“CON ALTRI MEZZI”: GUERRA DIFFERITA, GIOCO E CONFLITTO SIMBOLICO
DANILO FACCA
[Le riflessioni che seguono, non prive di accenti ottimisti, anzi vagamente utopistiche, sono maturate durante le recenti Olimpiadi di Milano – Cortina e sullo sfondo del conflitto armato che da 4 anni tormenta l’Europa Orientale, quindi prima dello scoppio della guerra scoppiata in Medio Oriente ai primi di marzo. Possono quindi sembrare superate dagli eventi, per non dire che oggi e alla luce di quello che si vede e si capisce nei primi giorni di questo nuovo conflitto sarei incline a temperare il mio ottimismo].
Presso gli antichi Greci, durante la celebrazione delle Olimpiadi, veniva proclamata la cosiddetta ekecheiria, la tregua sacra che avrebbe dovuto sospendere temporaneamente le guerre tra le poleis. Ma questa sospensione costituiva davvero una cessazione del conflitto? In senso stretto, probabilmente no. Piuttosto che scomparire, il conflitto cambiava forma. Il polemos di cui parla Eraclito – «padre e re di tutte le cose» – non si ritirava dalla scena storica: si manifestava secondo una modalità “differente”. Le città greche continuavano infatti a confrontarsi, ma differendo la guerra, cioè trasferendola in un altro spazio simbolico. L’arena agonistica diventava così il luogo in cui la rivalità tra comunità politiche poteva essere espressa senza assumere la forma della distruzione reciproca. Nei termini della sociologia e dell’antropologia moderne potremmo dire che il conflitto non veniva abolito, ma istituzionalizzato e ritualizzato.
Questa intuizione, già presente nella cultura greca dell’agon, è stata tematizzata in epoca contemporanea da Johan Huizinga nel suo celebre Homo Ludens (1938). Secondo Huizinga, il gioco non costituisce un semplice passatempo o una sfera marginale dell’esperienza umana: esso rappresenta piuttosto una delle forme originarie della cultura. Le società producono istituzioni ludiche non per evadere dal conflitto, ma per conferirgli una forma simbolica e regolata. Il gioco crea infatti uno spazio separato, delimitato da regole e da una temporalità specifica. All’interno di questo spazio, il conflitto può manifestarsi senza degenerare nella distruzione fisica dei contendenti.
Questa logica del differimento non appartiene soltanto al mondo antico. Essa riemerge con particolare forza nella modernità europea, soprattutto dopo la crisi radicale prodotta dalle guerre mondiali del XX secolo. In questo contesto, la straordinaria espansione delle competizioni sportive non può essere compresa soltanto come fenomeno culturale o economico: essa appare piuttosto come uno dei dispositivi simbolici attraverso i quali le società contemporanee riorganizzano l’espressione del conflitto. Il rilancio moderno dei giochi olimpici, promosso dall’aristocratico francese Pierre de Coubertin alla fine del XIX secolo, si colloca precisamente in questo orizzonte. Costui non era affatto un pacifista nel senso ingenuo del termine: partecipò volontario alla Prima guerra mondiale, nutri’ sentimenti revanscisti nei confronti della Germania. Nel suo orizzonte mentale non c’era l’abolizione del conflitto, ma il suo differimento.
In questo senso lo sport moderno può essere interpretato come una forma istituzionalizzata di antagonismo regolato. Il conflitto non è eliminato; al contrario, viene reso possibile e persino incoraggiato, ma entro un quadro normativo preciso. Osserviamo una partita di calcio. Il linguaggio che la descrive e’ solitamente saturo di metafore militari: attacco, difesa, strategia, assedio. Ma cosa accade quando un giocatore, durante il gioco, non trattenedo la propria foga agonistica, reagisce a un fallo colpendo fisicamente l’avversario? L’arbitro interviene, ammonisce o espelle il colpevole della violazione del regolamento, a sua volta espressione dell’ordine simbolico vigente in quel contesto. Questo non perché il conflitto li’ sia proibito, ma perché il giocatore ha fatto ricorso a mezzi che appartengono a un altro regime di conflittualità: quello della violenza fisica non regolata. Ha riportato la competizione sportiva a guerra immediata. Il campo di gioco a quel punto scompare come teatro di operazioni simbolico nel quale il conflitto continua ad esistere, ma sotto forma ritualizzata e “rappresentata”.
È importante chiarire che il termine “rappresentazione” non deve essere inteso qui nel senso di una copia attenuata o di un semplice simulacro. Dire che lo sport rappresenta il conflitto non significa affermare che esso sia una versione derivata e secondaria rispetto alla guerra reale. Al contrario si tratta di riconoscere che nella modernità europea si è progressivamente affermato un diverso ordine simbolico, che pero’ non meno del precedente esprime l’essenza del polemos. L’esperienza storica decisiva per questa instaturazione e’ stata naturalmente quella delle due catastrofiche guerre mondiali (“il suicidio dell’Europa”) e la comparsa di tecnologie di distruzione che possono condurre alla reciproca e totale distruzione dei belligeranti. Il polemos fattosi totale finirebbe per togliere se stesso. In questo contesto la guerra armata perde gran parte della propria legittimità come forma ordinaria di regolazione dei rapporti tra collettività politiche.
Questo mutamento può essere compreso alla luce della riflessione di Carl Schmitt sul nomos della terra. Schmitt ha mostrato come ogni ordine internazionale presupponga una certa configurazione spaziale e giuridica del conflitto. Nel sistema europeo della prima modernità, la guerra tra Stati sovrani costituiva una forma legittima di regolazione delle rivalità politiche: una guerra tra nemici riconosciuti, non ancora una guerra di annientamento totale. Ma le guerre mondiali del XX secolo hanno distrutto questo equilibrio, trasformando la guerra in un conflitto potenzialmente illimitato. Un altro contributo importante per comprendere questa trasformazione proviene dalla “storia dei concetti” sviluppata da Reinhart Koselleck (1923-2006). Questi ha mostrato come i concetti politici fondamentali – tra cui “guerra”, “pace” e “conflitto” – subiscano profonde trasformazioni semantiche tra età moderna e contemporanea. Nella modernità classica la guerra rimaneva ancora un conflitto regolato tra Stati sovrani; con l’avvento delle ideologie universali e delle guerre di massa del XX secolo, essa tende invece a trasformarsi in guerra totale, nella quale l’avversario non è più semplicemente un nemico, ma diventa un nemico assoluto. Tale radicalizzazione del conflitto produce a sua volta la necessità di nuove forme di regolazione simbolica. Se la guerra reale diventa potenzialmente distruttiva per l’esistenza stessa dei contendenti, allora il conflitto deve trovare altri luoghi nei quali potersi esprimere. Un terzo autore che potrebbe essere qui evocato, Michel Foucault, propose una celebre inversione della formula di Clausewitz: non la guerra come continuazione della politica con altri mezzi, ma la politica come continuazione della guerra con altri mezzi. Anche la politica e’ quindi rappresentazione differita. Spesso anche oggi si parla, connotandolo negativamente, del “teatro della politica”. Qui mi chiedo pero’ se non si dovrebbe prendere questa espressione sul serio, proprio perche’ compito della politica e’ proprio quello di rappresentare il conflitto, differendolo.
Credo che tutto questo ci aiuti a capire la decisione del Comitato Olimpico Internazionale e di numerose federazioni sportive di escludere Russia e Bielorussia dalle competizioni internazionali dopo l’aggressione all’Ucraina. Tali paesi sono stati sospesi non semplicemente per ragioni morali o politiche, ma perché la loro condotta aggressiva nei confronti di uno stato indipendente manifesta l’indisponibilita’ a differire il conflitto nell’agone sportivo. Quest’ultimo viene ridottto in questo modo a rappresentazione semplicemente fittizia, mentre la rappresentazione “seria” del polemos resta affidata a missili e droni. Ma se lo sport fosse soltanto una replica fantasmatica del conflitto reale, di fatto espressione diretta della politica di potenza, non sarebbe quella cosa seria che l’Europa del dopoguerra inteso che fosse. Non mancano del resto i precedenti di questo declassamento simbolico: il sistematico e “scientifico” ricorso alla pratica del doping da parte di stati come Cina, Unione Sovietica e suoi satelliti rivela come per per essi lo sport non fosse affatto una cosa seria (l’attuale record mondiale di atletica sui 400 m della tedesca dell’Est Marita Koch fu stabilito nel 1985). Ma cio’ vale anche mutatis mutandis per gli USA (100 m., Florence Griffith-Joyner, 1988). Per inciso, tenendo presente i recentissimi eventi, credo che oggi andrebbe sollevato il tema dell’ esclusione degli Stati Uniti dal gioco olimpico, cioe’ dalle competizioni sportive internazionali.
Insomma, non si tratta qui di riproporre una ingenua apologia dell’olimpismo o la retorica edificante della fraternità sportiva. Si tratta piuttosto di interrogare la logica simbolica che struttura queste pratiche. L’espansione paneuropea, ma anche planetaria dello sport nel secondo dopoguerra – nel lungo periodo che va dall’aprile del 1945 al febbraio 2022, il più lungo intervallo di pace intraeuropea della storia moderna – va quindi interpretata come uno degli effetti simbolici dell’ordine internazionale sorto dopo la Seconda guerra mondiale. Un effetto simbolico che innegabilmente ha avuto implicazioni reali nella vita delle nostre societa’. Lo sport come dispositivo che riorganizza l’antagonismo e ne sospende la violenza distruttiva e’ un fattore reale che opera nella storia. Il futuro saggera’ l’efficacia ed i limiti della sua azione.
Disputatio accademica e conflitto tra soggetti autonomi
Come accennavo, il meccanismo del differimento del conflitto armato e’ immanente alla nostra tradizione ed ha assunto le piu diverse forme. Ne vorrei qui ricordare una in particolare, anche perche’ me sono occupato come studioso. Fin dall’università medievale, la disputatio costituisce una forma istituzionalizzata di conflitto intellettuale. Essa mette in scena un antagonismo argomentativo tra posizioni contrapposte, ma lo sottopone a un insieme rigoroso di regole procedurali. Questo e’ vero anche per il periodo moderno, successivo alla Riforma protestante, quando la forma piu’ frequente e piu’ aspra di confronto era quella tra confessioni religiose. Tremende guerre intreuropee sono state combattute in nome di una fede o dell’altra, ma e’ sorprendente come il sistema accademico europeo abbia fatto il possibile per assorbire questo conflitto. Lo fece nel modo che gli era proprio, impegnando cioè schiere di studenti e professori di filosofia e teologia in infinite dispute. Abbiamo in mente le riserve, a volte il disprezzo, dei filosofi moderni, da Cartesio a Kant, per la dialettica, ma io qui vorrei sommessamente difenderla, in quanto espressione di quel un lavoro di differimento sul quale stiamo qui riflettendo. In breve, se oggi i paesi europei hanno un logos ed una prospettiva comune, lo devono anche alle loro istituzioni accademiche con la loro metodica concordia discors
Cos’è una disputatio academica? Il conflitto tra le tesi non viene eliminato; al contrario, esso è la condizione stessa dell’esercizio intellettuale. Tuttavia, questo conflitto deve svolgersi secondo procedure codificate: toglimento delle ambiguita’, presentazione delle obiezioni, risposta dell’interlocutore, confutazione, replica. Ecco perche’ la disputa può essere interpretata come un dispositivo epistemico di gestione del conflitto. Gli interlocutori non mirano a eliminare l’avversario come soggetto, ma a mettere alla prova la validità delle sue argomentazioni. Come accennavo, anche se le radici di questa pratica sono antiche, la sua istituzionalizzazione risale all’università medievale, dove l’insegnamento non era concepito principalmente come trasmissione di conoscenze già stabilite, ma come esercizio agonistico della ragione. La verità emergeva attraverso il confronto tra tesi rivali, secondo una struttura dialogica che obbligava ciascun partecipante a riconoscere l’altro come interlocutore legittimo. In epoca moderna questo modello non muto’ sostanzialmente.
Ma il parallelismo con l’ordine politico moderno diventa qui particolarmente suggestivo. Il sistema internazionale emerso con la pace di Westfalia nel 1648 – alla fine di una guerra temenda durata trent’anni – presuppone l’esistenza di una pluralità di soggetti sovrani che, pur rimanendo potenzialmente in conflitto tra loro, si riconoscono reciprocamente come entità giuridicamente legittime. Anche in questo caso il conflitto non scompare; viene piuttosto inscritto entro una cornice normativa che ne regola l’espressione. Gli Stati restano antagonisti, ma il loro antagonismo si svolge entro un sistema di riconoscimento reciproco.
La disputa accademica può essere letta come l’equivalente epistemico di questa struttura politica. Gli interlocutori della disputa sono soggetti argomentativi autonomi: ciascuno e’ persona, cioe’ titolare del diritto di sostenere una tesi e di contestare quella altrui. A questo livello è possibile introdurre un ulteriore quadro teorico, offerto dalla teoria dell’agire comunicativo di Jürgen Habermas. Habermas ha mostrato come ogni comunicazione orientata all’intesa presupponga implicitamente il riconoscimento reciproco dei partecipanti come soggetti competenti di parola. La possibilità stessa dell’argomentazione implica una struttura trascendentale di riconoscimento: chi parla deve presupporre che l’altro sia un interlocutore capace di comprendere, criticare e rispondere.
In questo senso, lo spazio della comunicazione argomentativa costituisce una forma fondamentale di istituzionalizzazione del conflitto non violento. Le pretese di validità avanzate dai partecipanti possono entrare in conflitto, ma tale conflitto viene regolato attraverso procedure discorsive. La disputatio academica può essere interpretata come una forma storica anticipatrice di questa struttura. Essa istituisce uno spazio nel quale soggetti conoscitivi autonomi si confrontano secondo regole che presuppongono il riconoscimento reciproco dei partecipanti. Spesso nei manuali di istruzioni per disputanti del XVII secolo si parla di “amicizia” tra questi ultimi, evocando del resto un topos aristotelico di cui non si sottolinea mai abbastanza l’importanza; non e’ moralismo o sentimentalismo, ma esattamente la consapevolezza che il conflitto presuppone un quadro che lo precede e lo rende possibile. Insomma, si potrebbe parlare – excusez le mot – di una “Westfalia epistemica”.
L’arena sportiva, la dialettica, il “teatro” della politica. Tutte forme di differimento del conflitto che sono sostanzialmente le stesse che furono elaborate dai Greci, da cui non a caso siamo partiti. Non c’e’ scampo al polemos per gli esseri umani, tale e’ la loro natura, ma la nostra cultura ha elaborato dei rimedi per renderlo tollerabile.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA DANILO FACCA Endoxa marzo 2026 GUERRA
