L’EMERGERE DEL FATTUALE E LA RESISTENZA DELLA RAGIONE: SULLE TRACCE DI TARANTINO
JACOPO VOLPI
1. Questo breve scritto non coltiva il desiderio di esprimere un’opinione definitiva su un problema spinoso, controverso, continuamente suscettibile di discussione e di critica. Cercando di trarre piccoli spunti di analisi da alcune opere cinematografiche tarantiniane, vuole solo provare ad abbozzare una prospettiva, a tracciare uno scorcio di riflessione su una questione, a veder bene, significativa, e con la quale può accadere, sovente, di rapportarsi. Mi riferisco alla evidenza o emergenza del fattuale, all’ipotesi dell’affiorare, incontrollato, di una dinamica sulla quale non abbiamo, tragicamente, potere o capacità (se non flebili) d’azione, su cui non si può esercitare un controllo che possa dirsi concreto e tangibile. Del resto, può accadere che una certa situazione non ci soddisfi né ci aggradi, eppure si è costretti ad accettarla, a prenderne (malinconicamente) atto; o che un evento si manifesti, e poco o nulla si possa fare per ‘tamponarlo’ o – fuor di metafora – limitarlo. Tale dinamica può riguardare – pur nelle ovvie differenze che li contraddistinguono – sia fatti naturali, che fatti sociali e culturali, o entrambi nella loro peculiare congiunzione.
Non vi è dubbio, infatti, che, se il nostro corpo venisse intaccato nella sua sfera organico-biologica, tale incidenza verrebbe subito ricondotta ad una dimensione, diremmo così, ‘naturale’: un breve malanno, una malattia di medio o lungo termine, o, ancor peggio, una patologia grave, rappresentano alcunché di ‘naturale’, in cui la forza del ‘biologico’ fa emergere, con tutta schiettezza, la sua fattualità. E la sfortuna che colpisce una persona nella malattia non è facile da accettarsi in forma razionale o ragionevole – e genera tormento –, a meno che (ma anche questa opzione potrebbe non essere sufficiente) non si decida di percorrere una traiettoria di matrice teologico-finalistica. Se invece ci si accorda ad una dimensione esclusivamente incardinata entro un orizzonte immanentistico (lato sensu inteso), risulta difficile poter attribuire, realmente, una ‘volontà’ o una teleologia a tutto quell’insieme di fenomeni che siamo soliti ricondurre alla sfera del ‘naturale’.
Ma oltre alla ‘minaccia’ del biologico, si manifestano, nella vita – degli individui, come delle società –, episodi al confine fra il naturale e il social-culturale, in cui la radice degli eventi si pone sulla frontiera tra la cosiddetta agency umana (con i suoi difetti intrinseci e i suoi limiti estrinseci) e il decorso di uno sviluppo naturale: sono ciò che, nel senso comune quotidiano, ad esempio, si definiscono ‘disgrazie’, o ‘sventure’, che dir si voglia. La “dis-grazia” è il ‘ponte’ che consente di prendere atto che anche là dove subentra il fattore sociale e storico-culturale, si ha a che fare, in ogni caso, con lo scontro, inevitabile, col fattuale, il quale ci pone dinanzi, nella sua crudezza e virulenza, la necessità di accettare l’accaduto. Il dispiegarsi di questi fenomeni è invero molteplice, a seconda che il fatto naturale, o quello sociale, siano più o meno preponderanti. Vi sono, quindi, da un lato, le calamità (naturali, appunto), ma, anche, dall’altro lato, le catastrofi (accidentali), in cui pur l’umano contribuisce con la sua poca perizia o scarsa negligenza (individuale, politica, sociale).
2. Ma il fattuale concerne non solo la sfera del ‘naturale’ o l’ambito, diremmo così, del ‘natural-sociale’, ma anche il terreno del social-culturale, quel contesto che riguarda esclusivamente (quantomeno su un piano di astrazione) l’essere umano quale soggetto che opera nella storia e nella società – al netto, chiaramente, delle influenze ambientali e organiche. Azioni storiche e sociali degli uomini che possono bensì perseguire esigenze cooperanti e positive, ma, altresì, conflittuali e negative, quando le istanze valoriali sono sospese per restituire alla forza e alla potenza un margine di operatività illimitato. Esempi eclatanti di tali ultime dinamiche si hanno allorché l’essere umano si lascia trascinare – al di là delle regole (individuali, sociali, giuridiche) e di tutto ciò che appare deontologicamente determinato – da quell’abisso che talora lo attraversa, da quella pulsione indeterminata e informe che può portarlo a compiere gesti inconsulti o inaspettati, e lo proietta verso condotte intollerabili o ingiuste. E tali condotte potranno, sì, essere sanzionate – socialmente o giuridicamente –, ma una volta compiute si sono realizzate: così, chi le ha poste in essere deve riconoscerle ed ammetterle, e chi le ha subite dovrà tentare di accettarle, in un groviglio esistenziale che mai offrirà pace interiore. All’esito di queste ipotetiche dinamiche di ammissione e di riconoscimento, scaturite da episodi ‘polemici’ e ‘litigiosi’, può svilupparsi un confronto segnato dallo scambio e dal dialogo, ma possono altresì generarsi dinamiche estreme di conflitto, che, con il loro acutizzarsi, possono condurre a ipotetiche forme (endemiche e immobilizzanti) di stasis. In tal caso, nessuna forza di reazione istituzionale sembra capace di arginare l’emergere del fattuale, e ad un fatto può solo seguire un altro fatto, in un nesso causale pragmaticamente e psicologicamente determinato.Ed è questa – mi sembra di poter notare – la collocazione e l’orizzonte prospettico in cui si situano gli episodi tarantiniani: nel passaggio in cui il reciproco e positivo riconoscimento non trova uno sbocco risolutivo e soddisfacente, e si genera un circuito, autodistruttivo, contrassegnato dalla immanente persistenza del conflitto.
3. Allora, il fattuale si alimenta e si nutre di se stesso, come vuole raccontarci, appunto, Quentin Tarantino in opere cinematografiche celebri, come nei due volumi di Kill Bill (2003 e 2004), o in The Hateful Eight (2015). Il fatto che si nutre del fatto è, qui, ad esempio, la vendetta, decorso spassionato, deprivo di regole orientative, che viene nutrito, ‘alimentato’, fino all’approssimarsi dell’epilogo, sperato e insperato al contempo, che è la distruzione totale dell’ambiente e delle relazioni che circondano i personaggi, conducendo al loro integrale annichilamento.
In questa prospettiva, anche le istituzioni giuridiche divengono – ad esempio nelle parole di Oswaldo Mobray, il ‘Nuovo Boia di Red Rock’ (nel già citato The Hateful Eight, e nel film impersonato da Tim Roth) – una gracile soglia, una coltre sottile volta ad occultare la semplice e chiara esigenza di vendetta, che si alimenta solo di se stessa e del fatto a cui deve rispondere. Il Boia diviene il tenue confine con cui la violenza diventa diritto, ma che invero svela con evidenza la forza centrifuga che alimenta il desiderio di rispondere alla spietatezza del fattuale attraverso un ulteriore fatto, altrettanto spietato. L’attività del Boia (quest’ultimo portavoce, nell’opera, della giustizia ‘giuridica’) diviene il fatto immerso nell’anestetico dei valori, e ne esce più ‘mansueta’, più ‘appetibile’, e meno evidente nella sua (apparente) fatalità. Il ciclo della vendetta, invece, aspira a restituire il nesso causale alla sua portata concreta, per designare un mondo in cui i valori sono estromessi, e la potenza del fattuale possa esprimere tutta la sua, vorace e autodistruttiva, violenza nuda, in cui natura e cultura si annullano, e il fatto è liberato da ogni sostrato ‘innocuo’ che lo limiti nella sua percezione sociale, per sprigionare l’univocità del suo essere. La ricerca della vendetta, per Beatrix Kiddo (impersonata da Uma Thurman), la protagonista di Kill Bill, non è solo vendetta fine a se stessa, ma è restituire alle cose del mondo il loro posto necessario, per riconfigurare l’ordine dei fatti nella loro ‘pulsione’ più misteriosa e insondabile.
Non è, dunque, soltanto questione di ‘giustizia di frontiera’ – come fa emergere Mobray nel confronto dialettico con John Ruth (Kurt Russell), il cacciatore di taglie rappresentante, in un certo senso, della ‘giustizia civile’ (ancora in The Hateful Eight) –, ma è anche l’urgenza (quasi pulsionale) di rassegnare le dimissioni dinanzi all’incapacità di rispondere con metodi razionali a fenomeni ed eventi irrazionali. E cosa vi è, in effetti, di più ‘irrazionale’ di un fatto, che avviene perché avviene, e che si compie per il solo fatto (appunto) che si compie, emergendo dalla contingenza. La risposta, pertanto, non può che avvenire sullo stesso terreno, come i personaggi di Tarantino sembrano sapere piuttosto bene, nonostante vi sia l’esigenza di ancorarsi – per i soggetti ‘in scena’ – ad una normatività legale che sia in grado di confondere i piani (sul piano strategico), o la necessità – per il pubblico – di restituire un orizzonte di senso all’intricato diramarsi di eventi violenti e incontrollati (prima del dispiegarsi della catastrofe).
E quando le voci della ragione si stagliano, quando il dialogo prende corpo, in alcune opere del cineasta statunitense sembra emergere il difetto, intrinseco, della parola, che non riesce a sanare la situazione, che non è in grado di lenire; il logos che non pone rimedio al factum e alle forme con cui si esibisce e brutalmente si espone. Il fatto irrazionale (a-razionale?) non può essere domato con il privilegio del dialogo, e il gioco, pertanto, si consuma sulle abilità apprese, sulle mosse strategiche introiettate per rispondere al male del mondo e all’apparire del tragico – si pensi alla capacità con cui Beatrix Kiddo (in Kill Bill, Vol. 2) riesce ad uscire dalla bara, in cui era stata sepolta viva da Budd, grazie al metodo del ‘pugno delle cinque dita che esplodono’ insegnatole dal Maestro Pai Mei; o alla abilità con cui la stessa Kiddo (stavolta in Kill Bill, Vol. 1) si svincola dal rischio della violenza carnale, nel frangente in cui si libera dallo stato di coma. Kiddo agisce nel circuito della violenza, vi opera dall’interno, è eroina, ma anche antieroina (poiché agisce sul crinale che divide giustizia e ingiustizia, confondendole), prosegue indefessa, e dà corso alla sua vendetta.
4. Nel delinearsi del limite sancito dal fattuale l’essere umano vive costantemente, ancorché da questo possa talora svincolarsi, opponendo una resistenza che si appella alla forza della ragione, esistenzialmente vissuta ed eroicamente esercitata. Ragione che, in prima istanza, non sembra capace di rappresentare un valido baluardo dinanzi al concatenamento invincibile della spirale negativa con cui, in determinate circostanze, i fenomeni si sviluppano, ma che, in seconda istanza, trova la propria modalità di opposizione in forme di resistenza che persistono nella pervicace volontà di affermare un orizzonte segnato dalla argomentazione e dalla ragionevolezza – quella ragionevolezza che Tarantino fa alle volte affiorare dai suoi personaggi, e che si alterna ai moti inquieti delle esigenze della sopraffazione (o, diversamente, alle dinamiche della reazione dettata dall’offesa alle proprie, personali, sfere vitali). Non già, dunque, la ragione isolatamente considerata, ma la forza della ragione che persiste, aprendo varchi razionali nel terreno della distruzione incontrollata. Allo stesso tempo, la ragione – preventiva (e operante ante-factum) o lenitiva (e agente post-factum) che sia – ha, nondimeno, dei limiti strutturali; e allora l’essere umano, sembra rammentarci Tarantino, è invitato ad ammettere, con tragica disperazione, che all’episodio fattuale, in alcuni frangenti, nulla o poco possa opporvi, e sia costretto suo malgrado ad accettarlo, pur nel rifiuto, emotivo ed esistenziale, di conferirgli una ragione, un senso, che pur nel fatto non vi è, né prima né dopo, giacché, altrimenti, non sarebbe ciò che comunemente denomineremmo, crudamente e banalmente, ‘fatto’. E allora, gli scorci di riflessione che alcune opere tarantiniane ci offrono, sembrano voler primariamente evidenziare anche questa alternanza: l’avvicendarsi, nella società, fra l’emergere del fattuale, che segna orizzonti apparentemente invincibili, e la possibilità di dischiudere spazi di riconoscimento normativo e di positiva costruzione sociale e intersoggettiva. Alternanza in cui si gioca il senso della convivenza e il rapportarsi pacifico della società, a cui ciascuno di noi può contribuire, nei limiti delle forze tracciate, ma anche seguendo orizzonti che trovano nelle forme di resistenza individuale e collettiva sbocchi concreti per immaginare dimensioni altre e nuove possibilità.
CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Endoxa gennaio 2026 Jacopo Volpi Tarantino
