IN UNA STANZA NELL’ISOLA DI MELO: A LEZIONE DA TUCIDIDE

ALBERTO ANDRONICO

Non resisto alla tentazione di approfittare di questa occasione per riprendere in mano un testo del primo storico: quello che ha inventato un modo di raccontare la storia che è arrivato fino a noi. Mi riferisco (ovviamente, direi) a Tucidide. Com’è noto, nel quinto libro della Guerra del Peloponneso Tucidide racconta un episodio tutto sommato marginale nella cornice dell’epocale conflitto tra Atene e Sparta con cui si chiude in Grecia il V secolo a.C., quello della grande stagione della tragedia attica e dell’invenzione della democrazia, tanto per intendersi, che peraltro si era aperto sempre nel segno delle armi con le guerre persiane (particolare forse non irrilevante).

Dunque, la faccenda è questa. Nel 416 a.C. gli Ateniesi decidono che è giunto il momento di organizzare una spedizione contro l’isola di Melo, i cui abitanti erano riusciti fino a quel momento a non partecipare al conflitto, pur essendo coloni di Sparta. Ne andava del dominio incontrastato di Atene sul mar Egeo, che la neutralità dei Melii rischiava di mettere in discussione, potendo fornire un cattivo esempio per le altre isole. L’epilogo è tragico: una volta conquistata l’isola, gli Ateniesi uccidono tutti gli uomini, deportano tutte le donne e i bambini, riducendoli in schiavitù, e la occupano con cinquecento coloni. Ma non è tanto questo che ci interessa qui. Quanto, piuttosto, quel che accade poco prima della catastrofe.

Una volta arrivati nell’isola con una flotta di trentotto navi (proprio così, trentotto: sono davvero tante) e un contingente di circa tremila e duecento uomini (anche questi decisamente tanti, anzi tantissimi), gli Ateniesi – «prima di fare qualche danno» (Tucidide, La guerra del Peloponneso, Vol. II, Rizzoli, Milano 1998, p. 933) – inviano degli ambasciatori con l’intenzione di offrire ai Melii una scelta: arrendersi o essere distrutti. Appartenendo a un popolo che aveva appena inventato la democrazia, gli ambasciatori ateniesi confidano sul fatto che la loro proposta venga discussa pubblicamente, di fronte a tutta la città, e non nascondono la loro sorpresa (e un certo disappunto) quando gli oligarchi a capo dell’isola (secondo il modello di Sparta) li invitano invece a un confronto a porte chiuse, forse anche per evitare il rischio che il popolo potesse restare vittima della loro ben nota capacità retorica. Ed è qui che Tucidide ci riserva una sorpresa: ci fa entrare nella stanza in cui avviene il confronto, pur non avendo partecipato in prima persona, abbandona i panni dello storico e stacca, per la prima e unica volta nel corso dell’opera, un vero e proprio pezzo di teatro che è entrato nella storia come Il dialogo dei Melii e degli Ateniesi.

Inutile dire che si tratta di un piccolo capolavoro, dentro un grande capolavoro, che meriterebbe una lettura infinitamente più attenta.  Qualche parola, però, gliela voglio comunque dedicare. Anche perché, se è vero che il mondo dei Greci è molto più lontano dal nostro rispetto a quel che si pensa solitamente (tanto per dirne una, non facciamoci ingannare: la loro democrazia non era la nostra), è anche vero che è da lì che veniamo. E allora può essere interessante ricordare cosa ne pensavano, questi nostri Padri, del posto riservato al diritto e alla giustizia quando è in gioco una guerra. È proprio questo, infatti, il tema del dialogo.

E così, dopo una breve schermaglia di presentazione, in cui i due contendenti cominciano a prendere le misure gli uni degli altri, ecco quel che dicono gli Ateniesi ai Melii: «Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Medi [i Persiani] o che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi; ma ugualmente pretendiamo che neppur voi crediate di persuaderci dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni [degli Spartani], non vi siete uniti a loro per farci guerra o che non ci avete fatto alcun torto. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, ché noi siamo certi, di fronte a voi, persone informate, che nelle considerazioni umane il diritto [la giustizia] è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede» (Ivi, p. 937).

Detto altrimenti: lasciamo perdere le belle parole, visto che siamo chiusi in una stanza e non abbiamo il problema di sedurre un ampio uditorio, e soprattutto lasciamo perdere la giustizia, visto che di quest’ultima ha senso parlare solo quando il confronto avviene tra parti eguali, mentre qui noi siamo più forti e voi siete più deboli e si sa che è quest’ultimo a dover cedere. Strano che lo dicano quelli che per noi hanno inventato la democrazia, quelli di cui lo stesso Tucidide peraltro aveva tessuto l’elogio riportando la meravigliosa orazione funebre di Pericle, vero e proprio inno alla saggezza e alle virtù del dialogo, ma è proprio così. Qui è un Impero che parla e che si presenta in tutta la sua potenza. Altro che diritto e giustizia. Ciò che conta è la forza. E i più forti siamo noi. Rassegnatevi.

Le coordinate di ciò che successivamente prenderà il nome di “realismo politico” si trovano tutte qui, ma ciò che conta è la risposta dei Melii, che provano a tenere la posizione (e la terranno fino alla fine): «A nostro parere, almeno, è utile (è necessario infatti usare questo termine, dal momento che avete così proposto di parlare dell’utile invece che del giusto) – è utile che noi non distruggiamo questo bene comune, ma che sia conservata la giustizia a colui che di volta in volta si trova in mezzo ai pericoli, e che sia avvantaggiato colui che riesce a persuadere un altro anche senza raggiungere i limiti dell’esattezza più rigorosa. E questo fatto non è meno utile nei vostri riguardi, in quanto in caso di insuccesso sarete d’esempio agli altri a prezzo di una severissima punizione» (Ib.).

Insomma, dicono i Melii: d’accordo, parliamo dell’utile e non del giusto, ma attenzione a trascurare la giustizia nei rapporti con chi è più debole, perché potreste pentirvene, arriverà un giorno, infatti, in cui i più deboli sarete voi e qualcuno ve la farà pagare (come puntualmente accadrà, peraltro, in Sicilia di lì a poco: dove Atene subirà una tragica disfatta).

Alla logica della forza, dunque, i Melii oppongono il valore (o meglio: l’utilità) della giustizia. I binari del dialogo sono già tracciati. E tali resteranno fino alla fine. Allo spietato realismo degli Ateniesi, che negano il valore di qualunque regola che non tenga conto della disparità delle forze in campo, i Melii oppongono (e opporranno fino alla fine) il loro diritto alla neutralità fondato su criteri di giustizia condivisa. Alla cruda diagnosi del presente dei primi, i secondi oppongono idee, valori e speranze rivolte al futuro, come l’eventuale aiuto degli Spartani e degli dèi. Difficile, per noi, almeno credo, non stare dalla parte di questi ultimi. Ma difficile anche non avvertire qualcosa di familiare, per quanto inquietante, nelle ragioni dei primi.

Tanto più quando, un po’ più avanti, ai Melii che dicono di confidare «di non essere in stato di inferiorità per quanto riguarda la sorte che ci manderà la divinità, giacché noi, pii, ci opponiamo a persone ingiuste» (Ivi, p. 943), gli Ateniesi rispondono con queste parole: «Ma per quanto riguarda la pietà dei sentimenti verso la divinità, neppur noi crediamo di restare indietro, ché noi non esigiamo né facciamo alcuna cosa che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o dagli umani desideri nei confronti di se stessi. Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza» (Ivi, p. 945).

Si consegna, così, un bel grattacapo a tutti coloro i quali nei secoli che verranno riterranno possibile fondare la giustizia sulla natura e sulle sue leggi. Per natura, infatti, dicono gli Ateniesi ai Melii, è evidente che è il più forte a comandare sul più debole, imponendogli le sue leggi. La giustizia è l’utile del più forte, insomma. Idea tutt’altro che originale in quel mondo, peraltro. Già messa in circolazione da sofisti come Callicle e Trasimaco, almeno stando a quel che dirà da lì a poco Platone, per esempio, nel Gorgia e nella Repubblica (con le connesse confutazioni di Socrate, non dimentichiamocelo). Beninteso, non è certo l’ultima parola sui rapporti della giustizia (e del diritto) con il potere, quella definitiva. Ma rischia, in qualche modo, di essere la prima. Ed è singolare che l’abbiano pronunciata alcuni dei nostri Padri, all’alba del pensiero occidentale. Tutto questo per non dimenticare che è (anche) da lì che veniamo e che è (anche) da lì che forse dobbiamo cercare ancora oggi di prendere le distanze.

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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