LA GUERRA PREVENTIVA E LA RESPONSABILITÀ

ALESSANDRO DORIA

Il concetto di guerra preventiva, pur essendo presente fin dai tempi dell’imperatore romano Cesare, trovò una nuova formulazione nella dottrina strategica dell’amministrazione Bush dopo gli eventi drammatici dell’11 settembre 2001, applicata poi nel conflitto in Iraq nel 2003. In quel caso, la ragione dell’attacco fu giustificata dalla presunta detenzione di un’arma potenzialmente devastante da parte del regime di Saddam Hussein, ipotesi che si rivelò successivamente errata e, peggio ancora, costruita ad arte per sostenere il cambio del regime iracheno.

Di fronte all’attuale scenario geopolitico mondiale, proveremo quindi a rispondere alle domande se possa essere ritenuto giusto scatenare una guerra preventiva verso un altro paese e, in caso positivo, a quali condizioni tale decisione dovrebbe sottostare per non ripetere lo scenario e gli errori vissuti agli inizi di questo millennio.

Per rispondere a queste domande, faremo ricorso al pensiero di due importanti pensatori dello scorso secolo, il teologo Dietrich Bonhoeffer ed il filosofo Hans Jonas, che, in una qualche maniera, avevano dovuto far fronte alla scottante questione.

Bonhoeffer, tedesco, aveva vissuto la tragedia del regime nazista interrogandosi se e come fosse possibile agire responsabilmente rispetto al male concreto che da  anni devastava l’intera Europa. Il suo ragionamento, non privo di profonde crisi, scaturì nel considerare l’inazione come corresponsabilità dell’agire criminale del regime. Nonostante fosse un pastore protestante, la cui esistenza doveva rimanere ancorata al concetto cristiano del “non uccidere”, egli decise perciò di aderire  ad un complotto contro Hitler. Sventato dal tradimento di uno dei componenti del gruppo, Bonhoeffer concluse tragicamente la propria vita nel campo di concentramento di Flossenbūrg. Dalle lettere pubblicate postume nel libro “Resistenza e resa”, chiaramente lasciava intendere il suo pensiero, cioè come l’inazione doveva essere considerata una colpa grave, dal momento in cui essa oscurava la responsabilità che ogni uomo possiede verso le generazioni successive. Per l’autore, la scelta tragica di agire contro il male non era mai innocente, ovverosia non si trattava di un martirio da compiere in nome di Dio. Tutt’altro, la scelta compiuta sarebbe risultata segnata dalla colpa rispetto a Dio dell’atto che avrebbe dovuto compiere, nonostante la sua finalità, ovverosia la distruzione del male dal mondo, potesse essere considerata eticamente corretta.

Jonas, invece, era un ebreo di origine tedesca, sfuggito al nazismo e sopravvissuto alle dinamiche della seconda guerra mondiale. Nel corso dei suoi studi, contemporanei allo sviluppo della tecnica e degli armamenti atomici capaci di distruggere la vita sulla terra, si interrogò anch’egli  riguardo all’inazione verso il male e il suo pensiero sfociò nella prudenza presente nell’imperativo “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”, contenuto nel libro “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. Per il filosofo diveniva quindi necessario usare una profonda precauzione di fronte ad una decisione potenzialmente in grado di produrre effetti irreversibili o catastrofici al mondo nel quale noi viviamo e altri vivranno in futuro, superando l’etica antropocentrica del “qui ed ora” tipico delle tradizioni morali precedenti, a favore, invece, del chi ci succederà.

Se con Bonhoeffer la questione di una guerra preventiva si salda sul principio di responsabilità verso chi non c’è ancora, per Jonas, la questione si fa più cauta ed è figlia dei nostri tempi e dell’evoluzione degli apparati tecnologici che gli armamenti hanno raggiunto dalla seconda guerra mondiale in poi.

Il criterio della guerra giusta, peraltro, trova la sua espressione, anche se in modo più stringente, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, allorchè si introducono criteri ancora più restrittivi in fase decisionale, tra i quali, appare opportuno menzionare: l’impraticabilità di raggiungere ad una soluzione pacifica, la necessità di infierire un danno certo e duraturo senza provocare mali peggiori di quello che si prova ad eliminare.

In definitiva, a fronte delle tre posizioni espresse, penso si possa affermare come la guerra preventiva non sia mai una scelta giusta, anche quando compiuta nell’intuizione morale della responsabilità e chi la compie deve assumersi le conseguenze delle sue azioni verso l’umanità e verso Dio, se credente. La responsabilità verso le generazioni successive deve poi sottostare alla necessità di non generare una condizione peggiore di quella esistente, in quanto l’intuizione morale rischia di venire compromessa dalle condizioni in cui si troverà il mondo durante e dopo la guerra stessa. Mi sembra doveroso aggiungere che quando si agisce scatenando una guerra in modo preventivo, si debba sottolineare il fallimento delle azioni diplomatiche e delle organizzazioni mondiali istituite al fine di evitare gli scenari tragici e drammatici del secolo passato. Si tratta di fallimenti che dovrebbero come minimo rimettere in discussione la dimensione antropologica ed etica dell’attuale umanità. La responsabilità verso il futuro dell’umanità non può infatti mai prescindere dal riconoscimento del volto dell’altro, senza il quale ogni guerra rischia di trasformarsi in un’azione di distruzione indiscriminata.

 

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