RIPRISTINARE L’ORDINE ATTRAVERSO LA MEMORIA DEL MONDO
PAOLO SCANGA
The future is unwritten. Il finale di Game of Thrones sembrava non essere esente dall’affermazione di Joe Strummer: non solamente George R. R. Martin non ha ancora dato alle stampe gli ultimi due volumi di A song of Ice and Fire, ma soprattutto la serie ci aveva abituato a grandi imprevisti. Fin dalle prime puntate abbiamo imparato che non ci si può affezionare a nessuno, di nessuno ci si può fidare. Le gole possono essere recise, le teste possono essere mozzate. Però, l’andamento della serie sembrava condurci, cavalcando i dorsi di possenti draghi, verso un futuro di Westeros in cui il predominio dell’uomo sull’uomo fosse solamente un ricordo. Che la ruota venisse, finalmente, distrutta.
Il «soggetto imprevisto» della narrazione è, invece, la memoria. A portare la corona – non più seduto sul trono di spade, ormai fuso dalle fiamme irose di Drogon, ma su una sedia con le ruote – è la tradizione. Ogni sogno di emancipazione è impossibile a Westeros.
Per chi ha cercato dei riferimenti, o quantomeno degli accostamenti, per una diagnosi del nostro presente nella saga fantasy la delusione è stata piuttosto palpabile. Ormai terrorizzati e inerti davanti ad una incessante sovrapproduzione di crisi nell’«occidente collettivo», abbiamo sperimentato una sensazione di familiarità nell’assistere alla «dissoluzione della legalità in una moltitudine di poteri e legittimità in conflitto tra loro» che infiamma i sette regni.
Il caos provocato dal trono lasciato vuoto – «un pozzo profondo che aspetta di inghiottirci tutti» – ha più di un’assonanza con la nostra contemporaneità. Come sostiene Pablo Iglesias – dirigente politico di Podemos – il neoliberalismo, infatti, sancisce la sua «inedita proposta di legalità nel potere puro senza leggi – senza altra legge che quella del potere privato più influente -, ovvero nella barbarie». Proprio questo sentire comune ha spinto a guardare la serie cercando di individuarne somiglianze e vie di fuga. Non sorprendono le parole dell’ex leader della formazione partitica di sinistra spagnola quando sostiene:
Non possiamo più dirci indignati e rivendicare la legittimità se poi non ci lanciamo nella lotta. Senza una strategia verosimile, senza draghi, senza una Khaleesi in grado di radunare gli schiavi, senza quel potere sufficiente a contrastare le istituzioni, potremmo al massimo scegliere di essere buoni come uno Stark. […] Finché non riuniremo la potenza necessaria per proporre una nuova legalità, non solo non verrà saldata la frattura fra potere e legittimità, ma non si potrà nemmeno giocare la partita e, quindi, non potremo incarnare un’alternativa legittima, perché non potremo neppure considerarci un’alternativa.
Game of Thrones mostra il lato spregiudicato del potere, della violenza, del sesso e del denaro ma altrettanto, sempre con la durezza del realismo politico, la possibilità di un «progetto rivoluzionario». Solo nelle ultime puntate questo progetto viene narrativamente soffocato, nella serie come nella realtà, il «realismo capitalista» soffoca ogni futuro non scritto. La fine guerra civile di Westeros – la fine del caos –, secondo gli sceneggiatori, deve passare da una proposta conservativa e antirivoluzionaria.
Proprio un’analisi della nozione di potere ci aiuta a discutere della scelta estetica e politica che viene fatta nell’ultima puntata della serie. Il vero protagonista della serie è il potere, Game of Thrones è una serie sul potere. In maniera forse imprudente sono stati scomodati gli autori e gli interpreti della teoria filosofico-politica della modernità. Machiavelli, Hobbes, Gramsci, Schmitt o Foucault sono stati usati come lenti per interpretare le vicende di Westeros. Il motivo è dato dalla ricchezza e complessità con cui questo «soggetto» si presenta.
Il soggetto di potere nella saga assume i caratteri sovversivi se paragonato al soggetto di potere classicamente inteso e rappresentato. La forza soggettivante è enorme, intorno al potere si realizzano i personaggi. Per questo, in Game of Thrones, il potere è (o può essere) donna, così come può essere posseduto o gestito da bastardi, da eunuchi, da nani o da storpi. Insomma nel gioco del trono vengono ammesse soggettività che nella tradizione moderna sarebbero state escluse. L’ammissione non è neanche in questo caso scontata: la potenza, l’astuzia, l’inganno sono stratagemmi con cui o si vince o si muore. Il procedere della trama della serie conduce ad una sovversione del soggetto regnante. Il genere gioca un ruolo fondamentale: il trono è conteso da donne, una donna chiudere per sempre gli occhi blu del Signore della notte, una donna impone la secessione del Nord. Rompendo con la tradizione patriarcale una donna riesce a diventare cavaliere. Ed è sempre una donna a darci una delle definizioni di potere più interessanti – e più maschile – della serie:
Lord Baelish: Nascono rapporti strani tra ragazzi e ragazze che abitano nella stessa casa. Si parla persone di fratelli e sorelle legati da particolari affetti, e quando questi affetti diventano di dominio pubblico, ecco, è una strana situazione. E lo è di più per le famiglie importanti. Le famiglie importanti spesso scordano una semplice verità, che io conosco.
Cesei Lannister: Quale verità?
Lord Baelish: La conoscenza è potere.
Cesei Lannister (rivolgendosi alla guardia privata): Tenetelo fermo! Tagliategli la gola! Fermi! Aspettate! Ho cambiato idea. Lasciatelo libero. Tre passi indietro. Chiudete gli occhi. (Si rivolge a Lord Baelish). Il potere è potere.
[Il nord non dimentica, S 02 E 01]
Altri due soggetti non esattamente tra i più rappresentativi del potere classicamente inteso, un eunuco e un nano, ci consegnano un’altra nozione di potere. Il signore dei sussurri ci fornisce una definizione pregnante di soft power
Lord Varys: il potere è una cosa curiosa, mio signore. Sei amante degli indovinelli?
Tyrion Lannister: Perché, sto per sentirne uno?
Lord Varys: Tre grandi uomini siedono in una stanza: un re, un prete e un uomo molto ricco. E in mezzo a loro c’è un semplice mercenario. Ognuno di questi uomini chiede al mercenario di uccidere gli altri due. Chi vive? Chi muore?
Tyrion Lannister: Dipende dal mercenario.
Lord Varys: Sicuro? Non possiede né corona né oro né il favore degli dei.
Tyrion Lannister: Ha una spada. Potere di vita o di morte.
Lord Varys: Ma se sono i guerrieri che dominano, perché fingiamo che siano i re a detenere il potere? Quando Ned Stark è stato decapitato, chi è stato il vero responsabile? Joffrey il Carnefice o qualcos’altro?
Tyrion Lannister: Ho deciso che odio gli indovinelli.
Lord Varys: Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda. È un trucco, un’ombra sul muro. E un uomo molto piccolo è in grado di proiettare un’ombra molto grande.
[Ciò che è morto non muoia mai, S02E03]
Nessun soggetto di potere può fare a meno di una delle due definizioni. La legittimità senza la forza non garantisce la legalità. La forza senza la legittimità altrettanto. La figura per lunga parte della serie sembra mantenere insieme questi due attributi del potere è Daenerys Targaryen. La sua evoluzione, al pari di altri personaggi della serie come le sorelle Stark, è stupefacente. Colei che è nata dalla tempesta passa da una condizione di debolezza – poco più che una schiava sessuale – a quella di una ragionevole regina. Daenerys ha conosciuto sulla propria pelle che i deboli non possono scegliere tra il potere e il non potere. E chi questo potere lo detiene o vuole incatenare o vuole liberare. La Khaleesi ha dalla sua una eccezionale la forza morale, ma possiede altrettanto un progetto politico realizzabile, plausibile, reale, nel quale può riporre una speranza concreta. Ser Jorah Mormont le ricorda che possiede «grande cuore, e non solo saresti rispettata e temuta, ma anche amata». È sicuramente una delle candidate ideali al trono, «la donna giusta per regnare».
Il potere della giovane Targaryen non ha un unico punto di ancoraggio. Daenarys è madre dei draghi: innegabile come il suo potere politico e militare, la sua legittimità ed autorità, nasca dalle bocche fiammanti di Viserion, Rhaegal e Drogon. Mangiando il cuore crudo di uno stallone riceve la legittimazione del popolo Dothraki. Daenarys è distruttrice di catene: libera, facendo suo, uno degli eserciti più fenomenali: gli immacolati. Crocifiggendo i padroni, libera schiavi e città. La non bruciata, incenerisce chi non si sottomette al suo progetto politico-giuridico. Ha la legittimità del nome dalla sua parte, è l’ultima discente della casa Targaryen. Daenerys è circondata dai migliori consiglieri, il Re del Nord ne è innamorato. La sua campagna militare è avanzante e vincente. Capisce che le truppe vanno spostate a Nord perché la guerra contro la morte, il nemico assoluto, ha una priorità strategica superiore rispetto a quella tattica da condurre contro i vivi. La discesa verso sud, verso la Fortezza Rossa è quasi incontrastata.
Eppure Daenerys sul Trono non sale. Nonostante il rintocco delle campane che segnano la resa di Approdo del Re lei sbuffa sulle spalle del drago e incenerisce la città e i suoi innocenti abitanti. Dopotutto Lord Varys, prima di venir ridotto in cenere per tradimento perché ha il Reame come unico obiettivo, aveva avvisato Jon Snow: «ogni volta che nasce un nuovo Targaryen gli dei lanciano in aria una moneta e il mondo trattiene il fiato aspettando di vedere su quale faccia cadrà». La moneta di Daenerys cade sulla faccia della “follia”, di una giustizia in base alla quale lei è l’unica sovrana e giudice. La guerra non finisce finché la ruota non viene spezzata e solo lei, a suo giudizio, ha l’autorità e la forza morale e politica per distruggerla. Il «progetto emancipativo» della Khaleesi, nell’ultima stagione, non è dissimile dal terrore giacobino. Una fine indecorosa per la madre dei draghi.
Ma se non è la giustizia condotta tramite la violenza a salire sul trono, non è nemmeno il giusto Jon Snow. Con un bacio e una pugnalata arresta il delirio di Daenerys. Questo estremo gesto di giustizia lo costringerà a riprendere il Nero e tornare ad essere lo scudo che veglia sul dominio degli uomini. «Per questa notte e per tutte le notti a venire». Dell’eroe Jon Snow non importa a nessuno. Viene sacrificato con sufficienza da tutti, compresa sua sorella Sansa.
A Westeros però va riportato l’ordine. Terminata la guerra esterna, quella con il nemico assoluto – gli Estranei – e conclusa – con la giovane Targaryen portata via dal drago – la guerra civile va interrotta la spirale di caos. Nonostante siano venuti meno quasi tutti i legittimi, per nome o per valore, pretendenti, il Trono – ridotto lapilli e lava – va occupato. La scelta «politica» che viene fatta è sorprende, sbalordisce e, in parte, delude se si pensa alla speranza di emancipazione.
In catene, scortato da Torgo Nudho, Tyrion Lannister viene condotto alla presenza di un Concilio composto dai nobili di Westeros. Seduti sotto una struttura ombreggiante ci sono i fratelli Stark Sansa, Arya e Brandon, Samwell Tarly, Yara Greyjoy, Robin Arryn, Brienne di Tarth, Sir Davos ed altri esponenti delle casate nobiliari. Bisogna decidere chi sarà il prossimo sovrano.
Con coraggio incerto Sam Tarly propone un’elezione di carattere democratico e non oligarchico nella scelta del sovrano. «Chiunque sceglieremo non regnerà solo sui Lord e le Lady» e, di conseguenza, «la scelta del sovrano migliore per tutti dovrebbe essere fatta da tutti». La volgare risata che accompagna le parole del futuro Gran Maestro chiude ogni possibilità. Non c’è nessuna possibilità che a Westeros gli ultimi, i poveri, possano decidere qualcosa.
Ma è la mediazione finale del Folletto a chiudere il caos di Westeros:
Tyrion: Non ho fatto altro che pensare, nelle ultime settimane. Alla nostra sanguinosa storia. Agli errori che abbiamo commesso. Cosa unisce le persone? Armate? Oro? Vessilli? Storie. Non c’è nulla al mondo più forte di una buona storia. Niente può fermarla. Nessun nemico può sconfiggerla. E chi ha una storia migliore di Bran lo Spezzato? Il bambino che è caduto da una torre ed è sopravvissuto. Sapeva che non avrebbe più camminato, perciò ha imparato a volare. Si è spinto oltre la Barriera. Un bambino storpio. Ed è diventato il Corvo con Tre Occhi. È la nostra memoria, il custode di tutte le nostre storie. Di guerre, matrimoni, nascite, massacri, carestie. Dei nostri trionfi. Delle nostre sconfitte. Del nostro passato. Chi meglio di lui può guidarci verso il futuro?
[Il Trono di Spade S8E6]
Il Reame è memoria. Sarebbe stato molto orgoglioso Lord Varys di questa scelta. La spirale di conflitti interni ed esterni va interrotta. Brandon si rivela dunque colui che ha il potere per mettere fine alle guerre. La sua ombra si staglia su tutta la storia degli uomini. Gli Estranei cercano lui, il Re della Notte vuole «la notte eterna». Il nemico assoluto vuole cancellare il mondo degli uomini e il Corvo dai tre occhi ne è la sua memoria:
Sam Tarly: In fondo, la morte è questo. Dimenticare. Cadere nell’oblio. Chi dimentica dove e stato e quello che ha fatto, non è più un uomo. È solo un animale. I tuoi ricordi [riferendosi a Bran] non vengono dai libri. Le tue storie non sono semplici storie. Se volessi cancellare il mondo, comincerei da te.
[Un cavaliere dei Sette Regni S8 E2]
Dopo «essersi tagliati la gola a vicenda per troppo tempo» un nuovo ordine si deve imporre. Il nuovo ordine che l’ultimo erede dei Lannister propone, con la sua sagacia di consigliere, è il passato. Qui, però, il gattopardesco Tyrion, compie il gesto politico-retorico più rilevante: girando lo sguardo verso il comandante eletto degli Immacolati arriva a sostenere «questa è la ruota che la nostra regina voleva distruggere». Una monarchia elettiva, sorretta da una oligarchia di casate che hanno causato morte e distruzione, è quanto le due guerre sono riuscite a partorire.
Il progetto politico dell’emancipazione del dominio dell’uomo sull’uomo va in frantumi. L’operazione conservativa e antirivoluzionaria in Game of Thrones è servita.
Lunga vita a Bran lo Spezzato, Primo del suo nome, Re degli Andali e dei Primi Uomini, Signore dei Sei Regni e Protettore del Reame. Segno dei tempi passati, presenti e (temiamo) futuri.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Endoxa gennaio 2025 Paolo Scanga Trono di Spade
