LA GUERRA SILENZIOSA

FRANZ GIUSTINCICH

Una volta erano i racconti dei padri e dei nonni, poi ci ha pensato un genere cinematografico e, oggi, sono le videocamere dei droni e degli smartphone a raccontarci la guerra. Fermatevi qualche secondo per rispondere a questa domanda: quale immagine è apparsa nella vostra mente leggendo la parola guerra? Quasi sicuramente avete visto qualcosa di correlato ad armi, esplosioni, vittime e distruzioni. Ma se vi dicessi che c’è una guerra, altrettanto distruttiva, che non produce immagini e, proprio per questo, non viene elaborata immediatamente dal nostro cervello, non provoca subitanee emozioni e, proprio per questa ragione è estremamente pericolosa?

Si tratta della guerra ibrida, chiamata anche guerra irregolare, composita, non lineare o asimmetrica. È la guerra che non si combatte sulla linea del fronte. È fatta di sabotaggi, di infiltrazioni politiche, di corruzione, di attacchi informatici, di influenza sulle percezioni cognitive e sulle informazioni che precedono il formarsi di opinioni, ed è su quest’ultima che leggerete da questo punto in poi, con specifico riferimento all’impatto sulla società e sulla capacità di scegliere.

 

Giulio Cesare scrisse i Commentarii de bello gallico, spesso considerato solo cronache di guerra, quando in realtà era uno strumento di propaganda verso i cittadini romani.

La prima fake news registrata, tuttavia, è nel mito di Gilgamesh, dove il dio Ea diffonde l’informazione che pioveranno pani e pesci dal cielo per ottenere manodopera per la costruzione dell’arca di Uta-napišti – il Noé babilonese. Gli uomini, ingannati, aiutano a costruire l’arca credendo a un “miracolo di cibo”, ma verranno spazzati via dal cataclisma3.

Persino il terrore seminato da Gengis Khan nel XIII secolo attraverso la distruzione totale di alcune città, aveva deliberatamente la funzione di indurre altre città alla resa, e viene inserito da molti nella categoria della manipolazione dell’informazione. Poiché non avrebbe avuto la forza di soggiogare altre città con la forza, lo fece con la paura. Gengis Khan è il modello seguito ancora oggi dai russi in Ucraina, con l’annientamento totale di numerose città e con la speranza, vana secondo me, di costringere gli ucraini alla resa per evitare distruzioni maggiori.

Un’altra fake news, questa volta non mitologica, è narrata nel Chronicon di Alberico delle Tre Fontane nel 1165. Manuele Comneno, imperatore di Bisanzio, ricevette una falsa lettera di tal Prete Gianni che si qualificava imperatore cristiano di un inesistente ed enorme impero in oriente, dotato di un esercito potentissimo, pronto ad aiutare nelle crociate. La lettera venne diffusa per secoli ed ebbe lo scopo di rafforzare il morale dei cristiani facendo credere di combattere al fianco di un potente alleato, pronto ad intervenire in aiuto5.

 

Ma è nel XVI secolo che la propaganda e la disinformazione inizia ad essere codificata, ad opera di Ivan IV, primo zar di tutte le Russie, che diffondeva false notizie per proteggere se stesso dalle cospirazioni e farsi sostenere dal popolo. Sorvolo sul più noto Protocollo dei Savi di Sion, anch’esso di matrice russa, che ancora oggi fa discutere, e del quale tutti avrete sentito parlare.

In Russia, quindi, la guerra cognitiva è diventata sistema e strategia militare originata dai palazzi dell’imperatore.

Non stupisce, infatti, che la disinformazione strategica sia un’arma importante e che i russi la abbiano coltivata fino a raggiungere alti livelli di efficacia e oggi siano maestri nell’uso delle moderne tecnologie e tecniche di comunicazione.

Le prime strutture ufficiali preposte alla guerra cognitiva erano dipartimenti dei servizi segreti russi: l’Okhrana nel periodo imperiale; l’Agitprop fino alla seconda guerra mondiale; il KGB durante la guerra fredda – che poi diventerà FSB – con l’ausilio e il controllo dei media statali; ma nel 2013  avviene una svolta, con l’istituzione dell’IRA, Internet Research Agency, fondata da Yevgeny Prigozhin e finanziata dalla Stato attraverso appalti legali per le mense scolastiche di Mosca e relativo storno di fondi.

L’Ira gestiva le troll farm, produceva contenuti politici e fuorvianti da diffondere in Europa e negli USA attraverso i media, soprattutto i social, e con tecniche per l’amplificazione di contenuti divisivi e polarizzanti.

Non è un segreto che l’Unione Europea sia sempre stata una spina nel fianco alla vocazione imperiale russa (e per certi aspetti anche a quella statunitense, ma questa è un’altra storia), e i contenuti divisivi erano, e sono, per lo più rivolti a minare la fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie e nella moneta unica. Nascono così le campagne che ancora oggi mostrano gli effetti nefasti: contro i vaccini, contro l’euro, contro il green deal e tanti altri. Eh già, il movimento no vax è stato amplificato proprio da una campagna di disinformazione strategica di matrice russa.

 

Per spiegare come funzionano questo tipo di operazioni bisogna premettere che si appoggiano su una rete di media e di influencer, molti creati ad hoc ma tanti altri già esistenti che sfruttano l’occasione per trarne vantaggi politici o economici (è il fenomeno del clickbait). Nel caso dei vaccini è bastato andare a sollecitare una piccola comunità social già impegnata a contestare questo aspetto della sanità pubblica, riesumando un documento già bollato come falso dai tribunali britannici. Ecco come è andata.

 

Nel 1998 Andrew Wakefield, gastroenterologo britannico, pubblicò sulla rivista The Lancet uno studio su 12 bambini in cui ipotizzava un collegamento tra il vaccino trivalente contro morbillo-parotite-rosolia (MMR) e disturbi dello sviluppo, incluso l’autismo. Lo studio ebbe enorme risonanza mediatica e contribuì a diffondere timori sui vaccini.

Negli anni successivi emersero gravi problemi metodologici e conflitti d’interesse. Il giornalista investigativo Brian Deer rivelò che Wakefield aveva ricevuto 435.000 sterline da avvocati che stavano preparando una causa contro i produttori del vaccino MMR per conto di famiglie con bambini autistici. Questo finanziamento non era stato dichiarato nella pubblicazione.

Dopo una indagine, nel 2010 il General Medical Council stabilì che Wakefield aveva agito in modo “disonesto e irresponsabile”, effettuando anche procedure invasive su bambini senza adeguata autorizzazione etica. Nello stesso anno The Lancet ritirò formalmente l’articolo.

Wakefield fu radiato dall’ordine dei medici britannico e perse la licenza per esercitare nel Regno Unito. Non subì condanne penali, ma la sua carriera accademica terminò9.

Ricerche successive su centinaia di migliaia di bambini hanno dimostrato che non esiste alcun legame tra vaccino MMR e autismo, ma indovinate quale ricerca ha registrato il record di citazioni e presenza nell’infosfera, ovviamente tra i non addetti ai lavori?

L’articolo di Wakefield, con gli opportuni commenti anti-vax, venne rilanciato dall’IRA contribuendo alla crescita del movimento no-vax che, come sappiamo, è stato successivamente alimentato dalla pandemia, sempre con l’ausilio dei disinformatori russi.

Il risultato potrebbe sembrare slegato dalla politica, ma l’obiettivo, come dicevo prima, è quello di creare crepe nella fiducia dei cittadini verso le istituzioni, e non è un caso che una porzione importante di no-vax siano detrattori dell’Ucraina quando non sostenitori del putinismo.

 

I media che rilanciano queste false informazioni sono davvero tanti. Alcune organizzazioni che tentano di contrastare il fenomeno hanno come obiettivo l’individuazione di questi siti e compilano enormi liste con i rapporti e l’indice di affidabilità. Tra i media italiani nelle liste troviamo, tra gli altri, Byoblu e il Primato Nazionale (https://mediabiasfactcheck.com), mentre Newsguard (https://www.newsguardtech.com), che ha individuato 561 siti portatori di bufale sulla guerra russo-ucraina, ne indica 44 italiani, ma a questi vanno aggiunte le pagine nei social che sono letteralmente migliaia tra Facebook, Youtube, Tiktok, X, eccetera.

 

Non sono, tuttavia, solo i siti e i social, che per lo più funzionano da amplificatori, grazie ai sofisticati sistemi informatici con i quali creano centinaia di migliaia di finti utenti per ingannare gli algoritmi, che poi decidono la diffusione in base ai like. Secondo Geopop l’intelligenza artificiale è ingannata anch’essa, e il 35% delle informazioni che fornisce sono viziati dalle fake news. Perché più fake news circolano, più l’AI ha materiale falso al quale attingere per fornire le risposte. E l’AI, contribuisce anche attraverso la creazione di immagini sempre più perfette e verosimili, che l’utente non specializzato può cadere facilmente nell’inganno.

 

Ci sono poi gli imbonitori e gli influencer, che la vulgata vorrebbe pagati dal Cremlino, quando in realtà sono mossi da altri vantaggi quali la notorietà che porta guadagni attraverso la pubblicazione di libri, i contratti per apparire in tv, i monologhi teatrali, le conferenze. In sostanza agiscono perché c’è una parte del pubblico che non si rende conto di essere stata manipolata attraverso le tecniche della disinformazione e costituisce una base importante per la loro realizzazione professionale e forse narcisistica. Quanti ne conoscete che hanno acquisito un valore insperato (e immeritato), o rivitalizzato carriere in declino, grazie ai media?

 

Nel 2014 vengono fatte circolare alcune false notizie che sono ancora oggi alla base del castello di disinformazione strategica del Cremlino che, sebbene smentite da fatti, documenti, testimonianze e atti ufficiali, documentari ed ogni tipo di evidenze, resistono a qualsiasi attacco e giustificano l’aggressione russa all’Ucraina. Consentitemi l’autocitazione: Fatti Travagliati è il mio libro sulla disinformazione dove cito anche fake news e fonti certe per la demistificazione. Una vasta parte della popolazione crede, nonostante tutte le smentite e le evidenze, che ci sia la NATO dietro la guerra russo-ucraina; che ci sia stato un golpe a Kiyv nel 2014; che in Ucraina ci siano i nazisti al governo, e tante altre bubbole. Ma sul fronte americano è anche peggio. L’elezione di Trump è stata il perfetto esempio di disinformazione, spinta più da credenze e alchimie semantiche alla Wanna Marchi, che sostanza politica. Non è un caso se autorevoli commentatori della politica statunitense, come Michael Kruse di Politico Magazine, descrivono la retorica di Trump come messianica10. In tutto questo ritroviamo un poco della previsione di Aldous Huxley che nei suoi romanzi distopici, come “Il mondo nuovo”, preconizza una società dove i media sostituiscono la violenza e, nelle società democratiche vengono usati per vendere, mentre nelle dittature servono per standardizzare le emozioni, generando amore per la schiavitù. Orwell aveva attinto all’URSS per descrivere il mondo chiuso e la propaganda, ma sempre sotto il controllo della violenza, Huxley, al contrario, è molto più attuale ed è facile trovare nella lettura riferimenti all’uso che facciamo dei media oggi, dell’entertainment, dell’infotaiment e della propaganda.

 

È importante, ora, soffermarsi sull’aspetto sociale e psicologico, per comprendere come tutto ciò sia possibile. Le vittime della disinformazione non sono solo analfabeti funzionali, che tuttavia sono il bersaglio privilegiato: ci sono persone intelligenti e colte, accademici e politici, giornalisti. Insomma, può accadere a chiunque di noi, e sono certo che, pur con tutta l’attenzione che metto personalmente per evitare di caderne vittima, su argomenti che non conosco bene sci arò caduto anche io. Il meccanismo di cattura è analogo a quello delle sette che esercitano plagio avvalendosi di meccanismi psicologici e delle debolezze intrinseche ad ogni essere umano.

Per molti accade a causa di un bias cognitivo di tipo ideologico. Nel caso della strategia russa è la memoria di ciò che era l’URSS, generata anch’essa da una propaganda molto diffusa tra gli anni ‘50 e ‘90, è rimasta salda e si è trasmessa anche alle nuove generazioni. Il paradiso dei lavoratori, oggi lo sappiamo tutti, non era poi così paradiso, ma poteva contare su migliaia di gruppi in tutto il mondo, ai quali trasmetteva emozioni di giustizia, ancora oggi accesi. Sebbene l’erede dell’URSS sia oggi una dittatura più stretta di allora, e abbia accentuato la connotazione imperialista, aggiungendo quel tanto di similitudine alla politica del Terzo Reich, molti di coloro che si sentono comunisti identificano, spesso inconsciamente, la Russia di Putin con il comunismo. Ma quello ideologico è solo un aspetto, e nemmeno il più importante, vediamo quindi i meccanismi psicologici che sono alla base della manipolazione.

 

Nell’informazione è molto più facile mentire che smentire, a partire dal fatto che fa più presa la notizia letta per prima (anchoring bias), considerando che il processo di demistificazione e ristabilimento di ciò che è certo contro il falso, è complicato e oneroso in termini di tempi e ricerca. Raccontare una balla è questione di un attimo, smentirla scientificamente e al di là di ogni ragionevole dubbio può richiedere anche ore e si scontra subito con lo status quo bias. Bias è un termine della psicologia, che indica un errore sistematico nei processi mentali di giudizio e decisione. Il cervello usa euristiche, cioè scorciatoie mentali, per risparmiare energia, producendo però errori. I bias fanno parte della psiche di tutti, e lo status quo bias, che interviene per impedire il cambiamento (anche di idee) ed evitare qualsiasi destabilizzazione, si somma al confirmation bias, ovvero alla tendenza a cercare, ricordare e dare peso solo alle informazioni che che confermano le nostre idee. A questo punto vengono ignorate, svalutate e denigrate le idee degli altri, anche in presenza di prove certe ed inoppugnabili che dimostrano che le nostre opinioni sono basate su dati falsi.

I bias cognitivi che ci inducono a sbagliare sono tanti. Qui di seguito una lista di quelli principali sfruttati dalla disinformazione strategica

 

Bias di ancoraggio (anchoring bias): Ti fissi sul primo dato che senti e lo usi come base per ogni decisione successiva.

 

Bias di conferma (confirmation bias): Cerchi solo prove che confermano le tue idee, ignorando quelle contrarie.

 

Bias della disponibilità (availability heuristic): Giudichi probabile ciò che ricordi facilmente (ultime notizie, eventi drammatici).

 

Effetto Dunning-Kruger: I meno competenti sovrastimano le loro capacità; gli esperti le sottostimano.

 

Bias di gruppo (ingroup bias): Sopravvaluti il tuo gruppo (famiglia, squadra, nazione), sminuisci gli altri.

 

Status quo bias: Preferisci mantenere le cose come stanno, resisti al cambiamento anche se migliorativo.

 

Bias di autorità: riconosci maggior autorità e autorevolezza a un personaggio noto

 

È sufficiente comprendere a fondo i bias che fanno parte di ciascuno, per capire quanto sia facile manipolare e plagiare le persone. Per difendersi è necessario uno sforzo psicologico per mettersi in discussione, e non è una cosa facile.

 

Prendiamo un bias molto importante ed efficace: il bias di autorità. Un personaggio molto presente nello spazio pubblico, e non farò nomi perché ognuno può immaginare quello che conosce meglio, fa percepire un grado di autorevolezza che spesso non va oltre i pixel dello schermo, cristallizzando però le informazioni che diffonde nelle nostre menti. Si usa anche in pubblicità, dove pochi si chiedono perché un calciatore o un attore dovrebbe suggerire un prodotto che probabilmente nemmeno usa.

Quando si tratta di un giornalista o di un accademico ciò è particolarmente grave, perché la ripetizione di fake news assume un’autorevolezza ancora maggiore, con tutto ciò che ne consegue. Ci sono molte persone autorevoli in campi non afferenti a quello per il quale vengono chiamati a commentare, che si adeguano mollemente al mainstream. Attenzione a questo termine: mainstream viene utilizzato per indicare, appunto, il flusso maggioritario di pensiero che, quasi sempre coincide con la TV. Essendo lo spazio mediatico, la infosfera, dominata da questo tipo di pensatori, non ho dubbi nel definire mainstream il pensiero disinformativo, dovunque venga diffuso.

I social, tuttavia, sono i contenitori più adatti alla diffusione di notizie false o distorte. È in questi spazi di dibattito che si esacerbano gli animi, complice la non-presenza frontale degli interlocutori. Nei social si incontrano sia persone incapaci di argomentare quelle che credono essere le loro opinioni (nel momento in cui non so difendere un’idea è evidente che l’idea è indotta e non maturata attraverso ragionamenti), sia i moltiplicatori artificiali di dette idee, i bot e i troll. I primi sono utenti inesistenti, i cui profili sono generati da intelligenza artificiale e algoritmi, in grado di rispondere solo fino ad un certo punto e si smascherano con relativa facilità, ad eempio andando a controllare i profili che, generalmente sono recenti, con pochi “amici”, zero followers e pochissimi post; i troll sono, invece, persone in carne e ossa con il compito di inserirsi in chat altrui per polemizzare, polarizzando i dibattiti. L’obiettivo, come dicevamo, è sempre il caos e la generazione di insicurezza e insoddisfazione nei confronti della politica e delle istituzioni.

 

Come difendersi da un siffatto attacco al quale, è bene sottolinearlo, siamo sottoposti almeno fin dal 2013? La risposta è semplice, ma di complessa attuazione: verificando le fonti. Ma, tempo disponibile a parte, per farlo correttamente è necessario un livello minimo di conoscenza e di cultura generale che, in un’era di super-specializzazioni tecniche, è sempre più difficile da trovare. La soluzione definitiva, infatti, sta in un lento processo culturale che si chiama democrazia cognitiva. Per semplificare, si tratta di un processo educativo e di alfabetizzazione critica. Come osserva Pierre Lévy, uno dei primi teorici di questa visione, la vera democrazia sarà cognitiva o non sarà: senza un’infrastruttura condivisa di conoscenza affidabile, anche il voto diventa un rituale svuotato di senso, facile preda di propaganda e potere algoritmico, in sostanza si entra in una dittatura soft, e come scriveva Huxley, in un mondo di schiavi felici ma senza spirito.

Senza un investimento serio nella democrazia cognitiva, le democrazie occidentali rischiano di trasformarsi in spettacolari simulazioni di sé stesse: urne piene, ma menti vuote. E disarmate alla mercé delle autocrazie. In estrema sintesi: investire in istruzione e cultura è la priorità.

ENDOXA - BIMESTRALE POLITICA PSICOLOGIA

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