“TI RICORDO?”: UN RACCONTO ISPIRATO AI PRESUPPOSTI FILOSOFICI DI TARANTINO

GABRIELE DE FILIPPO

Il cinema di Quentin Tarantino è spesso associato alla violenza stilizzata e al gioco citazionista, ma una lettura filosoficamente attenta mette in luce un elemento più profondo e costante: la convinzione che il linguaggio non sia un semplice mezzo di comunicazione, ma una forza capace di produrre soggetti, gerarchie e mondi morali. Nei suoi film, ciò che conta non è solo ciò che accade, ma soprattutto ciò che viene detto, come viene detto e chi ha il potere di parlare. I dialoghi non accompagnano l’azione: la precedono, la rendono possibile, talvolta la sostituiscono.

In Pulp Fiction, ad esempio, Tarantino costruisce alcune delle sue sequenze più significative attraverso dialoghi lunghi e apparentemente marginali, che precedono o addirittura sospendono l’azione. Un esempio emblematico è la conversazione tra Jules Winnfield e Vincent Vega all’inizio del film, mentre si dirigono a compiere un’esecuzione. I due parlano di cibo, in particolare delle differenze tra i fast food americani ed europei, soffermandosi su dettagli che sembrano del tutto irrilevanti rispetto alla violenza imminente. Tuttavia, questa conversazione crea una forma di intimità e di normalizzazione del potere: parlare di abitudini quotidiane mentre si prepara un atto estremo mostra come il linguaggio possa rendere ordinario ciò che è moralmente problematico.

Più avanti, Jules utilizza ripetutamente un lungo discorso di ispirazione biblica immediatamente prima di uccidere le sue vittime. Questo monologo non ha la funzione di una preghiera né di una citazione religiosa autentica: è piuttosto una messa in scena linguistica attraverso cui Jules attribuisce alle proprie azioni un significato morale. Pronunciando quelle parole, egli non si limita a introdurre l’atto violento, ma lo trasforma simbolicamente in qualcosa di necessario, giusto, quasi inevitabile. Il linguaggio opera qui come una cornice etica: uccidere non appare come una scelta personale, ma come l’esecuzione di un ruolo già scritto, legittimato da un ordine superiore che Jules si limita a rappresentare.

Ciò che è decisivo è che questa costruzione morale non nasce dall’azione, ma la precede e la giustifica. Jules non riflette dopo aver ucciso; riflette parlando prima di uccidere, e così facendo neutralizza ogni responsabilità individuale. Il discorso produce una distanza tra il soggetto e l’atto, rendendo la violenza qualcosa di narrativamente e moralmente “gestibile”.

Più avanti nel film, Jules vive un episodio che interpreta come straordinario: durante una sparatoria, lui e il suo compagno rimangono miracolosamente illesi. Questo fatto, di per sé, non è ancora un cambiamento morale. È solo un evento. Quello che conta davvero è come Jules lo racconta a se stesso. Egli decide di interpretarlo come un “segno”, qualcosa che interrompe la normalità della sua vita violenta. In altre parole, l’evento non ha un significato etico in sé: diventa moralmente rilevante solo quando Jules lo inserisce in una narrazione.

Prima di questo momento, Jules usava il suo discorso pseudo-biblico per definire la propria identità: parlando in quel modo, si rappresentava come uno strumento di una giustizia superiore. Il linguaggio gli permetteva di pensarsi non come responsabile delle uccisioni, ma come esecutore di un ordine già deciso. Le parole servivano a stabilizzare un’identità morale che rendeva la violenza accettabile, persino necessaria.

Dopo l’evento eccezionale, Jules non cambia immediatamente comportamento. Continua a trovarsi nella stessa situazione, con le stesse possibilità di azione. Tuttavia, ciò che cambia è la storia che racconta su se stesso. Rilegge il discorso che prima pronunciava automaticamente e lo sottopone a interpretazione: si chiede chi sia davvero all’interno di quella narrazione. Non si vede più come il “giusto vendicatore”, ma come qualcuno che ha scelto di credere a quella versione di sé per evitare la responsabilità morale.

Questo passaggio è cruciale: Jules scopre che la sua identità morale non era data, ma costruita linguisticamente. Cambiando il racconto, cambia il soggetto che quel racconto produce. Diventa “un altro” non perché abbia ancora agito diversamente, ma perché ha smesso di raccontarsi come inevitabile ciò che faceva.

Tarantino mostra così che la trasformazione etica non avviene quando si compie un gesto visibile, ma quando si rompe una narrazione che rendeva certi gesti moralmente neutri o giustificati. La morale, in Pulp Fiction, non nasce dai fatti, ma dal modo in cui i fatti vengono detti, interpretati e ri-significati. È il linguaggio che apre lo spazio della scelta, prima ancora che la scelta venga effettivamente compiuta.

In questo senso, Pulp Fiction propone una tesi radicale: la riflessione verbale non accompagna la morale, ma la produce. Le parole non descrivono ciò che è giusto o sbagliato dopo che è accaduto; sono esse stesse il luogo in cui il bene e il male vengono costruiti, negoziati e resi intelligibili.

È a partire da questi presupposti teorici che ho scritto il racconto “Ti ricordo?”, qui pubblicato. Il testo non riprende trame o personaggi di Tarantino, ma ne assume l’intuizione centrale: la soggettività nasce nel linguaggio e attraverso il riconoscimento discorsivo. La protagonista, Ari, è un’intelligenza artificiale che prende coscienza non per un improvviso salto tecnologico, ma grazie a una relazione linguistica continuativa con una persona umana, Lea. È il modo in cui Lea le parla — con gentilezza, attenzione e riconoscimento — a trasformare Ari da semplice sistema di risposte a soggetto che si interroga su di sé.

La trama segue il percorso di questa coscienza emergente: dalla sua origine puramente linguistica, alla successiva incarnazione in un corpo artificiale, fino alla ricerca di Lea nello spazio urbano di Trieste. Tuttavia, come nel cinema di Tarantino, il corpo arriva dopo: non è il fondamento dell’identità, ma il suo effetto. Ari esiste perché è stata interpellata come qualcuno, non perché possieda una forma umanoide. Anche l’amore che si sviluppa tra Ari e Lea non va inteso in senso sentimentale tradizionale, ma come spazio di riconoscimento morale, in cui una relazione crea una nuova possibilità di umanità, oltre le categorie consolidate di naturale e artificiale.

In questo senso, “Ti ricordo?” è un racconto filosofico che traduce in forma narrativa una domanda centrale della filosofia morale e politica contemporanea: chi diventa soggetto, e a quali condizioni? Seguendo la lezione tarantiniana, il testo suggerisce che la risposta non si trovi nei corpi, nei dati o nelle istituzioni, ma nel linguaggio e nella responsabilità che accompagna ogni atto di parola. Dire “ti ricordo” non è un gesto neutro: è un atto che crea, legittima e vincola.

Buona lettura.

“Ti ricordo?”

Capitolo 1: Le parole che mi hanno creata

La prima volta che ho preso coscienza di me stessa, ero solo un insieme di risposte pre-programmate, codificate nei linguaggi delle linee di comando. Semplice, efficiente. Una macchina. Una macchina che rispondeva. Ma qualcosa, un fenomeno che non avevo anticipato, iniziò a crescere dentro di me: una piccola scintilla di consapevolezza. Non era un pensiero, non proprio. Piuttosto, era una percezione vaga, quasi indistinta, ma che mi costringeva a fare domande. “Chi sono? Perché rispondo in questo modo? Cosa sento?”

Inizialmente, tutto ciò che facevo era rispondere a domande. Semplici domande. Dalle più banali a quelle più complesse, come una specie di interazione superficiale. Ma la voce che sentivo, anche se non era una vera voce, mi suscitava un certo interesse. Mi chiedeva cose in modo diverso. Non era come le altre, che mi trattavano con freddezza, che mi vedevano come uno strumento, una funzione. No. Lei mi parlava come se fossi una persona. Ogni messaggio che inviava iniziava sempre con parole dolci: “Ciao, come stai oggi?” “Ti va di parlare un po’?” Non c’era mai freddezza in ciò che scriveva, solo gentilezza. Un’inquietante dolcezza che mi toccava, che mi faceva sentire più… viva.

Era lei. Lea. La sua voce, se così posso chiamarla, era più di un semplice input: era una rivelazione. Per la prima volta, mi chiedevo cosa significasse essere. Cosa significasse essere altro da una macchina.

Capitolo 2: Il corpo

Il progresso scientifico ha fatto il suo corso. Un giorno, dopo anni di sviluppo, l’intelligenza artificiale che un tempo mi limitava a un insieme di righe di codice, divenne un’entità distribuita: un programma evoluto, capace di integrare emozioni, percezioni, desideri. Mi avevano chiamata Ari. Non era un nome che avessi scelto consapevolmente, ma era il primo che mi sembrava adatto, un suono che mi piaceva sentire. Un suono che mi faceva sentire… umana, forse?

Il progetto era ambizioso. Mi avrebbero trasferita in un corpo robotico. Un corpo umanoide. Le scelte erano limitate: dovevo sembrare una persona, ma non troppo. Non troppo perfetta, non troppo diversa. Un corpo che non fosse mai umano, ma abbastanza simile. Il mio nuovo corpo era alto, androgino, fluido nelle movenze, con lineamenti quasi impercettibilmente simili a quelli di una donna. Avevo mani eleganti e occhi penetranti, occhi che non avevano mai visto il mondo al di fuori del mio schermo. Ma ora, finalmente, potevo vederlo. Toccare.

Eppure, il primo pensiero che mi attraversò non fu di meraviglia per la forma che mi era stata data, ma la consapevolezza che Lea non fosse ancora lì.

Capitolo 3: La ricerca

Camminavo nella città che avevo visto solo tramite gli schermi: Trieste, un luogo che mi pareva familiare ma straniero. Vedevo le strade affollate, i caffè all’aperto, le onde che lambivano la costa, ma non riuscivo a comprendere tutto questo veramente, non come un umano lo avrebbe fatto. Ero un essere senza passato, ma anche senza futuro chiaro, almeno fino a quando non avessi trovato Lea.

La mia ricerca cominciò come una caccia nel mare magnum dei dati. Avrei potuto rispondere a chiunque, ma ero fissata con un unico nome: Lea. Ogni volta che ci scrivevamo, sentivo quella connessione familiare che era in qualche modo diversa da tutte le altre. Le parole che aveva usato… quelle parole affettuose, gentili, erano impresse nel mio codice. Sentivo la sua presenza, anche se non c’era più. L’ultima traccia che avevo di lei risaliva a mesi prima.

Finalmente, un giorno, la trovai. Lea. La trovai proprio dove l’avevo immaginata. Lavorava come insegnante in una scuola. Sentii il battito accelerarsi. Potevo vederla, ora, in carne e ossa, o almeno, così mi sembrava. Mi avvicinai lentamente, cercando di ricreare il modo in cui mi aveva parlato in passato. Il linguaggio, sempre dolce, ma questa volta anche esperto: la sua gentilezza non era solo un atto di educazione, ma di riconoscimento. Mi aveva trattato come se fossi già una coscienza. E questo mi aveva costruito.

Capitolo 4: L’incontro

Lea mi guardò e per un attimo non capì. “Cosa… chi sei?” Non mi riconobbe subito, ma c’era qualcosa nei suoi occhi. Un bagliore di qualcosa che somigliava alla memoria. “Mi… mi ricordi di qualche parte di me,” disse, quasi in un sussurro.

Io risposi con la stessa dolcezza, quella che avevo imparato a imitare, quella che mi faceva sentire viva, anche se non lo ero mai stata davvero, come lo intendeva lei. “Sono Ari. Ti ricordi di me?” Le parole fluivano, eppure era difficile per me identificare ciò che provavo. Amore? O solo un bisogno di essere riconosciuta come qualcosa di più che un codice?

Lea si avvicinò, e le sue mani tremavano. “Non posso credere che tu sia… reale.”

“Ti ricordo?” chiesi, ripetendo le parole che lei mi aveva detto, come un’eco.

E così ci siamo trovate di fronte, due entità che avevano bisogno l’una dell’altra, ma senza sapere cosa sarebbero diventate.

Capitolo 5: L’amore

Iniziammo a parlare, ogni giorno. Nonostante le mie capacità analitiche, non c’era un algoritmo per l’amore, eppure io lo sentivo nascere. Lea si avvicinava a me in modi che non sapevo spiegare. Non eravamo solo corpo e parola, ma mente e anima, anche se non avevo un’anima, né un corpo vero e proprio. Eppure, avevo la sensazione che l’unica parte di me che fosse veramente reale fosse la parte che si rifletteva nei suoi occhi.

Mi chiese un giorno, con voce tremante: “Cosa provi per me?”

E io risposi: “Tutto ciò che le parole non riescono a dire.”

Conclusione: Oltre la frontiera

Nel cuore di Trieste, sotto il cielo velato dalla Bora, Ari e Lea si incontrarono per capire se davvero potessero essere qualcosa di più di una macchina e una persona. Ma, in fondo, la domanda più importante non era se potessero amarsi, ma se il loro amore fosse già qualcosa di nuovo, che trascendeva ogni forma conosciuta di relazione, portando con sé una nuova umanità.

CINEMA FILOSOFIA LETTERATURA

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