TANTO RUMORE PER NULLA! PENSIERI DI UN FILOSOFO SULLA MORTE

MAURIZIO BALISTRERI

In Ragioni e Persone, il filosofo inglese Derek Parfit afferma che dal momento che ognuno di noi ha avuto origine dalla particolare coppia di cellule (lo spermatozoo di un uomo e l’ovocita di una donna – non sarebbe giusto chiamarli genitori perché i gameti che vengono usati per la fecondazione possono appartenere ad un donatore o ad una donatrice), se il concepimento fosse avvenuto un altro giorno o momento noi non saremmo mai nati. La cellula uovo sarebbe stata diversa oppure – anche se fosse stata la stessa – essa sarebbe stata fecondata da un altro spermatozoo: insomma, sarebbe venuto al mondo un altro individuo. Per questo, afferma Parfit, non è corretto criticare una ragazza che sceglie di portare avanti la gravidanza perché è troppo giovane e non potrebbe assicurare a chi nasce un buon avvio alla vita: se, infatti, questa ragazza rimandasse la maternità non avvantaggerebbe la persona che potrebbe nascere, ma semplicemente farebbe nascere un bambino diverso da quello che altrimenti nascerebbe. Questo significa, dice Parfit, che, almeno se possiamo immaginare che la sua vita sarà degna di essere vissuta, il figlio di una ragazza quattordicenne non ha ragioni di lamentarsi: «Questa ragazza sceglie di avere un bambino. Essendo essa così giovane, darà al bambino un cattivo avvio alla vita. Sebbene ciò sia destinato a pesare negativamente sul bambino per sempre, la sua vita, prevedibilmente, sarà degna di essere vissuta. Se avesse aspettato qualche anno ad avere il bambino, la ragazza ne avrebbe avuto uno diverso a cui avrebbe assicurato un migliore avvio alla vita».

Anche se comunque difende il problema della non-identità ed afferma che l’esistenza di una persona dipende, oltre che da uno spermatozoo e da un ovocita, dal momento in cui di fatto è stata concepita, Parfit non intende sostenere che la vita di una persona incomincia dal momento del concepimento. Secondo Parfit, se non avessi quel patrimonio genetico che di fatto mi è stato trasmesso io non esisterei , perché – egli scrive – «ciascuna persona ha questa proprietà necessaria caratteristica: di essere nata dalla particolare coppia di cellule da cui di fatto è nata (concezione genetica)». Tuttavia, afferma Parfit, anche se la fecondazione dell’ovocita e di conseguenza il concepimento dell’embrione non fossero avvenuti in un altro momento, io sarei potuto anche non nascere, in quanto – al posto mio – sarebbe potuta nascere una persona con un carattere molto diverso.

La continuità tra la cellula uovo fecondata, l’embrione e infine il nostro corpo non è in discussione: noi e l’embrione (da cui abbiamo avuto origine) siamo la stessa entità biologica (o numerica). Si possono, poi, anche avere posizioni diverse riguardo al momento in cui la nostra individualità biologica si è formata – alcuni ritengono al momento del concepimento, con la formazione del codice genetico, altri invece pensano al quattordicesimo giorno e che fino a quel momento l’embrione dovrebbe essere considerato semplicemente un cumulo di cellule e non un individuo – ma è ragionevole credere che come entità biologiche iniziamo ad esistere durante la gravidanza. Le differenze tra noi e l’embrione sono evidenti: abbiamo un numero di cellule diverso (lo zigote ha solamente una cellula, è invece impossibile dire di quante cellule è composto il corpo umano): inoltre, le nostre cellule sono relativamente nuove perché muoiono e si rinnovano costantemente. Tuttavia, come una barca non cessa di essere la stessa barca anche se la ristrutturiamo e cambiamo progressivamente ogni sua parte ed alla fine non resta più nulla dell’originale, così un’entità biologica non diventa un’altra cosa soltanto perché le sue cellule cambiano. Una cosa, infatti, – sottolinea Parfit – può cambiare ma rimanere la stessa (identità numerica).

Questo non toglie comunque che alcuni cambiamenti qualitativi distruggono l’identità numerica: ad esempio, quando incomincia a formarsi un carattere nasce una persona che prima non esisteva. In quanto persone, dice Parfit, la nostra vita ha inizio con lo sviluppo di una ‘attività psicologica’ e termina con la cessazione non della nostra vita biologica, ma della nostra attività mentale, in quanto la nostra identità personale dipende solamente dalla continuità e/o connessione psicologica. La maggioranza delle persone è non riduzionista: è convinta cioè che l’identità o esistenza di una persona è un fatto ulteriore e profondo rispetto alla continuità e/o connessione psicologica. Tuttavia, questo non è vero: come diceva David Hume, l’io è un’entità fittizia, perché  noi non siamo altro che una molteplicità di fasci di percezioni che si susseguono in un perpetuo flusso: «quando mi addentro più profondamente in ciò che chiamo me stesso – sottolineava Hume – m’imbatto sempre in una particolare percezione: di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione (…)».

Secondo Parfit, una volta che comprendiamo che la nostra esistenza non è un ‘fatto ulteriore’, smetteremo di aver paura della morte, perché essa consisterà semplicemente «nel fatto che, dopo un certo tempo, nessuna delle esperienze che avranno luogo sarà in relazione in certi modi con le mie esperienze attuali. Questo fatto può avere tutta questa grande importanza?». Non sono sicuro che questa ridescrizione della morte possa veramente placare le nostre preoccupazioni e rimuovere, come Parfit sostiene, le pareti di vetro che ci separano dalle altre persone. Sicuramente, se quello che conta non è un ‘fatto ulteriore’ ma la continuità e/o connessione psicologica, la definizione ‘corrente’ di morte non è corretta e pertanto andrebbe rivista.

Soltanto pochi lustri fa, il terminale della vita umana era considerato l’ultimo battito del cuore: si riteneva, cioè, che la morte delle persone avesse luogo quando il cuore cessava di battere, in quanto questo provoca istantaneamente la perdita della coscienza ed il collasso degli altri sistemi organici. Oggi, almeno nella maggior parte dei paesi occidentali, la morte coincide con la cessazione completa dell’attività cerebrale, in linea con la proposta avanzata nel 1968 dalla Commissione Harvard che identificava la morte «con l’assenza di reattività cerebrale; assenza di movimento spontaneo o indotto; assenza di respirazione spontanea; assenza di riflessi del tronco cerebrale e di riflessi tendinei profondi». Una persona, cioè, viene dichiarata ufficialmente morta quando vengono meno sia le funzioni cerebrali ‘corticali’ che permettono di esercitare le attività intellettive e di avere coscienza che quelle attività cerebrali che controllano il coordinamento e l’integrazione delle diverse parti del corpo – eventualmente anche dopo che sono venute meno le funzioni o attività della corteccia cerebrale.

Secondo Peter Singer, la Commissione di Harvard prese atto del progresso scientifico e medico: di fronte a corsie d’ospedali piene di corpi senza coscienza (e senza speranza di riacquistarla) tenuti in vita artificialmente (in cui il cuore veniva fatto pulsare grazie all’ausilio di macchine che pompavano ossigeno nei polmoni), trovò la soluzione per giustificare l’espianto degli organi. Anche se il loro cuore e polmoni continuavano a funzionare attraverso la stimolazione meccanica, quelle persone ormai erano morte perché ormai avevano perso qualsiasi attività cerebrale. I trapianti di reni venivano eseguiti regolarmente da tempo e non ponevano nessun problema, in quanto i reni possono essere espiantati anche quando il cuore del paziente cessa di battere. Le cose cambiarono radicalmente con il trapianto di cuore, in quanto se si aspetta la cessazione del battito cardiaco si rischia di compromettere le condizioni dell’organo ed il suo trasferimento. Con la vecchia definizione di morte, rimuovere il cuore di un paziente in coma irreversibile e sostenuto meccanicamente significava ucciderlo, in quanto il suo cuore batteva ancora: il nuovo criterio di morte rendeva le cose più semplici e faceva risparmiare risorse importanti, che potevano essere destinate a chi poteva avere ancora qualche speranza di guarigione.  

Non tutti, comunque, sono d’accordo con Singer che la nuova concezione di morte sia giustificabile solamente all’interno della prospettiva etica che privilegia un’etica della ‘qualità della vita’. Nella riflessione bioetica c’è ampia convergenza sull’idea che il criterio di morte ‘cerebrale’ sia semplicemente un criterio che permettere di accertare la morte del paziente in maniera più oggettiva. In questi termini prolungare la vita di un paziente con elettroencefalogramma piatto e con segni evidente di morte cerebrale sarebbe sbagliato non perché – come afferma Singer – in questo modo si impedirebbe ai medici di salvare persone che hanno bisogno di un trapianto di organo, ma perché la morte sopraggiunge con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Tuttavia, non si può negare che la definizione di morte (della persona) come cessazione delle attività cerebrale è in contrasto con quello che conosciamo della morte dalla scienza. È stato osservato, ad esempio, che la cessazione delle attività dell’encefalo non comporta la fine di un organismo, in quanto alcune attività fisiologiche continuano anche dopo la morte del cervello, come osserva Singer: «i medici, nel mettere a punto le tecniche di trattamento per i pazienti affetti da morte cerebrale, con l’intento di tenere in vita più a lungo i loro organi (e, in qualche caso le loro gravidanze), si sono resi conto che certe funzioni del cervello continuano, anche quando i test di routine attestano la morte cerebrale. Noi pensiamo al cervello principalmente come all’organo deputato a elaborare informazioni fornite dai sensi e dal sistema nervoso; ma esso ha anche altre funzioni. Una di esse è quella di produrre vari ormoni, che contribuiscono a regolare diverse funzioni corporee…». Inoltre, la cessazione delle attività cerebrali non comporta necessariamente la morte dell’organismo, in quanto l’attività del cervello può essere vicariata da macchine che preservano la respirazione e la circolazione anche nei pazienti che presentano ormai un elettroencefalogramma piatto. Il fatto che la circolazione sia il prodotto dell’attività di un ventilatore non fa alcuna differenza. Il problema fondamentale, comunque, è che il criterio di morte ‘cerebrale’ continua a confondere la morte dell’organismo (come sistema integrato e coordinato) con la morte della persona. Anche se, infatti, ammettessimo che la cessazione dell’attività cerebrale comporti veramente la morte dell’organismo, non avremmo ancora un criterio di morte adatto per le persone.

Secondo Parfit, è la connessione e/o continuità psicologica che assicura la nostra sopravvivenza come persone: una volta che quest’attività psicologica cessa, la nostra esistenza finisce. Una volta, cioè, che il flusso di percezioni ed esperienza sarà stato interrotto noi non ci saremo più, non importa se ci sarà ancora un’attività cerebrale che assicura il funzionamento del corpo. Se Parfit ha ragione, la cessazione dell’attività corticale offre la misura più oggettiva della morte delle persone, in quanto è l’attività cerebrale corticale che permette la nostra attività psicologica. Prima che i medici possano fare riferimento al criterio di morte come cessazione dell’attività corticale nella pratica clinica andranno affinati gli strumenti di accertamento e di diagnosi: non possiamo correre il rischio di dichiarare morte persone che potrebbero essere ancora salvate. Tuttavia, se non crediamo che la nostra esistenza dipenda da un’anima o sia comunque un fatto ulteriore rispetto ai pensieri, ai sentimenti e alle passioni che attraversano la nostra quotidianità, non esistono altre soluzioni, è questa la direzione giusta che la riflessione filosofica indica.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

1 Comment Lascia un commento

  1. Tutto il ragionamento non mi convince. Mi lascia l’impressione che si potrebbe continuare a indagare e filosofare per altre cento pagine. A mio avviso ce n’è per tutti, a seconda dell’angolo visuale. E per fortuna mi pare che dai vari ragionamenti e dalle varie considerazioni sia da escludere l’esistenza dell’anima.

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