A TE CHE LEGGI – EDITORIALE

ERNESTO C. SFERRAZZA PAPA

Ci vorrebbero parole che improvvisamente vomitassero sangue. Vorrei prendere le frasi, ridurle a monconi e tirarteli in faccia uno dopo l’altro, caro il mio lettore. Fosse per me, ti legherei a una sedia obbligandoti a guardarmi torturare, strizzare, mutilare questi disgraziati ammassi di segni. Non posso farlo, ma ti assicuro che vorrei. L’ho proposto, mi hanno detto No. Qui non si fanno queste cose, hanno sentenziato dalla Direzione. Pazienza. Ma detto fra me e te, e mi raccomando che rimanga un nostro segreto, ti giuro che farei di tutto perché le lettere, queste lettere, la elle la e la ti l’altra ti la e la erre la e, saltassero fuori dallo schermo, si vendicassero della tua pigrizia (a proposito, toglimi una curiosità: cosa stai facendo mentre mi leggi? Davvero non hai di meglio da fare?), ti costringessero a tenere gli occhi aperti e fissi. Forse è il linguaggio, magari è tutta questione di apprendere una lingua balorda e ruvida, precisa e senza freni. Prendere le lettere, mescolarle per bene e versarmi il tuo fastidio con un cubetto di ghiaccio di quello che non si scioglie. Me lo bevo volentieri alla tua e un altro giro te lo offro, al mio tre lo buttiamo giù, potremmo alla fine diventare buoni amici, fatti solo infastidire ancora un po’. Dovrei fulminarti con frasi che ti si ficcassero per sempre nel cervello, come l’improvviso e infame insulto di uno sconosciuto che poi tira dritto. Sarebbero come quelle cisti che il medico ti sconsiglia di togliere, troppo pericoloso, tanto vale abituarsi. Quella lingua una volta mi apparteneva, sapevo come usarla, ora l’ho persa, scambiata con brutte cravatte amarillo e tre giorni di reflusso se bevo. Ma se mi concentro, ti assicuro che i modi per maltrattarti a dovere li trovo, caro il mio lettore, amico mio. Da un momento all’altro potrei insultarti, quando meno te lo aspetti potrei alzare la voce, intimare Stai lì, e tu sorpreso resteresti seduto a leggere quello che ho da dirti mentre azzanno la tua vitaminica colazione.

Il mio cruccio è che non posso. Il problema di chi scrive è non poter costringere a leggere. Lo ammetto: questa volta hai una pistola in più. Un altro giro ancora, questo è su di te, qua chi vince paga da bere. Ma almeno fidati, caro mio. Ci abbiamo provato, e ti assicuro che non era facile. Ci siamo detti “facciamo la filosofia di Tarantino, vi ricordate il libro di Green e quell’altro?”, ma Dio ce ne scampi dal fare la filosofia di Tarantino, guardarlo con occhi abituati a calmare tutto. Te lo giuro, non lo avrei sopportato, avrei mandato tutto all’aria. Facciamo filosofia con Tarantino, a questo punto. Io ho annuito lentamente, ho fatto sì sì, ero troppo stanco per ribattere, ma aggiungi questo segreto a quello di prima: io non ho mai capito cosa diavolo significhi fare filosofia con. Tu me lo sai spiegare come funziona? Me lo sai spiegare bene? Ci sediamo allo stesso tavolo e registriamo le nostre buffe parole per poi aggiungerci le note? Proprio no, questa cosa di fare filosofia con qualcuno non l’ho mai capita, e comunque sospetto che non faccia per me. Che poi Tarantino nemmeno c’è, non sa che vogliamo fare filosofia con lui, chi lo ha avvertito? Tu gli hai detto qualcosa? E pensaci bene: ma siamo sicuri che lui voglia, che gli faccia piacere? Io ho i miei sacrosanti dubbi su questo, e nessuno me li toglie. E allora cosa è venuto fuori, ti chiederai tu, amico lettore. Ma tu già sapevi cosa trovarci, tu sei di quei lettori là, si era capito subito. Beh, cosa dovevo dirti per farmi stringere la mano? Avrei lasciato cadere sul petto occhiali impiccati e assorto ti avrei confidato che il cinema di Tarantino sfida l’etica comune perché mostra il rapporto strettissimo, ineludibile, tra emancipazione, giustizia e violenza. Volevi te lo dicessi così? E cosa te ne fai? A cosa ti serve? Lo sappiamo tutti, lo so io, lo sai persino te. Abbiamo visto Django, Kill Bill 1 e 2, Bastardi senza gloria, anche i bambini sanno che Tarantino propone un cinema dell’emancipazione in cui gli oppressi a suon di botte si vendicano dei loro oppressori e finalmente si liberano. “La storia”, mi dirai, “immagino che senz’altro abbiate scritto qualcosa sulla storia, una dimensione fondamentale per la poetica tarantiniana; in lui c’è una riscrittura della storia, testimonianza di un’eccedenza del cinema tar” guarda, io ti fermo subito, perché anche questo lo sappiamo: Hitler che crepa in quel modo là, la sua faccia crivellata per la nostra soddisfazione, il massacro di Cielo Drive sventato a lattine di birra in faccia. La storia che non è destino. La vendetta. Il dominio. Il sesso. Il dolore. La morale. Ma non ti preoccupare, io finora ho scherzato, forse ci troverai anche questo, così non sarai deluso e tornerai a trovarci. Però non chiedere di più, soprattutto non chiederlo a me. Io non posso dirti adesso cosa abbiamo fatto. Non sarebbe giusto, non sarebbe corretto, e poi sarebbe troppo facile, davvero troppo facile. E aggiungici questo: io non ho altro tempo per te. Sono pieno di inghippi, ho molte questioni a cui mettere mano, problemi da risolvere. Seriamente, non voglio offenderti amico mio, ma dubito tu abbia di meglio da fare. Ti ricordi poco fa, quando ti ho chiesto cosa stessi facendo e non mi hai risposto? Scommetto che sei ancora lì, mi ci gioco la bevuta che ci faremo quando verrai a chiedermi conto di cosa ti ho detto, delle mie insinuazioni. Certo che sei ancora lì, e io sarò ancora qui. Te lo prometto: se la cosa ti brucerà ancora e vorrai vendicarti, io ti aspetterò. Nel frattempo sei arrivato fin qua, tanto vale leggere anche il resto. Dopotutto, è stato scritto proprio per te.

Su un treno

20 gennaio 2026

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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