LA SIGARETTA PIÙ BUONA

SAVERIO FATTORI

È il 31 dicembre del 1986, tardo pomeriggio. Il bar del Ponte della Bastia è posto in posizione strategica, giri prima del ponte a sinistra e vai a Filo, verso il Mezzano e le Valli di Comacchio, prosegui per la Statale Adriatica verso la riviera, mare bruttino ma tanta fica, ti infili a destra e sprofondi nella Romagna dell’entroterra, misteriosa, difficile da codificare: i romagnoli in cosa si differenziano dagli emiliani? Domanda assurda, con mille risposte inutili. Quando si fa filosofia sul carattere degli abitanti di queste terre ogni descrizione di destreggia tra l’affabilità, la cialtroneria, e la cupezza, restituendo in ultima analisi una specie di essere umano simile a un parallelepipedo che alterna superfici spigolose e nette ad altre tondeggianti. Sta di fatto che da sempre quello che viene descritto come il più simpatico della classe, il più simpatico dell’ufficio, il più simpatico del bar, è un individuo abietto e destinato ad autodistruggersi lentamente tra gli applausi e le risate di un pubblico intorpidito.

Il bar a metà degli anni Ottanta il bar della Bastia è popolatissimo, frequentato da anziani con un piede nella fossa e da fauna selvatica giovanile con cattive abitudini. Un gruppo di ragazzini staziona nella zona dei videogames, hanno tra i sedici e i diciassette anni, col motorino è un viaggio lunghissimo arrivare da Molinella fino lì, ma devono comprare il fumo per la festa dell’ultimo dell’anno. Hanno preso una sbaraccata di freddo dalla quale ancora non si riprendono, nasi che gocciolano e mani congelate sui termosifoni, ma il cioccolato spagnolo è un richiamo troppo forte, ha una mitologia tutta sua. Il galoppino che li intrattiene in attesa del pusher ufficiale è di Massa Lombarda. Perché “lombarda”, cosa c’entra con la Romagna? Altra domanda inutile. Forse in qualche biblioteca comunale nel libricino scritto e auto stampato da un sedicente storico locale troverete risposte affascinanti che al momento mi sento di ignorare. Il buffo galoppino ha i capelli lunghi dietro e una giacca militare con tanto di gradi. Lo chiamano Il Freak. Continua a grattarsi all’altezza delle palle e inizia a illustrare una sua teoria sulla sigaretta migliore del mondo. Dice di non farsi fregare dai film e dalle cazzate. Non è vero che la sigaretta più buona è quella che ti accendi a letto dopo che hai scopato una figa. Dopo che ha scopato un uomo non ha voglia di niente. E quando non hai voglia di nulla al massimo sei sereno. Di certo non felice. E quando sei giovane del concetto di serenità non te ne frega un cazzo.

La sigaretta più buona, quella della piena felicità è quella che ti accendi dopo che ti sei fatto una pera, una pera di eroina. Solo in quel momento estrae una Marlboro da un pacchetto sdrucito e la incendia con uno zippo che puzza di inferno, dà una boccata, strizza gli occhi, poi li fissa uno per uno, ha occhi azzurrissimi, di un azzurro chiaro sbiadito che per poco diventa bianco, la pupilla è a capocchia di spillo, due spilli che sembrano pungere i gazzini in punti molto sensibili. Lo guardano senza capire quasi nulla delle sue parole. Eppure, da qualche parte del cervello colpiscono. E di botto il loro cervello si dimentica della figa, del cioccolato spagnolo, e della festa dell’ultimo dell’anno. Il tipo con il fumo tarda, in un primo tempo il galoppino li rassicura, poi la barista lo chiama al telefono a gettoni che sta sotto il tabellone con la classifica del campionato provinciale di boccette. È un gioco popolare, tutto di mano, proletario, senza il lusso e l’enfasi della stecca, nessun Paul Neuman all’orizzonte. I ragazzini adesso non hanno più freddo ma sono presi da certi pensieri negativi. Qualcosa è andato storto di sicuro, un Capodanno senza fumo non è un Capodanno. Ma Dino si sta rigirando in mano il pacchetto di Marlboro come fosse un dado. E gli altri lo fissano. La sigaretta più buona… quando Il Freak torna sembra arrabbiato, è arrabbiato con il tipo che doveva portare il cioccolato spagnolo, dice non si fa così, lui si gioca la credibilità, non è questo il modo. Pare che qualcosa nella catena della distribuzione si sia inceppato, il galoppino parla di una retata degli sbirri al bar della stazione di Bagnacavallo, se volete sapere perché un paese di chiama Bagnacavallo trovate un maledetto storico locale, io non ne so nulla, i ragazzini invece sanno bene che le retate sun rapimentogure retoriche immaginate, ma non sanno come reagire a quella sporca menzogna, alla delusione s’affaccia una rabbia intrappolata, il galoppino è uno che è stato in galera, si dice per una rapimento legato a gente di via, gente terrona, gente pericolosa. E quando i reati non sono legati al solito spaccio di droga, la faccenda si complica, dono delinquenti veri quelli, ed è meglio stare in difesa e guardarli alla televisione. Però credere alle retate dell’antidroga è un po’ come credere agli unicorni. Forse era meglio fermarsi ad Argenta, ecco cosa iniziano a pensare i ragazzini, una prostituta vende corpo e fumo lungo l’argine del Reno, ma è tutto scadente, sia il corpo, gelatinoso e sfatto, che l’hashish, il mediocre giallo libanese buono per i giorni feriali ma insufficiente nei giorni da celebrare, siano ricorrenze religiose o laiche. E poi ricordano ancora un pacco recente rimediato dalla meretrice del Reno, un nero marocchino reclamizzato come droga raffinatissima a ventimila lire al grammo ma dagli effetti blandi. Il nero marocchino richiede una buona manualità, non si tratta di scaldare il caccolo sul palmo della mano stando attenti a non bruciarsi, e di mischiarlo al tabacco per poi rollarlo, no, il nero ha la consistenza del pongo e va strofinato fino a farne un sottile vermicello che percorrerà tutto il segmento della canna, accoccolato al tabacco. Ma dopo due giri al parco della stazione i cinque ragazzini si erano guardati in faccia, aspettando un’epifania che tardava ad arrivare, Dino che aveva procurato la bazza aveva iniziato con un rosario di Adesso sale. Adesso arriva. Ma non era salito quasi nulla, e il cervello era rimasto disgraziatamente pulito. Era lui il garante di questo fallimento, il capo branco che perdeva credibilità e che doveva cercare la riabilitazione al Ponte della Bastia vantandosi di conoscere questo Freak, uno che conosceva anche i mafiosi terroni. E invece stava finendo così, mestamente, ai piedi del Capodanno. Niente figa, niente fumo. Niente di niente.

E come se il Freak improvvisamente si fosse reso conto di un momento di sbandamento nella gerarchia dei cinque ragazzini incollati alle sedie che di solito sono occupate dai vecchi che guardano le partite di boccette, abbozza un sorriso indecifrabile e con un cenno chiama da parte Fabietto, ignorando volutamente Dino che infatti si incupisce. I due escono al gelo, come se la comunicazione fosse davvero preziosa e riservata. Da dentro il gruppo scruta i movimenti, poi i due spariscono dalla visuale, Fabietto è un bel ragazzino biondo, muscoli tondi, sembra americano, troppo timido per le ragazze ma è pronto a sbocciare da un momento all’altro, avviato a una vita sentimentale che si prospetta felice sul lungo termine. Si dice che in carcere si prendano malattie e cattive abitudini sessuali, il cattivo pensiero di Fabietto molestato dal Freak si affaccia. Quando tornano pieni di freddo lo sguardo di Fabietto è difficile da interpretare, come se il cervello fosse uno straccetto tirato da una parte e dall’altra da un branco di cani affamati di diversa razza e dimensione. Ma poi ogni cane ha il suo pezzo di stoffa e arriva uno stato di quiete. La quiete è un sorriso ambiguo, quasi da busone, ricorda una canzone che fa Paolo Paolo pa Paolo maledetto. Un sorriso tra l’imbarazzo e la paura. Fabietto ha un pugno chiuso e tremante, è la mano destra, la sinistra massaggia col nervoso la coscia fasciata dai Levi’s 501 originali. Il Freak è alle sue spalle, mani incrociate, nessun altro adulto del bar è interessato alla scena, sono immersi tutti in una bolla impermeabile ad altri mondi. Anche il tempo si è fermato. Fabietto tiene quattro involucri di stagnola, sono sottilissimi, raffinati, non è la consistenza volgare del fumo, però qualcosa contengono, nella tasca del piumino un cartoccio da salumiere custodisce quattro siringhe sottili come i saraghi che pescava col babbo dal molo di Porto Corsini fino a pochi anni prima. C’è di sicuro di mezzo la proiezione della sigaretta più buona del mondo, anche più buona di quella che si fuma dopo aver scopato. Anche se a vederli così sembrano cinni che la figa l’hanno vista solo in foto. A Fabietto della figa non frega nulla, frega nulla di nulla, qualcosa di speciale gli sta salendo al cervello, una nuvola che lo rende allo stesso lontanissimo dai fatti della vita e invischiato fino al collo, adesso ha una pacificazione stampata in faccia che nessun pittore saprebbe rendere. Non resta che accendersi la Marlboro più buona di sempre. La prima di tante.

Il Freak, al secolo Gianni Lacerenza, il 31 marzo del 1987 fu trovato morto nel cesso del bar della stazione di Bagnacavallo, il barista gli aveva negato le chiavi, ma lui aveva scassinato la serratura, overdose, nessun mistero, a parte quello di come aveva potuto trovare ancora una vena praticabile.

Dino Ripamonti era un bravo operaio, meccanica di precisione, nell’aprile del 1989 era già caporeparto, unico vizio quello per gli impianti stereo, sulla sua Fiat Uno Turbo montava un impianto Technics con tanto di casse poste del bagagliaio. Quando la sieropositività lo rincorse fuori tempo massimo perse la ragione, ricominciò a farsi come non si era mai fatto, si trasferì in una casa occupata a Bologna e si mise in affari con un transessuale senza pappone, il trans si appartava e Dino arrivava a derubarlo, fingendo di derubare anche il brasiliano. Nessuno denunciava. Quando morì al reparto infettivi di Bologna Dino pesava 39 chili braccato e messo all’angolo dal virus fascista e bacchettone.

Fabietto, Fabio Ripamonti, morì in un incidente stradale la notte di Capodanno del 1992, la transizione dall’eroina verso alcool e cocaina era sembrata di tutto vantaggio, ma lo aveva reso più spregiudicato alla guida della berlina tedesca che papà gli aveva passato appena patentato. Le due ragazze morte nell’incidente con lui erano bellissime, di quella bellezza che la morte non dovrebbe premettersi se avesse un minimo di decenza.

Gianni Frascari, dopo essere scappato più volte dalla più nota tra le comunità di recupero, aveva convinto i genitori di essere redento, dopo avere acquistato a credito trenta grammi da eroina a credito da uno zingaro si era chiuso in casa, non aveva spacciato nemmeno un ventino e quando si era reso conto del debito la paranoia lo aveva assalito, il padre, guardia giurata, non si sarebbe più perdonato di non aver custodito meglio la pistola in dotazione.

Franco Bernardi una volta ripulito lavorava nell’azienda agricola dei genitori, al bar andava di rado, lo chiamavano il fattore, oppure il fattone, per ricordargli l’antico vizio. Un giorno di agosto dopo una manovra incauta tra il suo campo e l’argine di un canale di bonifica era rimasto schiacciato dal suo trattore Same, la foto su Il Carlino Bologna era datata, fatta ai tempi in cui era fattone, e non fattore.

Il quinto disgraziato è sopravvissuto con poche soddisfazioni per sé e per gli altri, scrive roba che non interessa quasi a nessuno e non dà reddito.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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