LA FORMA DEL MONDO: PULP FICTION E IL LIMITE DEL PLURALISMO

NICOLÁS SALVI

1. Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994) si apre con una scena esigua. Una coppia conversa in una caffetteria di piccoli furti e di grandi colpi criminali. La conversazione procede senza fretta, con un tono quotidiano, finché in modo improvviso entrambi estraggono le armi e annunciano una rapina. Prima che la situazione si risolva, la scena si interrompe e il film salta altrove, con altri personaggi, in un altro spazio e in un altro momento. Fin da questo primo passo, il film istituisce un’esperienza narrativa fondata su frammenti che non si subordinano a uno sviluppo lineare.

Il film è composto da una serie di episodi interpretati da diversi personaggi del sottobosco criminale di Los Angeles: due sicari al servizio di un boss mafioso, un pugile che decide di infrangere un contratto, la moglie di un gangster che trascorre una notte erratica con uno dei sicari, tra altre microstorie che si intrecciano. Ciascuno di questi episodi potrebbe funzionare come un racconto autonomo. Il film li presenta, appunto, come scene lunghe, dotate di un proprio inizio e di una propria chiusura.

La caratteristica distintiva dell’opera è l’ordine in cui questi episodi compaiono. Gli avvenimenti non sono mostrati seguendo la sequenza temporale in cui accadono. Un personaggio muore in una scena e riappare vivo più avanti. Un conflitto che sembra chiuso si riapre da un’altra angolazione. Lo spettatore scopre solo progressivamente che ciò che vede non risponde al “prima” e al “dopo” classici del racconto cinematografico, ma a una disposizione deliberatamente disordinata del tempo.

Questo trattamento del tempo modifica il modo di seguire la storia. Non c’è una trama principale che avanza in modo cumulativo. Ci sono traiettorie parziali che si incrociano e si separano. Vincent Vega e Jules Winnfield, i sicari, sono al centro di diversi episodi che non si susseguono in modo diretto. Butch Coolidge, il pugile, appare in un altro segmento che sembra autonomo e poi si connette indirettamente ai precedenti. Mia Wallace, la moglie del gangster, entra in scena in un racconto che non produce conseguenze immediate sugli altri, ma che densifica il mondo in cui tutti si muovono.

L’assenza di un protagonista regolare rafforza questa logica. Nessun personaggio organizza il racconto attorno al proprio punto di vista. Nessuno attraversa il film dall’inizio alla fine seguendo un arco classico di trasformazione. Ciascuno occupa il centro solo per il tempo che dura la sua scena.

E tuttavia, lungo il corso del film, lo spettatore riconosce un universo coerente. Gli stessi luoghi, gli stessi codici criminali, le stesse referenze culturali. Questa armonia emerge come effetto della convivenza tra frammenti. Il mondo esiste e si regge, anche se non viene offerto fin dall’inizio come una totalità chiusa.

2. Il cinema classico organizza il racconto a partire dalla costruzione di un universo narrativo stabile. Questa stabilità si fonda soprattutto su una forma specifica di temporalità. Ordina gli avvenimenti, gerarchizza le scene e consente allo spettatore di abitare il racconto come un tutto continuo.

In questo modello, la cronologia funziona come principio di chiusura. I fatti si concatenano secondo una sequenza riconoscibile. Ogni scena trova il proprio posto all’interno di una progressione che avanza, accumula senso e conduce verso una chiusura.

Questa forma di temporalità produce un’intelligibilità immediata. Lo spettatore sa dove si trova, che cosa è accaduto prima e che cosa può attendersi dopo. L’esperienza narrativa si regge sulla fiducia in un ordine sottostante.

Questa modalità di narrazione stabilisce una relazione diretta tra temporalità e sistema. Il mondo narrativo funziona perché il tempo ne organizza l’interno. La chiusura costituisce una condizione costitutiva. Il racconto esiste nella misura in cui può chiudersi.

L’importanza di questo modello diventa visibile quando tale chiusura si indebolisce. Quando il tempo smette di svolgere la sua funzione organizzatrice immediata, la narrativa perde la propria stabilità classica. L’esperienza dello spettatore si trasforma. L’ordine cessa di presentarsi come dato e diventa un problema.

Comprendere il cinema classico come una tecnica di creazione di mondi chiusi consente di collocare con maggiore precisione l’operazione alternativa di Pulp Fiction. Il film non si limita a giocare con il tempo. Interviene sulla funzione strutturale che il tempo svolge nella costruzione del ordine narrativo.

3. Pulp Fiction disloca la chiusura della narrativa senza disattivarla. Il mondo del film si sostiene attraverso scene autonome che acquisiscono coerenza in un’operazione successiva.

L’esperienza del racconto si costruisce in due tempi. In un primo momento, lo spettatore attraversa una successione di frammenti che funzionano con una relativa indipendenza. Ogni scena stabilisce le proprie regole, il proprio ritmo e il proprio orizzonte di senso. La cronologia emerge come struttura latente che consente di articolare l’insieme. In un secondo momento, una volta visionato il film, l’ordine viene ricomposto. La cronologia emerge come struttura latente che permette di articolare l’insieme.

La cronologia ricomposta permette di ordinare gli avvenimenti, stabilire relazioni di dipendenza e chiudere le traiettorie narrative. Questa operazione fa parte della sua logica interna. Pulp Fiction è costruito per essere ricostruito.

Questa logica appare all’interno della stessa storia quando un incidente in automobile lascia l’abitacolo coperto di sangue e costringe i personaggi a ricorrere a uno specialista della “pulizia”. L’episodio trasforma il disordine nei problemi tecnici della cancellazione delle tracce, del riordino dello spazio, della scelta degli abiti, della fissazione di una copertura, della sincronizzazione dei tempi e del ripristino della normalità. La scena mostra la forma materiale attraverso cui il mondo torna a essere abitabile perché qualcuno esegue un’operazione di ricomposizione.

L’orologio che attraversa la storia del pugile Butch concentra questo meccanismo. La sua persistenza materiale attraversa scene, generazioni e violenze. L’oggetto struttura decisioni cruciali. Introduce una temporalità condensata che sostiene la coerenza del mondo narrativo.

Un’operazione equivalente compare nella scena dell’appartamento, quando i due sicari giustiziano gli uomini dai quali hanno recuperato l’oggetto rubato. Prima di sparare, uno di loro recita ad alta voce un versetto biblico pseudo-apocrifo, come se pronunciasse una sentenza. La recitazione trasforma il momento in un rito e gli impone una cornice verbale. La violenza viene integrata in un ordine enunciato. La scena si chiude con le parole, allo stesso modo in cui il film si chiude con una ricostruzione.

Questo tipo di chiusura ridefinisce il rapporto tra frammentazione e sistema. La pluralità delle scene si integra in una forma che diventa visibile al termine del percorso. La frammentazione si iscrive entro limiti precisi.

4. Il diritto moderno opera mediante la creazione di un mondo proprio. Non agisce sulla totalità indifferenziata della vita sociale, ma su una realtà ritagliata, tradotta e riorganizzata secondo criteri interni. Questo universo giuridico possiede confini definiti, linguaggi specifici e procedure stabili. Il suo funzionamento dipende dalla possibilità di distinguere con chiarezza ciò che appartiene al diritto e ciò che ne resta fuori.

La forma giuridica moderna si consolida quando la produzione delle norme si separa da altri ordini di senso. La regolazione della condotta cessa di essere integrata dalla religione, dalla famiglia o dalla consuetudine e si concentra in un ambito tecnico di specialisti al servizio dello Stato. Giuristi, magistrati, legislatori, avvocati e vari burocrati costituiscono uno spazio autonomo di produzione normativa. Da quando ciò si realizza in modo efficace al servizio dello Stato nel XIX secolo, si afferma che il diritto è un sistema.

Il sistema giuridico organizza la propria coerenza a partire da regole interne. La validità di una norma dipende dalla sua appartenenza al sistema e dal suo corretto inserimento in una struttura gerarchica. Le regole di competenza determinano chi può produrre diritto. Le procedure stabiliscono come debba essere prodotto. La decisione giudiziaria applica il diritto secondo criteri previamente definiti. Il campo giuridico rimane operativo perché le sue operazioni rinviano sempre ad altre operazioni giuridiche.

Tutto ciò non implica un isolamento empirico. Il diritto moderno si alimenta costantemente di conflitti sociali, domande politiche e trasformazioni economiche. Tuttavia, tale alimentazione assume una forma specifica. L’esperienza sociale entra nel mondo giuridico trasformata in caso, in norma e in categoria. Il sistema converte la complessità sociale in materia giuridicamente trattabile.

La sovranità statale funziona come principio di unità del universo giuridico. Garantisce l’esistenza di un’istanza ultima capace di decidere che cosa valga come diritto valido. Questa istanza sostiene la coerenza del sistema. Consente di pensare il diritto come un ordine unico, completo e autosufficiente.

La struttura giuridica moderna si presenta così come una totalità chiusa. I suoi confini non coincidono con quelli della vita sociale, ma si impongono come criterio di rilevanza. Ciò che resta fuori dal ordine giuridico esiste, ma non produce effetti giuridici immediati. Il sistema decide che cosa riconosce, sotto quale forma e con quale portata. Questo è il “monismo giuridico”.

5. Il cosiddetto “pluralismo giuridico” emerge quando il mondo giuridico moderno affronta una proliferazione di normatività che non può più ignorare. Pratiche comunitarie, ordini religiosi, regolazioni tecniche, norme private e forme consuetudinarie producono effetti reali sulla condotta sociale. Questa densità normativa mette in tensione la chiusura del sistema giuridico statale e impone di ripensare il suo rapporto con ciò che resta al di fuori dei suoi confini formali tradizionali.

Le teorie del pluralismo giuridico formulano una risposta a questa situazione. Riconoscono la coesistenza di molteplici ordini normativi all’interno di uno stesso spazio sociale e descrivono uno scenario in cui il diritto statale convive con altre forme di regolazione. Questa descrizione introduce una modifica rilevante nell’immagine classica del diritto, ma non ne altera la struttura fondamentale.

L’ampliamento opera mediante l’identificazione tra diritto e normatività. Estendendo la categoria del giuridico a qualunque insieme di norme socialmente efficaci, il pluralismo giuridico incorpora nel mondo del diritto una pluralità di ordini eterogenei. Il confine del sistema si sposta. Il criterio di chiusura diventa più flessibile. La forma giuridica, tuttavia, rimane intatta.

Questa espansione produce un effetto preciso. Il diritto statale conserva la potestà di decidere quali normatività riconosce, a quali condizioni e con quali limiti. La pluralità entra nel sistema attraverso procedure di validazione, gerarchizzazione e competenza. Il sistema giuridico resta uno, sebbene più esteso. L’unità si ricompone a un livello superiore.

L’orizzontalità che il pluralismo giuridico promette si risolve in una redistribuzione delle competenze. Comunità, istituzioni o gruppi producono norme nella misura in cui il sistema statale le riconosce come valide o tollerabili. La sovranità si riconfigura. Il centro continua a operare come principio di chiusura.

L’incompatibilità tra pluralismo giuridico materiale e sovranità statale si manifesta in questo punto. Il diritto moderno richiede un’istanza ultima di decisione per operare come sistema. La rinuncia a tale istanza comporterebbe una trasformazione radicale della forma di governo statale. Il pluralismo giuridico contemporaneo diventa parte integrante della forma dello Stato e, ironicamente, impedisce questa rottura.

Questo modo di integrazione richiama il funzionamento della chiusura narrativa differita in Pulp Fiction. La frammentazione non elimina il sistema. Lo costringe a riorganizzare la propria chiusura. Il pluralismo giuridico agisce in modo analogo. La proliferazione normativa non dissolve il mondo giuridico moderno. Ne provoca la riarticolazione.

6. Nel cinema classico, il quadro narrativo si costituisce a partire da un tempo sovrano che distribuisce causalità, gerarchie e chiusure. In Pulp Fiction, il mondo funziona senza un centro visibile lungo il percorso del racconto. La chiusura riappare come ricostruzione successiva. Il sistema narrativo persiste attraverso una chiusura differita che articola i frammenti in una totalità riconoscibile.

Nel diritto moderno, l’universo giuridico si organizza a partire dalla sovranità, dalla validità e dalla gerarchia normativa. La proliferazione delle normatività sociali sposta l’evidenza di questo centro. Il pluralismo giuridico materializza tale spostamento. Il campo giuridico persiste mediante un ampliamento delle proprie frontiere che conserva la forma sistema. La chiusura riappare come principio implicito di coordinamento.

La necessità della chiusura esprime una condizione strutturale della statualità moderna. Laddove lo Stato produce senso giuridico, delimita un universo proprio attraverso confini normativi, competenze e criteri di validità. La frammentazione acquista efficacia solo quando viene catturata entro un quadro che lo Stato riconosce, organizza e mantiene operativo.

La cultura contemporanea si organizza attorno a questa tensione. I centri perdono visibilità, le gerarchie diventano instabili e gli ordini si sovrappongono. La frammentazione si presenta come esperienza dominante. La chiusura assume forme meno evidenti, più differite e più difficili da localizzare.

Tarantino occupa una posizione precisa in questo paesaggio hollywoodiano. Il suo cinema non celebra la dissoluzione del sistema né ambisce a essere il free jazz della settima arte. Lavora sul suo limite. Mostra un mondo che funziona senza un centro immediato e si completa attraverso un’operazione successiva. L’esperienza frammentaria convive con una chiusura che non si impone più come legge iniziale, ma continua a operare come condizione.

Questo parallelismo non suggerisce un’identità tra il cinema mainstream e il diritto moderno. Indica un’omologia strutturale. Entrambi producono mondi, affrontano la frammentazione e conservano la necessità della chiusura per sostenere l’intelligibilità.

Comunque, questa constatazione non conduce a una difesa dell’ordine classico né a una nostalgia del centro perduto. Consente di descrivere con maggiore precisione la forma in cui i sistemi contemporanei continuano a operare.

In questo spazio si gioca la politica del senso contemporaneo. La questione consiste nell’identificare quale tipo di chiusura renda possibile che un mondo continui a funzionare quando la piramide giuridica o il cammino dell’eroe non sono più provette chiuse. È lì che il cinema di Tarantino e il diritto contemporaneo si incontrano come espressioni differenti di una medesima condizione strutturale.

Senza categoria

Lascia un commento