L’ESISTENZA COME CONTO APERTO: KILL BILL E LO SPIRITO DELLA VENDETTA

ENRICO PALMA

La vendetta è un piatto che va servito freddo. È questa l’epigrafe di Kill Bill, il “quinto” film di Quentin Tarantino. Un’epigrafe delle più classiche, in effetti, un adagio che si sente spesso ripetere in occasione di un comportamento o di un progetto vendicativi su qualcuno o su qualcosa. Sul perché, poi, questo piatto vada servito freddo, e perché, in aggiunta, proprio un piatto, si potrebbe discutere lungamente. Sul piatto ci viene in aiuto il Vangelo di Marco, quando si racconta della testa del Battista servita a Erode su un piatto d’argento, da cui appunto il conseguente detto. Ma la freddezza del piatto della vendetta è un’altra faccenda. La vendetta, infatti, non è un piatto servito caldo, preparato da poco, fresco di cottura. È un piatto che necessita del suo tempo, che per sortire la propria efficacia ha bisogno di una seria, lunga e ponderata riflessione. Il piatto della vendetta è un piatto razionale, nel senso del calcolo meditato, che non lascia fuori posto nessun dettaglio, che si compie nella più perfetta delle previsioni, con un metodo implacabile e una logica ferrea. La vendetta è la freddezza della ragione, che in quanto tale, e proprio perché tale, va servita a chi o cosa ne è il destinatario prescelto. In modo che, quando arriva il momento, quando dal piano razionale si passa a quello pratico, alla dimensione applicativa, non si ha alcuna esitazione, nessuno scrupolo che ne impedisca la realizzazione, la mano che tiene il piatto non trema, sicura della propria risoluzione. Non c’è perturbazione emotiva nella vendetta servita fredda, bensì la concretizzazione assoluta di un obiettivo. Che è fare giustizia.

In Kill Bill, in realtà, piuttosto che di piatto si dovrebbe parlare più propriamente, anche per restare fedelmente alla sua estetica abbagliante, di lama fredda, poiché è con le spade da samurai (le leggendarie spade forgiate con l’acciaio e la maestria insuperabile di Hattori Hanzō) che la procedura della vendetta della protagonista, Beatrix Kiddo, alias la Sposa o Black Mamba, si compie passo dopo passo, vittima dopo vittima. Ed è sul filo di tale lama che in tutto il film, e più in generale per il concetto di vendetta, si regge la giustizia della vicenda.

Nonostante la sopraffina regia e la stupefacente inventiva di Tarantino nel creare trame memorabili e situazioni tra il grottesco, il paradossale e il tragicomico (elementi che, eccettuato forse l’immancabile componente splatter, avrebbero certamente suscitato l’apprezzamento di Kafka), il plot di Kill Bill è assai semplice. Ridotta veramente all’osso, si tratta della storia di un amante ferito che si vendica di colei che gli ha fatto del male con una reazione sproporzionata, e della vittima che si vendica a propria volta, di lui e di tutti coloro che vi hanno partecipato. Una storia, quindi, di cuori spezzati in cerca di risarcimento e giustizia, come accade in quasi tutte le relazioni che si rompono e che non finiscono in modo piacevole.

Uno dei meriti indiscussi di Tarantino, del resto riconosciuti dalla folta schiera di critici e ammiratori, è creare film certamente dal forte impatto visivo ed emotivo, pieni di crudeltà ed efferatezze, ma direi, forse ancora di più, di portare i sentimenti e i comportamenti umani alle loro conseguenze più estreme, per mostrarne la verità. Perché, innegabilmente, l’essenza dell’umano che Tarantino ci consegna è tutt’altro che edificante, con tutta quella serie di villain o cattivi rappresentativa della sua natura, e basti pensare forse ai due più affascinanti e memorabili dei film più recenti, il colonnello Hans Landa o il negriero Calvin Candie, esempi paradigmatici di profittatore, razzista, violento, feroce, subdolo, malvagio. Poiché c’è una parte di loro in ogni umano, che va tenuta a bada. Il cinema di Tarantino è infatti, per dirla con un sempre efficace Nietzsche, al di là del bene e del male, oltre ogni morale e moralismo. E questo, ovviamente, mi pare il caso anche di Kill Bill, dove la vendetta, invece che essere deprecata e scoraggiata, come tutta la retorica contemporanea dei buoni sentimenti sta affermando sempre più convintamente, va sostenuta. Nel film, infatti, tutti i personaggi, responsabili o no di ciò che è accaduto a Beatrix, si schierano dalla sua parte, affermando sinceramente e convintamente che quella donna merita la sua vendetta. Che, insomma, la sua vendetta sia giusta, che deve proseguire senza fermarsi, fino a raggiungere l’obiettivo e la pace interiore.

Se si fa un passo indietro rispetto ai fatti, per riflettervi in modo più analitico e soprattutto oggettivo, ogni istanza raffigurata da un personaggio ha una propria ragione valida. La dinamica nella sua verità la si scopre nella conclusione, nel face to face capitolo finale del film, in cui dopo lunga attesa, omicidi, lotte e fiumi di sangue versato, Beatrix e Bill si incontrano nella casa di lui, dove la donna apprende che sua figlia B.B. (forse le iniziali di entrambi?) è sopravvissuta alla strage di Pasadena e che adesso vive con il suo ex-amante ed ex-capo. Beatrix aveva ferito Bill al cuore: per tre mesi, egli dice, aveva sofferto terribilmente in una insopportabile agonia, per il fatto di aver creduto che Beatrix, la sua favorita, fosse caduta nella sua ultima missione. Invece, con sua grande e comprensibile sorpresa, non soltanto Beatrix è viva, ma aspetta un bambino di cui lui è il padre e sta sposando un altro, insignificante uomo, con il desiderio di cambiare vita e di diventare una madre fuori da ogni pericolo. Bill, dunque, ha tutto il motivo per ritenersi distrutto da questa situazione, ha ragione se vuole perseguire un progetto di vendetta. È un killer, le ricorda, e cos’altro ci si poteva aspettare da lui? E infatti, come ribadisce a Beatrix seduta dal lato opposto del tavolo, ha reagito con una rappresaglia sproporzionata (overreacted).

All’inizio, in modo subdolo e coerentemente vendicativo, Bill sembrava comprendere le ragioni di Beatrix, dava l’impressione di perdonarla. Ma è esattamente in questo punto che si concretizza l’essenza della vendetta: essa si origina, monta e si risolve nella chiara consapevolezza che un dolore, inferto ingiustamente, non può restare impunito, che l’altro deve subire un torto almeno di pari entità, ancora meglio se maggiore, per affermare la giustezza della propria posizione e la personale supremazia. Bill ha reagito secondo la sua natura, da killer, uccidendo Beatrix e tutti coloro che le erano divenuti cari e con cui si accingeva a iniziare una nuova vita.

L’opinione comune, la prudenza caratteriale, persino la malriposta idea di una superiorità morale, indurrebbero a ritenere che Bill si sia lasciato andare alle passioni, che ne avrebbero compromesso e destabilizzato la ragione. Avrebbe dovuto capire e perdonare, anche se Beatrix gli aveva effettivamente fatto un grave torto, fuggendo dal suo passato e dalla vita precedente – i quali, adesso che sarebbe diventata madre, le mettevano una paura insostenibile – e persino nascondendogli il fatto che fosse viva e che portasse in grembo sua figlia. Se ci si pensa seriamente, sine ira et studio, pur comprendendo le ragioni di Beatrix, la sua necessità e la sua ansia verso il futuro, il suo è stato un egoismo imperdonabile. Ha realmente ferito a morte Bill, il quale, anche dal suo canto, meritava una vendetta. Ma è stata, come detto, una vendetta all’insegna della sproporzione. E questo è stato il suo errore. L’essere andato oltre la misura. Uccidere Beatrix, e così anche la bambina, e con lei uccidere tutti i suoi sodali, portando con sé tutto il resto del suo gruppo di assassini.

Cosa dire, allora, di Beatrix? Dal momento del suo improvviso risveglio, la sua esistenza assume un solo senso possibile, dopo aver vissuto 4 anni in stato comatoso in un ospedale, vittima degli stupri sistematici dell’infermiere che avrebbe dovuto assisterla e prendersi cura di lei: vendicarsi di Bill. Anzi, più precisamente, la sua esistenza diventa esattamente Bill. Se si tiene a mente per un istante il significato di bill in inglese, e cioè conto, la vita di Beatrix diventa proprio questo: un conto che può vantare sulle persone che le hanno fatto del male, da saldare con la loro stessa vita. Kill Bill diventa perciò la storia irresistibile di una Erinni vendicatrice del sangue versato e del dolore subito, il cui obiettivo si riassume nell’estinzione di un conto, che si snellisce sempre di più dopo ogni nome cancellato dalla lista, dal bill, con la sua morte, fino ad arrivare a lui, al Bill in carne e ossa, causa di tutto.

La vendetta, infatti, trae la sua identità da una compromissione originaria di una giustizia basale e fondativa. Tanti sono stati i pensatori che si sono dedicati al tema. Basti qui citare soltanto Aristotele, il quale metteva la vendetta in stretta relazione con la punizione, per poi definirla come l’appagamento di un vuoto generato da un’infrazione al personale senso di giustizia, che può essere ripianato soltanto dal risanamento di tale debito causato dal dolore subito. Forse niente come la vendetta, dal punto di vista stavolta morale e psicologico, mostra quanto sia vera l’idea per cui esiste nell’esserci umano un vero senso della giustizia, il quale si fonda su un altro senso, quello del dolore.

Il dolore che qualcuno o qualcosa arreca, specialmente quando si percepisce chiaramente che esso è senza una giusta causa, prelude di per sé alla ricerca di un ristabilimento interiore, di una gioia almeno di uguale misura che possa ripianarlo. E sono queste le motivazioni intrinseche, è tale la dynamis esistenziale che dirige sia Bill sia soprattutto Beatrix, riassumibile in buona sintesi in tale formula: colui che mi ha fatto del male ingiustamente deve pagare il suo conto. La filosofia di Kill Bill sta tutta qui. Se p allora q. Se dolore allora altro dolore. Un’implicazione inconfutabile.

Beatrix uccide tutti, fa giustizia del suo conto aperto con ciascuno di loro, colpevoli, spinti da Bill, di aver oltrepassato la misura. Beatrix gli aveva spezzato il cuore, e anche se Bill aveva reagito nel solo modo che gli era possibile, ovvero uccidere, aveva superato il limite, dando la morte alla sua amante, e insieme a lei a tutti coloro ai quali si stava legando. Se Beatrix aveva ferito Bill, se quest’ultimo aveva poi agito per ucciderla salvo non riuscirci, il cuore di Bill merita ora di venire fatto esplodere, con la temibile quanto filosoficamente coerente tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita, con cui Beatrix finisce Bill, in una scena di alta densità emotiva e concettuale.

In ogni caso, e questo è un aspetto che giuristi e filosofi del diritto ben conoscono, benché il desiderio di vendetta come desiderio di giustizia sia fondato e legittimo, esso presta sempre il fianco a danni di natura collaterale difficilmente controllabili, cosa che, di fatto, rende la vendetta nelle sue caratteristiche sia concettuali sia applicative così pericolosa e rischiosa. La spirale vendicativa di Beatrix, sulle orme di altri grandi personaggi della vendetta come Edmond Dantès, Shylock o il Montrèsor di Poe (del resto, la scena del seppellimento da viva di Beatrix da parte di Budd ha una qualche memoria proprio della Botte di Amontillado) ha terribili conseguenze, generate da forze che una volta innescate nel loro meccanismo non possono più essere fermate. Prendiamone due: il fiume di sangue versato nel duello tra Beatrix e gli 88 Folli; l’assassinio di Vernita Green davanti agli occhi incolpevoli della figlia Nikki, alla quale Beatrix rivolge apertamente l’invito a vendicarsi a propria volta della madre uccisa se questo, in futuro, le fosse bruciato ancora.

Le relazioni di carattere amoroso, quando finiscono, portano sempre con sé dei danni e dei dolori enormi, di cui si cercano le motivazioni più profonde per liberarsi dal peso di rimorsi, errori e ingiustizie. In generale, questo ha a che fare essenzialmente con l’incapacità di accettare che le cose si rompano, poiché è nella loro ontologia il farlo, e che possano andare male, ignorando quindi, colpevolmente, che la natura più profonda del destino di tale tipo di relazioni, quando giungono al termine per le più svariate delle ragioni, è l’ignobiltà, la codardia e la viltà. E questo è un altro aspetto che Kill Bill mostra molto chiaramente. Il vile egoismo di Beatrix, che lascia tutto, il lavoro, il passato, Bill, per difendere la propria futura vita di madre; la vile e sproporzionata rappresaglia di Bill, che supera il limite sterminando Beatrix e quella che sarebbe diventata la sua famiglia e la sua esistenza a venire. Ma, in tutto questo, nella resa dei conti, è il caso di dire, ad avere la meglio è Beatrix, che, con una mossa formidabile, rintuzza il fendente di Bill rinfoderando la sua stessa spada e neutralizzando di fatto il suo attacco, finendolo subito dopo con la mossa fatidica insegnatale dal leggendario Pai Mei, dritto al cuore, origine e termine di tutto.

Tra i sentimenti fortissimi che questo film struttura ed esibisce, pur nella logica incrollabile e nella glaciale esecuzione della vendetta, non ci si deve meravigliare se Beatrix, alla fine, si lasci andare a un pianto apparentemente contraddittorio, sia prima che Bill si alzasse e facesse i cinque passi verso la morte sia dopo nel bagno della stanza in cui si conclude la storia, alternando lacrime di dolore e di gioia. Dolore per aver ucciso quello che nonostante tutto era stato l’uomo della sua vita; gioia euforica per aver finalmente ottenuto la soddisfazione e l’appagamento tanto desiderati, ricongiungendosi in più con sua figlia. Una liberazione. La giustizia, la cui bilancia evidentemente pendeva dal lato di Beatrix che esce vittoriosa dallo scontro, vale molto di più dei sentimenti. Una giustizia severa, rigorosa, fredda. Kill Bill, allora, come estinzione del debito e vendetta verso un conto aperto, può assurgere a concetto metafisico dell’esistenza, perché, anche se fosse solo il trovarsi doloroso in questa vita come incolpevoli nati e venuti al mondo, è nella sua essenza e nella sua verità una missione redentrice alla ricerca della gioia e della serenità. Qualcosa che, anche in modo meno violento e sanguinoso, può indurre ad affermare il gioioso Thank you con cui Beatrix si congeda dalla sua vendetta, quando giustizia è fatta e tutto è compiuto.

CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

Lascia un commento