IL NAPALM

GIANFRANCO CARBONE

“Il napalm, lo senti? Non c’è niente al mondo che abbia questo odore. Mi piace l’odore del napalm al mattino. Profumava come… come di vittoria.”

Non è la frase del personaggio in un video gioco, parla il colonnello William “Bill” Kilgore in “Apocalypse Now” dopo aver guidato l’attacco degli elicotteri al suono della “Cavalcata delle Valchirie”.

La pronuncia in un film un uomo vero, non un avatar, non un ego virtuale ma un protagonista che ripropone sullo schermo emozioni autentiche che spingono il giudizio sulla guerra   verso l’indifferenza perché è immagine, reportage di fronti lontani che ci interessano fin tanto che temiamo incidano sul nostro benessere.

Ma nella guerra moderna il virtuale e il reale si stanno confondendo e il sentimento che domina le nostre reazioni è cambiato: non c’è il motore propulsivo dell’”amor di patria” e la visione geopolitica di dominio.

Queste cose lasciamole a chi la guerra la fa ancora: russi, americani, ucraini perché costretti, israeliani, iraniani e forse un domani cinesi.

Anche noi abbiamo avuto la pulsione guerrafondaia.

Il movimento futurista, guidato da Filippo Tommaso Marinetti, è stato il più esplicito nel celebrare la guerra come atto di bellezza e rinnovamento. “La guerra è bella perché fonde in una sinfonia il fischio dei proiettili, le cannonate, i silenzi, i profumi e gli odori della putrefazione.” “Noi vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo — il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.”

Alle porte c’era la Prima guerra mondiale, Trento e Trieste e si cominciava già a intravedere l’audacia del “vate”.

L’amore per la guerra aveva un obiettivo patriottico ed era il terreno di coltura di Giovanni Papini che scriveva “Amiamo la guerra!” o dei discorsi interventisti di Gabriele D’Annunzio. Per raggiungere la vera esaltazione del nostro “Duce” che convinceva la folla plaudente che “La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna.” e proclamando solennemente nella “Dottrina del fascismo” che il regime “non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua.”  Frasi efficaci per trascinare tutto un popolo plaudente.

La tragedia che si è consumata ha trasformato il DNA politico e culturale del vecchio continente. Forse non di tutto ma certamente di quei paesi che scelsero di iniziare il cammino per costruire la loro unità.

Si può dire che l’Europa sia passata dall’essere la “fucina delle guerre” a un esperimento unico di pace strutturale. Per secoli, il suolo europeo è stato il principale teatro di scontro globale, dove il concetto di “pace” era spesso solo una tregua armata tra un conflitto e l’altro.

Dopo la Seconda guerra mondiale una profonda metamorfosi l’ha trasformata da campo di battaglia a laboratorio di integrazione: economica come garanzia di relazioni di pace fra i paesi, con la seppur parziale cessione di sovranità, con il radicarsi dei valori condivisi dello stato di diritto e non da ultima la riconciliazione franco-tedesca.

 

 

Per tutti noi la guerra che si continua a combattere in tutti i continenti e che è di nuovo esplosa alle porte di casa è sempre più finzione ed estraneità dalla realtà e si trasforma in una recita distante dalla verità dei fatti.

Ne subiamo la spettacolarizzazione come un prodotto mediatico. E le immagini trasmesse dai droni o dai missili “intelligenti” trasformano il campo di battaglia in un videogioco e quando il soldato è un pixel su uno schermo, la morte perde il suo peso fisico e noi la osserviamo dal divano, consumandola tra una pubblicità e l’altra, rendendola parte del palinsesto dell’intrattenimento.

La guerra oggi è il luogo dove il linguaggio viene manipolato per nascondere la realtà. Come diceva Eschilo, “In guerra, la verità è la prima vittima” ma oggi nel dilagare della disinformazione e delle fake non c’è una fonte attendibile di una verità possibile.

Per noi è come se la guerra non rientrasse più nelle possibili scelte umane.

Non la pensiamo possibile e rifiutiamo l’idea di doverla combattere. Quale madre, soprattutto, dell’0ccidente europeo accetterebbe che il proprio figlio sia precettato per andare a combattere. Chi sopporterebbe solo il pensiero che potrebbe venir ucciso?  Quanto siamo distanti dalle madri americane, russe, ucraine, israeliane, palestinesi che si piegano al dolore ma accettano l’ineluttabilità delle conseguenze per la difesa del loro paese?

La nostra “non guerra” ha plasmato i nostri sentimenti e le nostre reazioni; abbiamo scritto un’altra pagina della storia. non la viviamo più come una legge fondamentale dell’Universo come uno strumento che ha temperato lo spirito dei popoli.

Lasciamo perdere Benito Mussolini (“Solo la guerra spinge al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno il valore di affrontarla.”)  ci porta in quella direzione in pensiero di Eraclito (—”La guerra è il padre di tutte le cose, di tutte è il re; e gli uni rivela dèi, gli altri uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi.) di Hegel (“La guerra è per le nazioni ciò che il vento è per i mari: essa preserva dall’andare in putrefazione, cosa che farebbe una calma duratura.”) o la suddivisione degli obiettivi esistenziali elencata da   Zarathustra —(“L’uomo è stato creato per la guerra e la donna per il riposo del guerriero: tutto il resto è follia.” ) e chissà se Friedrich Nietzsche ci credeva veramente.

Ma le basi del groviglio di giudizi ed emozioni che stiamo vivendo, oggi, sulla guerra hanno radici antiche.

Fra i nostri “antenati” c’è il “videogioco “omerico ma il pensiero di autori classici non consideravano la guerra come un evento eccezionale, ma lo stato naturale del mondo.

Sono dei giganti che hanno raccontato il conflitto, divisi per il loro “taglio” narrativo:

Omero nell’Iliade racconta l’epos e la gloria in un palcoscenico di eccellenza umana (l’areté). La Guerra come Duello e susseguirsi di scontri individuali “cinematografici” che esaltano l’estetica del guerriero che riconosce l’umanità del nemico davanti al dolore universale (il pianto di Priamo davanti ad Achille per il corpo di Ettore)

Tucidide nella “Guerra del Peloponneso” è il primo “reporter” di guerra scientifico. Non gli interessano gli dèi, ma il potere in una prosa che valorizza il crudo realismo e la psicologia dei protagonisti.

La Guerra è “Maestra Violenta”: Nel celebre Dialogo dei Melii e degli Ateniesi Tucidite scrive che “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.

Ma non è un apologeta della violenza; descrive come la guerra distrugga il linguaggio e la morale, portando alla guerra civile (stasis) e descrive il collasso sociale di Atene sotto l’assedio e l’epidemia, mostrando come la guerra tolga la maschera della civiltà anche se per qualche autore dell’antichità la guerra viene descritta come cronaca strategica e come strumento di propaganda politica che è la finalità di Giulio Cesare nel De Bello Gallico.

Quel passato non ci appartiene.

A casa con la Xbox e la PlayStation è come se fossimo nella sala comando di un drone militare.

I controller sono quasi identici  I  giovani soldati si addestrano con i visori simili a quelli che usano i ragazzi quando giocano ai First Person Shooter con l’azione che si presenta come fossero all’interno del corpo del personaggio che interpretano e con il quale devono raggiungere i punteggi programmati e aumentare le difficoltà.

Più ne colpisci più sei bravo.

A casa tua davanti al computer o nella sala comando di un drone che fra poco, al tuo comando, distruggerà una casa o incenerirà una persona, si vive lo stesso distacco emotivo con il nemico, in carne e ossa, che diventa un “pixel”, un calore termico o una icona su una mappa e la guerra vera diventa una missione virtuale nella quale non c’è percezione del rischio e delle conseguenze umane.

Il “game over” nella guerra vera non ha però il tasto “reset”

Nel gioco, l’errore è una lezione che ti eviterà di compiere lo stesso errore, in guerra l’errore è una tragedia irreversibile.

Anche i media ci abituano alla guerra; Ucraina, Gaza e ora IRAN sono reportage televisivi che ci coinvolgono lo spazio della memoria dell’informazione.

L’emozione dura poco. L’informazione moderna brucia” l’emotività di una notizia. è un fenomeno che è studiato da sociologhi e psicologi. Lo hanno definito come “Compassion Fatigue” (stanchezza della compassione) o “Saturazione Semantica”.

Circondati dalla tecnologia in un ecosistema mediatico che deve produrre contenuti senza sosta, la notizia di un’ora fa è già “vecchia”.

I media non hanno il tempo di approfondire il lato umano perché devono correre sulla prossima breaking news per mantenere alto il numero di visualizzazioni (clickbait).

Lo Scrolling (l’effetto scorrimento) sulle piattaforme come TikTok o Instagram, fa seguire ad una notizia di guerra un video divertente o da una pubblicità.

Gli algoritmi dei social media sono progettati per l’intrattenimento, non per l’informazione civile.

Se un contenuto drammatico smette di generare interazioni (perché preferiamo evitare il dolore), l’algoritmo smette di mostrarlo, accelerando la sparizione della notizia dal dibattito pubblico e viene privilegiata la quantità e la frequenza rispetto alla risonanza emotiva.

Passiamo da un’indignazione all’altra in pochi minuti, trasformando la nostra memoria collettiva in una “lavagna magica” che viene cancellata ogni volta che arriva una nuova notifica sullo smartphone.

Anche le guerre che ci circondano sono diventate prodotto di consumo.

La notizia viene vissuta senza il contesto storico o umano e smette di essere un tassello della storia e diventa un contenuto da consumare e dimenticare in pochi secondi trasformando la realtà in una serie di eventi isolati e apparentemente casuali. e siamo attratti dall’estetica della tragedia perché spesso le immagini sono così spettacolari (riprese da droni, telecamere ad alta definizione) da sembrare, appunto, scene di un videogioco o di un film. Questo ci distacca dalla realtà della sofferenza.

 

Ma c’è chi soffre. In Ucraina, a Gaza, in Libano e in IRAN chi vive sotto le bombe ha capito che la guerra non è un gioco. non è più la guerra “schermo” è, ogni giorno, ogni ora la guerra “fango” dove il tempo, il corpo e la morale vengono stravolti.

Mentre noi vediamo la guerra in 2D, il soldato e la popolazione coinvolta direttamente la vive in modo traumatico con tutti i cinque sensi,

Chi l’ha vissuta sotto le bombe, nelle trincee, sfuggendo ai droni e ai cecchini ricordano l’odore che i media non possono trasmettere. di polvere da sparo, metallo bruciato, fognature esplose e, purtroppo, della decomposizione. Vivono l’incubo del rumore che non è il suono pulito di un film. È un assalto costante di vibrazioni che scuotono gli organi interni. Il fischio dei droni (che causa una paranoia costante) è il nuovo suono del terrore moderno. Ricordano il freddo estremo, il fango che appesantisce ogni movimento, la privazione del sonno che rende la pelle ipersensibile e la mente annebbiata.

Ma l “anestesia” vissuta da noi spettatori precede la guerra reale e chi ha interesse a spiegarci che attaccare un paese è “cosa giusta e buona” ha tutti gli strumenti per convincerci con un esercizio di retorica e psicologia che va avanti da millenni.

Ieri con un utilizzo rozzo della propaganda, oggi con un insieme di tecniche sofisticate e di modalità persuasive che non si basano quasi mai sulla logica pura, ma toccano corde emotive profonde e archetipiche.

Ieri la adesione alla guerra era più vicina alla consapevolezza della realtà. Oggi, noi dell’Europa occidentale l’accettiamo perché il suo svolgersi non ci crea emozioni.

Si Deumanizza il Nemico. Uccidere un essere umano con sogni e famiglia, è un crimine; se viene dipinto come altro, diventa un “dovere” descrivendolo come privo di valori umani, incapace di provare dolore o amore, rendendo la sua eliminazione un atto di “pulizia” o “disinfestazione”.

Si nega di essere l’aggressore perché la guerra viene venduta come l’unica opzione rimasta per evitare un disastro peggiore. Gli slogan sono ormai consolidati: l’Attacco è Preventivo per colpirli prima che loro colpiscano noi” e chi inizia è un eroe riluttante vittima pacifica costretta, suo malgrado, a imbracciare le armi per proteggere i propri figli o i propri confini.

Ancor meglio se si può fare appello a “valori universali” Si eleva il conflitto dal fango della politica al cielo dei principi morali per esportare la democrazia e la civiltà con la finalità di liberare un popolo oppresso e non di garantirsi petrolio e terre rare.

Oggi prima del bombardamento vero si subisce il convincente bombardamento mediatico. Ma non siamo noi che andiamo a combattere; sono altri e più distante da noi è la loro sofferenza più indifferente è il nostro sentimento.

Riusciremo a ritrovarci nelle parole di Lucrezio nel De Rerum Natura, che descriveva la guerra come il risultato dell’ignoranza e della paura umana in un ciclo infinito di distruzione che nasce dall’ambizione sfrenata di chi al momento governa? O di Seneca che nelle sue Lettere a Lucilio, la definiva “una pazzia glorificata” dai popoli”

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C’è un altro paradosso. Si entra in guerra per mettere fine all’era della guerra. C’è qualcuno che si candida  al Nobel della pace sulle ali dei bombardieri B 2 e dei missili tomahawk

Il vecchio ordine mondiale stracciato in Crimea sembra morire in Medio Oriente e a Theran.

Ci spiegano che dalle ceneri del vecchio ordine ne nascerà uno nuovo. Ma chi ci può credere?

Nel 1648 la pace di Westphalia pose fine alla guerra dei 30 anni (Iniziata in Boemia contro l’egemonia Asburgica, coinvolse le grandi potenze di Spagna, Francia, Svezia, Danimarca ridefinendo l’equilibrio europeo) e degli 80 anni (la rivolta dell’Olanda contro la dominatrice Spagna) sancendo la sovranità territoriale degli stati, il principio di non ingerenza negli affari interni, ponendo le basi per gli Stati nazionali moderni.

Pochi anni dopo venne violata dal Re Sole e da Carlo X di Svezia, Il Congresso di Vienna del 1815 naufragò per i moti liberali, il trattato di Versailles del 1919 ha nutrito il nazismo e la Seconda guerra mondiale. Cinque anni dopo Yalta scoppiò la guerra in Corea.

Ogni trattato vorrebbe codificare un ordine nuovo ma ognuno, a seconda della sua potenza immagina il suo.

Gli illuministi (e Kant) sostenevano che attraverso il diritto internazionale e il commercio si potesse superare lo stato di guerra.

Ma chi dovrebbe garantire l’autorità superiore? Chi potrebbe rispettare il rispetto delle regole. Abbiamo avuto la globalizzazione e, apparentemente, la fine dei blocchi politici e sociali contrapposti ma i risultati non sono incoraggianti. Ormai sembra che tutti siano contro tutti in una continua rincorsa del posizionamento strategico milione per garantirsi risorse e influenze per accrescere il potere del singolo stato.

Thomas Hobes nel Leviatano sosteneva che senza un’autorità superiore il conflitto è la condizione di default dell’uomo.

Ci salvano dal disastro le varie dita che sono in grado di premere il bottone rosso dell’arma finale sperando che nessuno lo faccia. E noi europei, occidentali, ricchi del nostro passato nel tentativo di salvarci un futuro dalla decadenza guardiamo a tutto questo quasi meravigliati che le dinamiche del mondo nuovo si dimentichino di quanto vorremmo essere sempre centrali ed essenziali nel governo della nuova modernità.

ENDOXA - BIMESTRALE POLITICA

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