vario genere (se per terrorismo intendiamo colpire la popolazione civile per influenzare la politica di uno Stato).

Noi facciamo finta di non vedere queste cose, ma occorre compiere uno sforzo di onestà. Possiamo e dobbiamo certamente essere contrari alla tortura, ma immaginate questa situazione non del tutto ipotetica proposta dal filosofo americano Robert Nozick: che cosa dovresti fare se ci fosse la ragionevole certezza che soltanto torturando una persona riuscirai a individuare un ordigno che esploderà tra un’ora e che con tutta probabilità ucciderà molti innocenti? Soltanto un atto profondamente immorale sembrerebbe essere in grado di evitare un disastro morale. Non dovresti forse pesare l’immoralità del tuo atto con le conseguenze morali disastrose di un attentato che stroncherà la vita di molti innocenti? La moralità non è una questione di tutto o niente, bensì anche di sfumature, altrimenti diviene qualcosa di altro e poco desiderabile, ossia fanatismo.

Gli Stati comunemente si comportano in una maniera non soltanto ben poco innocente, bensì decisamente immorale, mentre di solito noi non lo facciamo, anche se comprendiamo benissimo che ci siano delle situazioni di sospensione delle normali norme morali. Noi sappiamo che l’arena del confronto tra gli Stati è retto dai rapporti di forza e non dal diritto e dalla morale. Certo, c’è qualcosa che si chiama diritto internazionale, ma pensateci bene: per quale motivo quella cosa che chiamiamo “leggi dello Stato italiano” funziona piuttosto adeguatamente? Non sarà forse perché esiste un apparato che si incarica di applicare quel diritto, di far rispettare la legge, cosi che ognuno di noi sa perfettamente che cosa significa infrangere la legge? In ambito internazionale invece che cosa accade? Un apparato di questo genere non esiste, perché non esiste un governo dotato di una polizia che opera a livello globale. L’arena dei rapporti tra gli Stati è una situazione analoga a quello che esisterebbe tra di noi se non ci fosse nessuna autorità riconosciuta che impone il rispetto della legge, perché, come si dice in gergo tecnico, detiene il monopolio della violenza. Per questo nessuno si stupisce che gli Stati commettano reati e, anzi, pensa che questi reati siano del tutto giustificati e non siano fondamentalmente tali se commessi nel superiore interesse dello Stato, cioè della nostra conservazione. Lo Stato si comporta secondo il detto contenuto nel Talmud babilonese: “Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo”, ben certo di solito che non ci sarà nessun magistrato che discetterà su concetti quali “pericolo imminente”, “proporzionalità della difesa” e così via.

Non puoi essere un governante e non puoi nemmeno candidarti a governare ed essere innocente. Come scriveva Machiavelli: il governante (che lui chiamava Principe) “non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.

La perdita dell’innocenza non è nemmeno contemplata se vuoi occuparti di politica. Ma è così diverso in altre situazioni della vita umana? Dove sta realmente l’innocenza? Forse per rispondere potrebbe essere utile sapere a che cosa l’innocenza vada contrapposta. Se l’uomo politico è il contraltare dell’innocenza è perché ha esperienza delle cose umane e di come i suoi simili sono fatti, anche senza giungere all’eccesso di Machiavelli. Quindi l’innocente è chi non ha esperienza delle vicende umane.

Capite, quindi, che nella nostra visione proprio chi non ha esperienza è innocente, perché non ha le risorse di conoscenza, di capacità di difesa, di capacità di offesa che un adulto normalmente ha. E gli individui che appartengono  questa categoria sembrerebbero essere unicamente i bambini e gli animali. Io so intuitivamente che è vero questo enunciato: “è sbagliato torturare e uccidere neonati per divertimento”. Sento che è vero e molti ritengono che sia sbagliato, e addirittura inumano anche uccidere animali per divertimento, come è certamente inumano torturare e uccidere neonati. Un predatore che dovesse divorare un neonato spinto dalla fame non lo riteniamo inumano. Non può esserlo: si è comportato secondo la sua natura di predatore, la quale è al di là del bene e del male.

L’innocenza è prima dell’esperienza che noi facciamo delle relazioni umane, dove dobbiamo trovare il nostro spazio, spesso a fatica, sottraendolo a qualcun altro. Ogni successo che noi raggiungiamo nella nostra vita, per quanto piccolo sia, è qualcosa che qualcun altro non ha avuto. Il posto al quale ambiamo, la carriera che vogliamo fare, la casa che vogliamo abitare, la donna che vogliamo avere sono tutte risorse le quali, se vi abbiamo accesso, a qualcun altro sono state negate; obiettivi per i quali investiamo delle risorse, differiamo dei piaceri, cerchiamo di valorizzarci agli occhi di chi può aiutarci o di chi vogliamo sedurre presentandoci nelle nostre vesti migliori.

Noi cerchiamo, insomma, di pianificare i nostri comportamenti, magari anche mentendo, mentre i bambini non mentono. Ecco perché sono innocenti come gli animali. Certo, gli animali possono ingannarti, ad esempio con il mimetismo, come i camaleonti o come certi insetti che, immobili, assomigliano a delle foglie. Quanto al mentire attraverso la parola, no, questo invece agli animali come ai bambini non è possibile. Ma le cose stanno realmente così? C’è da dubitarne. Nella menzogna è essenziale l’intenzione? In fin dei conti, mentire è impegnarsi a farti credere quello che io non credo. In quale misura l’intenzione di mentire deve essere presente e come deve essere valutata? Tu puoi rilasciare una testimonianza falsa per incolpare qualcuno di un reato grave che hai commesso, puoi mentire alla tua fidanzata e dirle che sei stato a giocare a calcetto e invece stavi con la sua migliore amica: anche se in tutti questi casi è palese l’intenzione di mentire, non si tratta di atti che stanno sul medesimo piano.

Mentire, si dirà, rimane comunque un male. Questo male, però, è necessario, non solo a noi adulti che dobbiamo in qualche modo sfangarla nelle nostre vite complicate, ma agli stessi esseri minuti che ci appaiono così innocenti e privi di malizia. È accertato che nella prima parte della nostra vita noi viviamo nella convinzione che i nostri genitori siano capaci di leggere nelle nostre menti. Di solito si capisce che la nostra mente è soltanto nostra verso i cinque anni. E avete, naturalmente, capito come lo si comprende di solito: mentendo. Mentire è essenziale al nostro processo di maturazione umana.

Nonostante una enorme quantità di evidenze scientifiche, c’è ancora qualcuno che crede che i bambini siano incapaci di mentire e siano per questo innocenti. E quindi se accusano qualche adulto di aver fatto delle cose spiacevoli, dolorose, turpi a loro e ai loro amici, devono essere creduti. Se poi coloro che pensano che un bambino non sia capace di elaborare racconti complessi sono assistenti sociali, psicologhe, magistrati, ginecologhe, allora possono essere guai seri, come è narrato nell’impressionante libro di Pablo Trincia, Veleno. Una storia vera.  Un bambino, figlio di una famiglia disfunzionale, dapprima accusa il fratello maggiore di molestie e poi in una inarrestabile escalation coinvolge altri bambini e intere famiglie. I bambini cominciano a parlare di gruppi di adulti che si riuniscono la sera o il pomeriggio per organizzare messe nere a Massa Finalese e Mirandola, paesi nebbiosi della bassa modenese, di omicidi rituali, di pagamenti per traffici sessuali pedofili. I racconti dei bambini, pressati da assistenti sociali e da una psicologa alle prime armi si arricchiscono via via di nuovi particolari raccapriccianti.

Alla fine 16 bambini vengono sottratti alle loro famiglie accusate di far parte di una rete di pedofili e di satanisti nella quale è coinvolto anche un prete. Della gente si ammazza, altri muoiono di infarto, una donna incinta del quinto figlio, dopo che gli altri quattro le sono stati sottratti dalle assistenti sociali, entra in clandestinità e si rifugia in una comunità religiosa in Francia.

Dopo molti processi alla fine molti sono assolti e i dubbi rimangono. Le testimonianze dei bambini sono state indotte con metodi discutibili, le perizie della ginecologa che testimoniava di gravi atti di molestie sessuali vengono smentite da numerosi periti (questo non impedisce che la ginecologa abbia un contratto di insegnamento in un’università statale). Fratelli vengono separati per sempre, vite sono rovinate, nessun bambino ritornerà nelle famiglie di origine. Perché si è creduto all’innocenza dei bambini, ritenendoli incapaci di creare storie e connessioni, al punto da non fare verifiche investigative del tutto banali (riti satanici nei cimiteri di pomeriggio? Possibile che nessuno abbia notato un corteo di incappucciati con bambini al seguito? Dove sono le tombe in cui sarebbero stati gettati i cadaveri di bambini di cui nessuno ha denunciato la scomparsa?).

Tutto perché si è associata l’innocenza all’incapacità di mentire, non sapendo che mentire è una tappa fondamentale della costruzione della nostra identità personale.  “Slip inside the eye of your mind / Don’t you know you might find / A better place to play?” cantano gli Oasis, mentre gli adulti spesso non capiscono che quello che vale per noi vale anche per l’innocenza velenosa dei bambini.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

2 Comments Lascia un commento

  1. Provo a fare un esercizio di prospettiva sulle due questioni centrali della riflessione: l’innocenza infantile velenosa e l’impossibilità di una politica “etica”.
    Le conclusioni sono coerenti e sembrano inevitabili.
    Già Freud smonta l’illusione dell’innocenza originaria di Emilio e, anche se l’idealismo alla rovescia di Machiavelli sembra più che altro una proiezione alienata di un istinto frustrato di potenza. molto più praticamente “non si può tenere stati secondo coscienza” scrive Guicciardini.
    Tutto vero ma provo due divagazioni.
    La storiaccia dei bambini della Bassa modenese e di altre vicende consimili sembra più che altro testimoniare la malafede, la stupidità e l’instabilità psichica di tutti quelli che quei bambini hanno usato, condizionandone risposte e comportamenti: assistenti sociali, psicologi, investigatori, giudici, persone mosse da interessi collaterali etc etc.
    Io continuo a ritenere che una sorta di innocenza originaria esista, nel senso dell’innocenza animale (che come sappiamo non è così edenica come ci illudiamo che sia; la natura è terribile a suo modo) cioè priva di frode, come direbbe Dante. In fondo i bambini vogliono solo conquistarsi approvazione e sostegno e proprio per questo sono manipolabili e manipolati dagli interessi di quegli stessi adulti che “operano per il loro bene”. Il veleno dunque è inoculato.
    Quanto all’immoralità della politica quello che trovo intollerabile è la sua istituzionalizzazione.
    Cerco di spiegarmi.
    Io credo che uccidere sia male; ciononostante penso (anche se non so quanto sia fondato questo pensiero) che, nel caso in cui qualcuno minacciasse la mia vita o facesse del male a una persona a me cara, potrei ucciderlo senza eccessivi patemi.
    Ma io sono un essere umano, passionale e fallibile.
    Trovo invece agghiacciante la pena di morte come istituto, con il condannato steso su un lettino come se dovesse operarsi di appendicite e i parenti della vittima, oltre il vetro, a contemplare appagati l’esecuzione.
    Così penso che ammazzare i nazisti all’atto finale della guerra sia ovvio. Intendo dire: trovi Goering e gli spari, punto e basta. Trovo invece molto meno ovvio tentare di costruire una sorta di giustizia trascendente, metastorica e riappacificante, allestendo il processo di Norimberga. C’è sempre qualcosa di grottesco nel tribunale dei vincitori che giudicano i vinti, specialmente se quei vincitori hanno appena raso al suolo Hiroshima e Nagasaki.
    Allo stesso modo, qualunque sia il fine, non è accettabile la tortura degli oppositori, così come non è accettabile Guantanamo, così come non è accettabile il 41bis. Un’istituzione deve avere la forza di mantenere saldi e irrinunciabili i propri principi, conquistati faticosamente nel percorso evolutivo della coscienza civile collettiva.

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  2. Grazie Franco del tuo commento molto esteso. allora:
    1) sull’innocenza animale io sono d’accordo, ma la letteratura scientifica identifica nella capacità di mentire una fase fondamentale dello sviluppo individuale. Il veleno è stato inoculato molto probabilmente dagli adulti in quella vicenda terribile cui accenno, ma forse oltre alla malafede c’era anche la convinzione errata che i bambini non possono mentire, perché non sono portatori di interessi, Non è così.
    2) per quanto riguarda la politica, io non so se quello di Machiavelli sia idealismo rovesciato. Si tratta di una questione annosa per gli interpreti, se lui sia stato descrittivo o prescrittivo nella sua filosofia politica. Certo non deve essere appiattito sulla sola lettura del Principe, ma io credo che lui abbia semplicemente descritto la politica come è. Io penso che la politica sia nient’altro che la guerra senza le armi, guidata dagli interessi e/o dagli ideali.
    3) sulla tortura occorrerebbe esaminare casi limite come quello suggerito da Nozick. Il fatto è che è difficile descrivere con precisione che cosa significa “caso limite”. Lo stesso per la pena di morte. Io non sono mai riuscito a trovare obiezioni di principio alla pena di morte. Trovo solo delle obiezioni pragmatiche – la possibilità dell’errore giudiziario è quella principale -, ma in linea di principio io non sono contrario nei casi estremi – tipo mostro di Milwaukee -. Ma anche qui è difficile non tanto identificare i casi estremi – il mostro di Milwaukee lo è -, quanto i casi che si approssimano sempre di più al caso estremo. Intendo: se far fuori uno che ha ucciso, struprato, mangiato 17 adolescenti sembra una buona soluzione (disse che lo avrebbe fatto di nuovo, se libero. e la probabilità che uno rimanga in carcere non è mai eguale a 1), dove devi collocare il limite inferiore?

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