GUERRA, TRAUMA, VITTIMA: UN RAPPORTO COMPLICATO NELLA PROSPETTIVA STORICA

FRANCESCO TONCICH

Guerra e Trauma; al centro la Vittima

Una dialettica che, nella prospettiva attuale (almeno a partire dagli anni Ottanta del Novecento) viene data per scontata ed è oggi ben presente nel dibattito pubblico, con ricadute importanti anche nei discorsi politici sulla memoria delle guerre e violenze del passato e il loro impatto nelle società odierne. Nell’approccio storiografico, tuttavia, ciò può rivelarsi ben più problematico.

Propongo qui una breve riflessione su una questione tutt’altro che scontata, osservata da un punto di vista specifico: quello della ricerca storica sul trauma attraverso le carte della psichiatria. Si tratta di un ambito di studio che negli ultimi anni si sta interrogando in modo sempre più approfondito non solo sulle sue potenzialità, ma anche sui limiti e sulle criticità del fare storia del trauma, con importanti implicazioni metodologiche ed etiche.

“Trauma Hype”

La categoria interpretativa del “trauma” si è rivelata utile per riconsiderare processi storici complessi come gli eventi bellici e le loro conseguenze su società e individui sul breve come sul lungo periodo, superando una tradizionale prospettiva stato- ed etnocentrica e una visione fortemente sbilanciata sul genere, che riduceva il trauma bellico a esperienza esclusivamente maschile e militare. Essa consente di ridare spazio e voce a individui, comunità e gruppi, in particolare civili, vittime di violenze e sofferenze estreme, ed è una lente efficace per rileggere processi di riposizionamento identitario, individuale e collettivo, andando oltre la dimensione macrostorica. In questo senso, attraverso il trauma è possibile ricostruire una microstoria dell’esperienza bellica centrata sull’individuo, proprio grazie alle carte della psichiatria, che permettono di far emergere storie di violenza spesso trascurate dalla storiografia tradizionale.

Tuttavia, accanto a questa dimensione “riparativa”, sempre più presente nella storiografia internazionale, emerge una domanda cruciale: è possibile considerare il “trauma” una categoria universale, valida per ogni evento ed esperienza storica? In altri termini, ci si interroga se un modello interpretativo sviluppatosi in contesti specifici e non neutrali, come l’“Occidente” della guerra fredda, possa essere applicato indiscriminatamente a qualsiasi esperienza di violenza e sofferenza nella storia umana, come sempre più spesso accade nella storiografia contemporanea. La ricerca sulla storia della psichiatria mostra una certa difficoltà nel fornire risposte univoche e solleva dubbi metodologici ed etici. Questo imbarazzo nasce, da un lato, dall’uso sempre più inflazionato del termine nelle scienze sociali, una sorta di “hype” epistemico che rischia di tradursi in una generalizzata e indiscriminata “vittimizzazione”; dall’altro, dalla storia stessa del concetto e delle sue pratiche diagnostiche.

Storicizzare il “trauma”

Come tanti piccoli Ulisse, storici e storiche che si occupano di storia della psichiatria cercano di resistere alle voci di sirene tentatrici, prima fra tutte la tentazione di diagnosticare a posteriori esperienze del passato adattandole a letture contemporanee. La questione centrale è se sia possibile parlare di “trauma” prima della sua definizione e sistematizzazione come categoria concettuale e termine diagnostico nella psichiatria americana della seconda metà del Novecento.

Il termine “trauma” ha una storia particolare all’interno della psichiatria. Nato in ambito organicista e frenologico, iniziò a essere utilizzato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento con una forte connotazione fisica, per indicare una lesione del sistema nervoso capace di alterare il comportamento di un individuo. Con le esperienze delle due guerre mondiali e l’emergere di approcci più fenomenologici, il termine iniziò lentamente a spostarsi, non senza forti resistenze, da una spiegazione organicista a una più ambientale e sociale, in cui la causa veniva ricondotta a eventi estremamente stressanti o scioccanti. Già durante la fase “prediagnostica” della Grande guerra emersero tendenze significative: la guerra di trincea pose la psichiatria di fronte al bisogno di comprendere e curare migliaia di soldati (e civili) colpiti sul piano psicologico e neurologico. Nacquero così etichette come “shell shock”, “Kriegszitterer” o “scemi di guerra”, tentativi ancora parziali di descrivere i nuovi sintomi, che si diffusero tanto nel discorso scientifico quanto in quello mediatico. Già alla fine degli anni Quaranta il termine iniziò ad assumere una connotazione sempre più psichico-comportamentale, ma fu con la guerra di Corea e soprattutto con quella del Vietnam che si consolidò l’uso attuale del concetto di “trauma”, con l’introduzione della categoria di “Post Traumatic Stress Disorder” (PTSD) per descrivere le conseguenze psicologiche sui soldati americani. La sua sistematizzazione avvenne poi nel DSM III (“Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”) nel 1980. Da allora il termine è stato progressivamente esteso anche ad altre esperienze di sofferenza e stress psichico.

Il “trauma”, nella sua accezione attuale, nasce dunque in uno specifico contesto storico, politico e ideologico, quello statunitense della guerra fredda. Presenta inoltre una forte connotazione di genere, essendo stato inizialmente pensato soprattutto per uomini in uniforme. Ciononostante, nella psichiatria occidentale a trazione nordamericana è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio “termine ombrello” onnicomprensivo per descrivere, in modo trasversale, esperienze psichicamente invalidanti, tanto in tempo di guerra quanto in tempo di pace. Da qui nasce il dubbio se, alla luce della sua peculiare evoluzione, tale concetto sia davvero neutrale e possa avere una valenza universale, sia per l’analisi della contemporaneità sia per la ricerca storiografica.

Guerra e mappe mentali: geolocalizzare il trauma

È possibile parlare di “trauma” in ambiti geografici, culturali e scientifici nei quali il termine non fu utilizzato dalla scienza psichiatrica neppure in epoca contemporanea? È il caso di gran parte del mondo al di fuori dell’Occidente europeo e nordamericano, dove il termine rimase a lungo assente. Ciò apre a una riflessione di taglio postcoloniale sulle implicazioni di questo concetto, ma vale anche per macroaree più prossime, come l’Europa centro-orientale, inclusa dopo il 1945 nel “blocco est” durante la guerra fredda. La ricerca più recente sulla storia della psichiatria in Europa centro-sud-orientale e nello spazio sovietico discute infatti se sia legittimo utilizzare il concetto di trauma, un termine nato in un contesto storico e scientifico diverso e tutt’altro che neutrale, per descrivere situazioni storiche specifiche e diverse. I casi di studio di queste aree offrono una cartina di tornasole particolarmente significativa, mostrando i limiti dell’adattamento di un concetto “occidentale” o “atlantico” a società nelle quali, proprio mentre esso si affermava negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, la psichiatria seguiva percorsi e sviluppi differenti.

La cautela mostrata dalla comunità scientifica che studia la storia della psichiatria nell’ex blocco socialista riflette anche una reazione a un più generale bias interpretativo legato a visioni stereotipate, in particolare angloamericane, diffuse soprattutto dagli anni Novanta del Novecento. Sebbene il termine “trauma” rimanesse, e in parte rimanga ancora, assente nelle psichiatrie e nelle società dell’ex blocco est, in queste letture la “terra di mezzo” dell’Europa centro-orientale nel “secolo breve” viene spesso rappresentata come uno spazio quasi ontologicamente segnato dalla violenza, uno sterminato “bloodland”, per usare la celebre formula di Timothy Snyder. Si tratta di una prospettiva che si inserisce nella lunga tradizione occidentale di una divisione gerarchica tra Ovest ed Est, legata alla più ampia storia della “civilizzazione” europea occidentale e al processo di “invenzione dell’Europa orientale”, cui si affianca quello dei “Balcani”. Come hanno mostrato Maria Todorova e Larry Wolff, queste narrazioni hanno spesso descritto tali regioni come luoghi naturalmente predisposti alla barbarie e alla violenza, abitati da popolazioni ripetutamente “traumatizzate” da un continuo susseguirsi di conflitti.

Non sorprende, dunque, che una simile prospettiva abbia influenzato l’approccio occidentale alla dissoluzione dell’impero sovietico, alle guerre jugoslave degli anni Novanta e al processo, tutt’altro che lineare, di allargamento verso est dell’Unione Europea, proprio nel momento di massima affermazione del termine “trauma”. In questa cornice, il binomio guerra-trauma ha finito per trovare uno spazio privilegiato, dando luogo a una sorta di territorializzazione oggettivizzante del “trauma” all’interno delle mappe mentali dell’“Occidente”. Non stupisce, di conseguenza, la cautela, se non la ritrosia, della storiografia che oggi si occupa di questi contesti nei confronti di tale concetto.

Trauma tra guerra e pace

In un’intervista del 2009, in occasione del conferimento del Premio per la Pace a Francoforte, Claudio Magris sottolineava la natura poliforme e imprevedibile della “guerra”: essa non consiste soltanto nell’atto di guerreggiare, ma comprende anche una costellazione di “guerre latenti” che attraversano e caratterizzano la vita quotidiana, persino nel tempo che definiamo “di pace”. Storici e storiche che lavorano sulle carte della psichiatria lo sanno bene: la ricerca sui traumi bellici non può limitarsi agli anni del conflitto. Il disagio psichico generato dalla violenza può manifestarsi anche dopo anni o decenni di latenza, come riconosce la psichiatria contemporanea. Questo sarebbe il funzionamento “fisiologico” del trauma, ossia il fatto che le esperienze di guerra producono effetti di lunga durata nel dopoguerra; ma ciò dipende anche da come la violenza si sviluppa storicamente.

La lente del “trauma” può aiutarci a riconsiderare la separazione, solo apparentemente scontata, tra guerra e pace. Le violenze generate dal conflitto spesso proseguono anche dopo una pace formalmente raggiunta, dando luogo a catene di violenza che rendono difficile tracciare un confine netto tra le due condizioni. Ciò è evidente nel caso dell’alto Adriatico o delle società nate dagli stati successori della Monarchia asburgica dopo il 1918, dove la fine della guerra convenzionale aprì nuove forme di violenza politica, etnica e di genere. In questi contesti diventa problematico parlare di un vero periodo di pace o di un semplice “intervallo tra le guerre”: per molte società civili centroeuropee, la fine della Prima guerra mondiale segnò piuttosto l’inizio di una nuova e lunga stagione di violenza, conclusasi solo nel 1945. Non a caso Enzo Traverso ha parlato, nel suo libro A ferro e a fuoco, di una “seconda guerra dei Trent’anni”, una grande “guerra civile europea” che tra il 1914 e il 1945 sconvolse il continente, dissolvendo ogni netta distinzione tra guerra e pace.

A cosa e a chi serve il trauma?

La storia della psichiatria ha individuato nel riconoscimento ufficiale dello status di “vittima” di un evento traumatico, da parte della medicina e degli stati moderni, uno dei principali motori della definizione diagnostica legata all’aumento dei traumi psichici nel più ampio processo di industrializzazione delle società europee. Si tratta di un capitolo della storia a cavallo tra sviluppo della scienza psichiatrica, della tecnologia e dello stato sociale, avviato già alla fine dell’Ottocento con le prime assicurazioni sociali e accelerato poi dalle guerre mondiali. Heike Karge, nel suo studio sui veterani nelle due Jugoslavie, ha mostrato come la diagnosi di “schizofrenia” venisse utilizzata per descrivere sintomi oggi ricondotti al PTSD: al centro stava il riconoscimento dello status di “vittima”, necessario per includere o escludere il o la paziente dai sistemi di assistenza. Il trauma assume così una forte valenza sociale ed economica, producendo diritti e forme di “empowerment” per chi ottiene tale riconoscimento. Nel binomio guerra-trauma, tuttavia, questo processo si sviluppò in una chiave prevalentemente maschile e militare, rendendo più difficile il riconoscimento dei civili, in particolare delle donne. Ne derivarono lunghi silenzi da parte della psichiatria e un mancato riconoscimento della loro sofferenza, in una forma di omertà epistemica intrecciata alle agende politiche di compressione dei diritti.

Allo stesso tempo, il trauma entra come elemento rilevante nei processi di costruzione di nuove “comunità immaginate” nelle fasi di transizione bellica e geopolitica. Paradossalmente, senza trauma fatica a formarsi una comunità politico-nazionale, che tende a strutturarsi attorno ai temi del sacrificio e della vittima. Ciò è evidente già dopo la Prima guerra mondiale, con il ruolo dei veterani nelle società e nelle agende politiche degli stati europei tra le due guerre, ma anche nello spazio alto-adriatico dopo il 1945. Qui, attraverso le carte della psichiatria triestina e goriziana, si osserva come la definizione del trauma contribuisse alla ridefinizione delle nuove frontiere nazionali. Il mito del martirologio legato alle “foibe” e all’“esodo” fu in parte elaborato anche nel manicomio di San Giovanni, attraverso l’uso strategico del trauma. Un vero e proprio “linguaggio del trauma” (citando Peter Leese, Jason Crouthamel e Julia Barbara Kühne) fu costruito ad hoc dalla psichiatria triestina insieme alla politica e alla società locale attraverso il riconoscimento mirato delle “vittime”, entrando nel discorso pubblico e diventando parte di un più ampio processo di nation building. Allo stesso tempo, però, il riconoscimento dello status di vittima e del relativo linguaggio del trauma venne negato ai pazienti e alle pazienti di lingua ed etnia slovena o croata, esclusi dalla ridefinizione postfascista dell’“italianità” alto-adriatica, pur essendo ricoverati nella stessa istituzione.

Chi fa storia delle vittime di traumi bellici deve tenere conto del rischio di cadere in forme di strumentalizzazione e di parallelizzazione del trauma, nonché del ruolo politico e pubblico della “vittima”.

I silenzi sul trauma, il dilemma della “vittima”

Creare una narrazione storica del trauma è possibile, ma comporta problemi che devono essere attentamente ponderati. La tentazione è quella di cercare nelle cartelle cliniche psichiatriche elementi utili a costruire una narrazione del trauma a partire dalla prospettiva odierna, con il rischio di forzare la fonte stessa. Il modo in cui si leggono e si utilizzano le cartelle mediche solleva infatti non pochi dilemmi epistemologici ed etici. Non si tratta soltanto di applicare categorie odierne a descrizioni e apparati diagnostici del passato, in una sorta di traduzione semantica dei termini.

In primo luogo, non si può presupporre che la “vittima” abbia l’autocoscienza di aver vissuto un’esperienza traumatica né di essere in grado di esprimerla. In questo quadro, l’analisi del “trauma” deve confrontarsi anche con forme di “resilienza” e di “tabuizzazione”, strategie individuali e collettive di assorbimento, normalizzazione e superamento dell’esperienza traumatica, che tendono a coprirla attraverso quella che la psichiatria contemporanea definisce la “membrana del trauma”.

Inoltre, soprattutto nei periodi di guerra e di transizione postbellica, la psichiatria fu una disciplina fortemente ermetica, dalla cui lingua e scrittura emerge spesso poco o nulla riguardo a eventi che oggi definiremmo “traumatici”. Come già ricordato, per gran parte della sua storia, la psichiatria europea rimase ancorata a un impianto organicista, legata a modelli fisici ed ereditari del disagio mentale, e priva del concetto stesso di trauma, mostrando scarso interesse per i dati relativi alla vita e alle esperienze del o della paziente, che nella prospettiva contemporanea risultano invece centrali per ricostruire esperienze di violenza.

Questo è ancora più evidente nel caso di categorie sociali o di genere particolarmente svantaggiate, come le pazienti donne in contesti di guerra, soprattutto rispetto alle violenze sessuali come parte della macchina della violenza bellica. È qui che emergono i principali quesiti etici e metodologici del fare storia del trauma. Oltre all’omertà nel riconoscimento dello status di vittima e ai silenzi delle vittime, gli storici e le storiche incontrano difficoltà nel rintracciare tracce di queste esperienze, sia per il silenzio delle fonti e la mancanza di un adeguato apparato diagnostico, sia perché la psichiatria agì talvolta come agente di restaurazione di un ordine sociale patriarcale nei momenti di crisi. La storiografia psichiatrica tedesca, ad esempio, incontra ancora grandi difficoltà nell’affrontare le violenze subite dalle donne durante la liberazione della Germania nazista da parte degli eserciti alleati, in particolare sovietico e francese, episodi spesso accompagnati da stupri di massa, le cui tracce e conseguenze sulla psiche delle vittime risultano spesso assenti nelle carte psichiatriche. Lo stesso vale per i traumi della Prima guerra mondiale sulla popolazione civile nelle zone di guerra, come nell’Isontino, e in particolare per le violenze subite dalle donne, per anni intrappolate nel vortice della guerra.

Trauma si, trauma no?

Adottare la lente del trauma consente di far emergere esperienze altrimenti destinate al silenzio. Tuttavia, le fonti prodotte da istituzioni totalizzanti e omertose, come la psichiatria, restano al tempo stesso indispensabili e limitanti. Ne deriva una sfida complessa: stabilire se un individuo possa essere considerato “vittima” senza forzare la fonte e la sua sfera privata, evitando al contempo il rischio di “ri-vittimizzarlo” a posteriori attraverso categorie contemporanee. Come orientarsi, allora: attenersi rigorosamente a ciò che è e non è documentato, con il rischio di riprodurre l’oblio? Un tentativo di tematizzare il trauma appare comunque legittimo, pur nella sua problematicità, anche attraverso l’incrocio delle carte psichiatriche con altre tipologie di fonti, operazione a sua volta non priva di criticità. È una tensione irrisolta con cui la scienza storica è chiamata a confrontarsi, tra problema epistemologico e dilemma etico, al cui centro resta la figura della “vittima”.

ENDOXA - BIMESTRALE storia

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