IL DÉJÀ VU, LA RIPETIZIONE,IL DESIDERIO: NOTA SU UN PASSO DEL PERTURBANTE DI FREUD

Freud-YoungRAOUL KIRCHMAYR

1Tra i fenomeni connessi con le dinamiche dell’inconscio il dejà vu occupa un particolare rilievo, anche per il suo ruolo di catalizzatore del pensiero magico. Questa caratteristica lo ha reso una sorta di polo per proiezioni di tipo fideistico e religioso, legate alle credenze nella reincarnazione dell’anima o nell’esistenza di stati psichici pre-individuali, quali per esempio si ritrovano nel pitagorismo e nello stoicismo. Per tali credenze, le esperienze che l’anima, oppure un altro individuo, avrebbe fatto in un passato remoto, riemergerebbero all’improvviso alla superficie della coscienza, riportando così a galla vissuti che non apparterrebbero alla storia di quell’anima particolare – o di quell’individuo –, ma proverrebbero da un altrove: da un altro ciclo di vita dell’anima o addirittura da un’altra esistenza. In breve, mediante il ricorso a speculazioni di ordine religioso o metafisico il pensiero magico fornisce una spiegazione al senso di straniamento provato dal soggetto quando questi esperisce la sensazione di avere già visto ciò che sta attualmente vedendo per la prima volta.

Anche sotto il profilo di queste credenze, il fenomeno si presenta a tutta prima come un’alterazione dell’esperienza, per cui ciò che sarebbe dovuto apparire come ordinario si presenta invece con l’abito dello straordinario. Sotto il profilo della sua fenomenologia, il dejà vu produce una sorta di cortocircuito temporale dovuto a un’esperienza che si presenta come già vissuta e che compare non nella dimensione di un passato presentificato, ma in quella di un presente attuale che riproduce un passato di cui non si ha memoria. Anche per questa ragione il dejà vu è stato studiato in psicologia come un disturbo della memoria. Infatti, il nocciolo del dejà vu consiste nell’impressione attuale di esperire per la seconda volta (la zweite Gegenwart, il “secondo presente”) qualcosa che effettivamente sembra presentarsi per la prima, senza che tale prima volta, l’impressione originaria, sia però accessibile. Teniamo ferma questa caratteristica fenomenologica del dejà vu perché l’increspatura del tempo vissuto è ciò che attira l’attenzione di Freud, al di là e più acutamente di quanto non lo avesse incuriosito il tratto dello stupefacente o del meraviglioso, ch’egli purtuttavia vi riconosce e sotto il quale lo categorizza trattandolo nelle ultime pagine della Psicopatologia della vita quotidiana.

La Psicopatologia, che esce nel 1901, poco dopo la pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni, è un grandioso compendio dei doppifondi, spesso ciechi, dei nostri vissuti. Ed è in quest’opera che Freud sviluppa per la prima volta e tematicamente, seppure en raccourci, la trattazione del dejà vu, inserendola nel paragrafo D del capitolo 12, dedicato a “Determinismo e superstizione”. Con un approccio decentrato rispetto al dibattito che da alcuni anni stava avendo luogo in Francia, nel quale, in sostanza, il dejà vu viene ricondotto ad alterazioni neurofisiologiche del cervello che sono ritenute la causa di fenomeni di fausse mémoire (Bodei 2006: 57-59), Freud parte proprio dall’esperienza di estraniamento per mettere sotto la lente d’ingrandimento anzitutto la densità del vissuto soggettivo. Ecco perché il suo punto d’attacco consiste nella considerazione dello “straordinario” e del “meraviglioso” (das Wunderbare) e del “perturbante” (das Unheimliche), concetto, quest’ultimo, che non ha ancora conosciuto gli sviluppi teorici che contrassegneranno la riflessione metapsicologica del dopoguerra, ma che fornisce infatti il pivot attorno a cui ruota l’ipotesi freudiana di spiegazione del dejà vu.

Prima di procedere lungo il collegamento che Freud traccia tra il dejà vu e il perturbante, notiamo come in quelle, invero poche, pagine ch’egli vi dedica nella Psicopatologia l’aggettivo unheimlich non ha assunto ancora la densità teorica e problematica dello scritto del 1919, tant’è ch’esso è appunto impiegato da Freud assieme a “miracoloso”, aggettivo sostantivato che indica più lo stupore per l’inusitato che l’inquietudine o l’angoscia dovute al rovesciamento del “familiare” (heimisch) nell’“estraneo” (fremd).

Nella Psicopatologia il dejà vu è da Freud ascritto a quel ventaglio di fenomeni che possono essere ricondotti nell’alveo dei disturbi di memoria tipici delle nevrosi ordinarie. È l’esperienza quotidiana ciò che si tratta di scandagliare, soprattutto quando essa mostra delle increspature dovute alle dinamiche pulsionali inconsce. Avendo assunto come riferimento il miracoloso e il perturbante come trasformazioni immanenti del vissuto quotidiano, Freud avvia la trattazione del dejà vu con questa premessa: “Alla categoria del miracoloso e del perturbante appartiene anche quella particolare sensazione che si ha in certi momenti e in certe situazioni, di avere già vissuto una volta proprio quella esperienza, di essersi già trovato una volta nella medesima circostanza, senza che abbia mai successo lo sforzo di rammentare chiaramente quel passato che sentiamo così vivamente” (Freud 1901: 286). Come si vede, l’accento cade sulla memoria e sulla rammemorazione, dato che nel dejà vu l’immagine-matrice del ricordo, quella che è suscitata dall’immagine del presente attuale, non risulta recuperabile da parte del soggetto, secondo un concetto che è ribadito poche righe dopo: “il fatto che non ci si ricordi mai di ciò che si cerca di ricordare non deve essere negletto” (ibidem).

Ora, la strada imboccata da Freud allo scopo di fornire una spiegazione scientifica plausibile del dejà vu consiste nell’estromettere per principio e per metodo qualsiasi riferimento a ipotesi di carattere speculativo (“gli psicologi hanno rivolto il loro interesse a questo enigma cercandone la soluzione per le più svariate vie speculative” [ibidem]), ma anche nell’escludere un approccio positivistico al fenomeno, che lo tratterebbe semplicemente come una “illusione” (“Ritengo che si sia nel torto definendo una illusione la sensazione di qualcosa di già vissuto una volta” [ibidem]). Tra l’una e l’altra posizione si apre la strada di una verità da intendere in temini razionali, attraverso l’analisi di quella ch’egli chiama “costellazione affettiva del momento”.

Infatti, nell’interpretazione che Freud ne fornisce, il dejà vu è un vissuto che dipende dal riemergere di contenuti psichici inconsci che, proprio perché sottoposti a un processo di rimozione, appaiono per la prima volta alla coscienza pur accompagnati dalla sensazione ch’essi abbiano già avuto luogo in precedenza. Inoltre, la loro analisi mostra che questi contenuti non appartengono al campo del principio di realtà ma a quello del principio di piacere: il contenuto psichico è difatti una fantasia, cioè una rappresentazione inconscia d’appagamento sostitutivo del desiderio colpita dalla rimozione: “[…] in quei momenti effettivamente viene toccato qualcosa che si è già vissuto una volta, soltanto che questo qualcosa non può essere ricordato coscientemente perché cosciente non è mai stato. Detto in breve, l’impressione del “già veduto” corrisponde al ricordo di una fantasia inconscia. Esistono fantasie inconsce (o sogni a occhi aperti), così come esistono le analoghe creazioni consce che tutti conoscono per esperienza propria”.

Per illustrare quest’ipotesi di spiegazione Freud presenta il caso di una donna di trentasette anni che racconta di aver provato un vivido dejà vu all’età di dodici, nel momento in cui entrò nella casa di campagna di amiche, dov’era anche ospitato il loro fratello gravemente ammalato. Ricostruendo la vicenda biografica familiare della fanciulla dodicenne ora donna matura, Freud spiega il dejà vu come il riemergere dell’esperienza passata della malattia del fratello, quando la donna era ancora per l’appunto una ragazza. Tuttavia, questa esperienza era stata accompagnata da una violenta rimozione di una fantasia inconscia che dava forma al desiderio di vedere morto il proprio fratello e di restare così figlia unica. Se dunque si prende la descrizione freudiana dell’episodio di dejà vu, si può far emergere il seguente schema ermeneutico: a) un’esperienza presente compare come già vissuta in un passato remoto; b) l’esperienza passata si mostra come non reale, ma come il risultato di una rimozione; c) la rimozione ha agito su una fantasia inconscia intollerabile per la coscienza del soggetto; la fantasia è così colpita dall’oblio; d) la fantasia inconscia emerge nel presente, grazie ad associazioni involontarie.

Il punto notevole dell’ipotesi di Freud non consiste tuttavia nell’aver trattato il dejà vu come un’applicazione della teoria psicoanalitica all’esperienza quotidiana, ma nell’aver posto la domanda sulla peculiare temporalità a ritroso che ordina l’esperienza del dejà vu e alla dialettica tra memoria e oblio ch’essa comporta. Insomma, già nelle pagine della Psicopatologia della vita quotidiana ciò che profila nella trattazione del dejà vu non è tanto il riconoscimento del funzionamento della rimozione e dei meccanismi psichici di ritorno del rimosso, quanto il dispiegarsi di un movimento a ritroso tra il presente percettivo e il passato rimosso. Tra il presente e il passato si dispiega infatti un arco temporale che opera à rebours, portando al presente della percezione cosciente non qualcosa che si è nel frattempo scordato, ma ciò che non era mai stato cosciente.

2. Anni dopo, nel 1919, Freud dà alle stampe un breve e denso saggio, foriero di grandi sviluppi teorici. Il saggio è dedicato al fenomeno del “perturbante” che, com’è noto, costituisce una risposta all’articolo intitolato Sulla psicologia del perturbante, comparso in due parti nel “Psychiatrisch-Neurologische Wochenschrift” del 1906, a firma dello psichiatra Ernst Jentsch. Nel suo articolo, Jentsch aveva seguito un percorso di lettura che aveva privilegiato la comprensione dell’Unheimlich come derivante da una perdita di orientamento, da un cambiamento di scenario o da un’incertezza che si verifica a livello psicologico a causa dell’apparizione di un evento capace di scuotere il soggetto.

Escludendo di voler andare alla ricerca di un’“essenza” dell’Unheimlich, Jentsch si limita a considerare l’impressione d’incertezza soggettiva provocata dall’apparizione, concentrandosi così sulla peculiare sensazione d’incertezza o d’esitazione prodotta da un’esperienza inaspettata. Non condividendo l’approccio fenomenologico di Jentsch, poiché questi omette di considerare le dinamiche psichiche profonde, Freud procede oltre la spiegazione dell’Unheimlich fornita da Jentsch. Così, anzitutto egli mette in dubbio la centralità della sensazione d’“incertezza intellettuale” (intellektuelle Unsicherheit) riconosciuta invece come basilare da Jentsch, minimizzandone l’importanza. Però la posta in gioco per Freud non consiste solo nel dimostrare la ristrettezza dell’approccio di Jantsch, ma è anche quella di fornire dei contributi, tratti da una molteplicità di saperi e da un abbondante materiale empirico, all’elaborazione di una teoria del dualismo pulsionale.

Infatti, nel torno di tempo che separa l’inizio del secolo, la pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni, la teoria del monismo pulsionale dal primo dopoguerra, dall’elaborazione della metapsicologia e della teoria del dualismo pulsionale, i nessi tra il perturbante e il meraviglioso e lo stupefacente vengono a cadere. Si assiste così a una sorta d’inversione di segno, dal positivo al negativo: ciò che resta della descrizione precedentemente condotta del dejà vu come sentimento perturbante è il tratto angoscioso della ripetizione, il suo legarsi in modo diabolico e misterioso al gioco delle pulsioni di vita e di morte. Il passo al di là del principio di piacere in direzione della “pulsione di potere” (Bemächtigungstrieb) sta per essere compiuto.

Spostando il fuoco dell’indagine dalla sensazione cosciente del perturbante ai moti inconsci che sono legati a esso, Freud si avvale tanto degli apporti della linguistica quanto di quelli della letteratura, al punto che Il perturbante si configura anche come un’analisi magistrale del racconto di E. T. A. Hoffmann, L’uomo della sabbia (Der Sandmann). Ciò che viene indagato da Freud sono le figure del doppio che si moltiplicano nel racconto, oltre al tema centrale dell’angoscia infantile da castrazione connessa con il motivo della vista, dell’accecamento e dei dispositivi ottici (lenti, cannocchiali ecc.) che percorre la narrazione da cima a fondo.

Senza entrare specificamente nella struttura, invero complessa, del testo freudiano e delle molteplici implicazioni ch’esso contiene tanto per la teoria psicoanalitica quanto per la psicoanalisi dell’arte e della letteratura, qui mi limito a indicare una curiosa pagina in cui Freud non nomina esplicitamente il dejà vu, ma descrive un’esperienza di smarrimento che ne è certamente prossima o che, perlomeno, di quella condivide alcuni fattori dinamici e strutturali. Il problema che Freud intende affrontare è in realtà un intreccio alquanto difficile tra le “nevrosi di destino”, il ritorno del rimosso e la comparsa (o ricomparsa) degli stessi eventi nelle vite degli individui, secondo una temporalità ricorsiva che presiede alla “compulsione a ripetere” (Wiederholungszwang).

Con un approccio stilistico e di metodo già ampiamente sperimentato, Freud racconta un episodio accadutogli in passato per introdurre l’esame del nesso tra il sentimento del perturbante e la temporalità psichica ricorsiva. Si tratta di un vissuto che si ripete per ben tre volte e che accade indipendentemente dalla volontà del soggetto che ne fa esperienza. L’aneddoto è introdotto da una considerazione teorica che mira a sottolineare il tratto distintivo della ripetizione come “fonte del sentimento perturbante”. La descrizione verte su uno stato di spaesamento la cui cornice geografica e narrativa è l’Italia. Siamo nell’elemento di un estraneo che purtuttavia, per cultura e biografia, risulta familiare a Freud. “Una volta, mentre percorrevo in un assolato pomeriggio estivo le strade sconosciute e deserte di una cittadina italiana, capitai in un quartiere sul cui carattere non potevano esserci dubbi. Alle finestre delle casette non si vedevano che donne imbellettate, e mi affrettai a svoltare appena possibile abbandonando la stradina. Ma, dopo aver vagato senza meta per un bel po’, improvvisamente mi ritrovai nella medesima strada, dove la mia presenza incominciò ad attirare l’attenzione, e la mia rapida ritirata ebbe un’unica conseguenza: dopo qualche altro giro vizioso mi ritrovai per la terza volta nel medesimo luogo”. Certamente non si può parlare di un dejà vu in senso stretto e fondamentalmente per due motivi: il primo perché la sensazione di spaesamento non si ricollega a un passato lontano, il secondo perché tutto lascia sospettare che Freud sappia quale desiderio sia stato rimosso e abbia composto così la fantasia-matrice che presiede all’esperienza di perturbamento. Tuttavia, della struttura del dejà vu restano altri due tratti specifici, che in questa circostanza assumono il massimo rilievo: il primo è la rimozione della fantasia di desiderio che fa da movente al ritorno sullo stesso luogo; il secondo è proprio quella struttura temporale che Freud attribuisce specificamente all’unheimlich. Teniamo inoltre conto della descrizione che Freud fornisce del rapporto tra il perturbante e la coazione a ripetere come ricorsività inconscia, perché non si tratta più, per l’appunto, di un sentimento di stupore o di meraviglia, ma di un sentimento d’angoscia: “[…] nell’inconscio psichico è riconoscibile il predominio di una coazione a ripetere che procede dai moti pulsionali: questa coazione dipende probabilmente dalla natura più intima delle pulsioni stesse, è abbastanza forte da imporsi a dispetto del principio di piacere, fornisce a determinati aspetti della vita psichica un carattere demoniaco, si esprime ancora assai chiaramente negli impulsi dei bambini in tenera età e domina una parte di ciò che avviene durante il trattamento analitico dei nevrotici”.

Benché Freud racconti l’aneddoto, non si può non notare che la narrazione è accompagnata da una certa pruderie. Infatti, Freud conclude il breve racconto sottolineando unicamente la sensazione da lui provata: “A questo punto mi colse un sentimento che non posso definire altro che perturbante, e fui contento quando – rinunciando ad altri giri esplorativi – mi ritrovai nella piazza che avevo lasciato poco prima”. C’è un allontanamento non voluto (eppure nascostamente desiderato) che procura disorientamento e c’è un rimpatrio che dà sollievo. C’è una ripetizione e c’è un’uscita dalla ripetizione. Tuttavia, è curioso che Freud non sottoponga ad analisi i contenuti psichici dell’esperienza raccontata. Semplicemente, sceglie di riferire l’aneddoto al lettore come esempio di ripetizione e di dinamica circolare del desiderio, come se avesse deciso di sottoporsi a censura, omettendo di addentrarsi nell’ispezione del contenuto psichico della fantasia di trasgressione che lo aveva ricondotto più di una volta sugli stessi passi. Dunque, ciò che esplicitamente sostiene Freud, mediante l’illustrazione dell’aneddoto, è che l’esperienza descritta è sottesa dalla medesima struttura temporale che abbiamo visto emergere nella Psicopatologia in relazione al dejà vu. È questo il dato ch’egli registra come rilevante o che, perlomeno, presenta al lettore come rilevante. Si noti che, considerato dall’esterno, questo è il contenuto comico dell’aneddoto: la ripetizione pressoché meccanica dell’esperienza segue la medesima dinamica che suscita il riso. Si tratta di un genere di esperienza in cui ci si ritrova nello stesso luogo da cui ci si voleva apparentemente allontanare ma al quale si è inesorabilmente ricondotti, come attratti da un magnete invisibile: nonostante sia trascorso un certo tempo dal primo evento, esso si ripresenta tale e quale in un secondo momento (e nel caso di Freud addirittura di un terzo) che pare conservare il senso occulto del primo.

A considerare più da vicino il passo, la sorpresa sgradevole che coglie Freud non consiste soltanto nell’accorgersi di essere finito in un quartiere di prostitute, dalle quali è evidentemente guardato con attenzione, come lui riporta, al che si può legittimamente sospettare che, alla seconda volta, si apra una scena di desiderio di cui Freud si avvede e che lo mette a disagio; ma soprattutto nel fatto di esservi ricapitato nonostante il tentativo cosciente di allontanarsi dal quartiere. Su questo, Freud non mette parola. Ciò che vi è di sorprendente, dunque, è l’insistere del desiderio che lo riconduce alla medesima esperienza, indipendentemente dal fatto ch’egli volesse coscientemente ripeterla oppure no. Inoltre, tale desiderio gli risulta indicibile, sottoposto com’è a una censura che non sappiamo se essere intenzionale. Sia come sia, Freud presenta l’aneddoto come illustrazione della sua ipotesi e ne tace il contenuto latente, come se la sola considerazione della sua letteralità fosse sufficiente a garantirne l’efficacia argomentativa. C’è un dejà vu che si ripete a distanza di poche ore, ma a quale frammento di memoria inconscia esso faccia riferimento, questo resta un segreto velato dal racconto dello stesso aneddoto. Quale sia il lato angoscioso di un desiderio indicibile è ciò che resta sigillato nel testo.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA PSICANALISI

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