LA GUERRA: UNO SGUARDO STORICO

MARCELLO FLORES

Attualmente sono in corso circa una cinquantina di conflitti. Il Global Peace Index ne conta 56, che coinvolgono una novantina di paesi. Secondo l’Atlante delle guerre i conflitti sarebbero invece 32, con però la presenza di 22 aree di crisi con livelli alti di violenza. Accanto alle guerre recenti o che vengono raccontate da anni (Iran, Gaza, Ucraina) vi sono situazioni per lo più dimenticate o rimosse come il Myanmar (150 mila morti in quattro anni), il Sudan (90 mila morti in due anni), ma anche i conflitti ad «alta intensità» in Siria, Messico, Nigeria e Pakistan.

Anche se le diverse agenzie e organizzazioni che si occupano di monitorare ed elencare i conflitti in corso non sono unanimi nelle loro valutazioni e conclusioni, è certamente comune la rappresentazione di un momento storico in cui i conflitti sono numerosi e diffusi, in cui il numero dei morti è notevolmente elevato (circa 250 mila nel corso del 2025), quello degli sfollati ha raggiunto cifre impressionanti (oltre 120 milioni) e quello degli attacchi contro i civili ha superato abbondantemente i cinquantamila.

Proviamo a fare un rapido confronto con l’inizio del secolo. Nel 2000 si erano verificati 25 conflitti armati di grande portata in 23 regioni del mondo. Sia il numero dei conflitti armati di grande portata che quello delle zone di conflitto nel 2000 erano stati inferiori rispetto al 1999, quando si erano registrati 27 conflitti armati di grande portata in 25 zone. L’Africa e l’Asia avevano continuato a essere le regioni con il maggior numero di conflitti. A livello mondiale, si era registrato un numero pressoché uguale di scontri per il controllo del governo e di scontri per il controllo del territorio.

Nel periodo di 11 anni successivo alla fine della guerra fredda, dal 1990 al 2000, si erano verificati 56 diversi conflitti armati di grande entità in 44 diverse località. Il numero di conflitti nel 2000 è stato inferiore alla media di oltre 27 all’anno registrata dalla fine della guerra fredda. Il numero più elevato di conflitti nel periodo 1990–2000 è stato registrato nel periodo 1990–93, quando il numero annuale di conflitti armati di grande portata variava tra 30 e 33. Il numero più basso di conflitti è stato registrato nel 1996 e nel 1997, quando se ne sono verificati rispettivamente 23 e 19. Tutti tranne tre dei principali conflitti armati registrati nel periodo 1990-2000 erano conflitti civili; vale a dire, la questione riguardava il controllo sul governo o sul territorio di uno Stato. Altri Stati avevano fornito truppe regolari a una parte o all’altra in 14 dei conflitti interni. Gli unici grandi conflitti armati interstatali nel 2000 sono stati quelli tra l’Eritrea e l’Etiopia e tra l’India e il Pakistan nel Kashmir. Tutti gli altri conflitti del 2000 erano intra-statali (interni).

Il periodo che va dal 1991 al 2006, benché abbia conosciuto guerre importanti (Kuwait, Kosovo, Afghanistan, Iraq), ha visto diminuire il numero dei conflitti armati e aumentare il numero di paci stabili. E, al tempo stesso, diminuire di tre volte il numero dei veti esercitati nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e aumentare di conseguenza di sette volte le missioni di peacekeeping dei caschi blu dell’ONU. Perché, proprio nel momento in cui i conflitti si sono trasformati, diventando prevalentemente guerre civili dove gli stati nazionali sono sempre più deboli e si moltiplicano le bande armate «private», è sembrato possibile ricostruire una maggiore solidarietà internazionale e fiducia nelle istituzioni sovranazionali? La risposta più semplice, eppure certamente significativa, è che era appena terminata la guerra fredda, un’epoca di 45 anni contrassegnata dallo strapotere – condiviso e antagonista – delle due principali potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale; e che la fiducia verso le istituzioni sovranazionali che quelle due potenze avevano contribuito a costruire (non solo l’ONU, ma gli accordi economici, commerciali, culturali, giuridici, umanitari che ne erano seguiti) era sembrata rafforzarsi.

Senza addentrarsi in una interpretazione storica che meriterebbe maggiore spazio e complessità, si può ricordare come il cambiamento di clima avvenuto all’inizio di questo secolo, quando il numero dei conflitti era il più basso degli ultimi decenni, sia stato impresso dai leader delle due potenze che avevano dominato l’epoca della guerra fredda, la Russia (non più Urss) e gli Stati Uniti. Il nuovo secolo, infatti, vede due conflitti che pongono di fatto fine a quel periodo eccezionale di maggiore solidarietà internazionale, missioni di pace, minor uso del veto in Consiglio di Sicurezza che aveva fatto seguito alla fine della guerra fredda. Da una parte la seconda guerra in Cecenia scatenata da Putin, sulla base degli attacchi terroristi ad alcuni palazzi di Mosca (organizzati, secondo un’interpretazione non definitiva ma fondata su numerosi elementi, dagli stessi servizi segreti russi per scatenare il nazionalismo russo contro i «selvaggi» ceceni), e che rappresenterà il trampolini di lancio per il suo crescente potere personale e per la deriva efficacemente autoritaria presa dal suo governo; dall’altra l’intervento militare in Iraq, giustificato dagli USA e dalla GB sulla base di un’inesistente minaccia di uso di armi di distruzioni di massa, per giocare la carta della «esportazione di democrazia» con lo scopo – rapidamente fallito – di controllare una delle zone più importanti e irrequiete degli equilibri internazionali. Alla base di entrambi questi interventi vi era il rinnovato svilimento, dopo circa quindici anni di nuova considerazione, delle Nazioni Unite e del sistema di equilibrio e diritto internazionale, in nome di una volontà di rivincita e di vendetta sul ruolo minore cui era stata costretta la Russia (da parte di Putin), e di una arroganza da unico potere egemone che gli Stati Uniti di George Bush jr., modificando la linea impressa da Clinton ma anche da suo padre George H. W. Bush, decisero di attuare in seguito allo shock dell’11 settembre (la cui risposta, in Afghanistan, era stata comunque legittimata dalla comunità internazionale).

Nei conflitti cui stiamo assistendo in questi ultimi anni vediamo la preminenza, numericamente, di ribellioni a carattere terroristico (Iraq, Nigeria, Bangladesh, Mali, Burkina Faso, ecc), poi di guerre civili (Etiopia, Myanmar, Sudan, Yemen, ecc) e infine di poche guerre tra stati (invasione russa in Ucraina, guerra Israele-Palestina, conflitto di frontiera Afghanistan-Pakistan) e alcune guerre «di droga» nell’America latina (Messico, Ecuador). Eppure sono le guerre tra stati, cui si è aggiunta per ultima quella di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, a segnalare ben più dei numerosi conflitti civili di varia natura la crisi, apparentemente consolidata e forse irreversibile, di quell’ordinamento internazionale costruito ottanta anni fa, sui pilastri delle Nazioni Unite e del nuovo diritto internazionale (le cui basi erano state la «giustizia di Norimberga», la Convenzione sul genocidio, la Dichiarazione universale dei diritti umani, le Convenzioni di Ginevra del 1949, e la nascita di organismi multilaterali e sovranazionali sulla salute, il lavoro, la cultura, il commercio).

Finora gli anni ‘20 di questo secolo hanno registrato un numero maggiore di conflitti armati rispetto ai tre decenni precedenti, con un aumento delle vittime di guerra e un incremento degli sfollati e dei profughi a livelli ormai insostenibili. Il confronto tra le grandi potenze è tornato a livelli di intensità che non si registravano dalla fine della guerra fredda nel 1989–91, compresa la formulazione di minacce nucleari che sembrano rinviare al clima presente nella seconda metà degli anni ’50 e nei primi anni ‘60. È proprio la preoccupante situazione dell’ordine mondiale ad accentuare la pericolosità della sfida nucleare odierna. In passato l’ordine mondiale era stato definito sostanzialmente come il modo in cui le relazioni internazionali venivano organizzate attraverso istituzioni, trattati, leggi e norme «riconosciute» perfino nel momento in cui venivano violate sulla base di giustificazioni poco convincenti o addirittura capziose. Queste relazioni riguardavano principalmente le questioni di pace e sicurezza, le questioni economiche, i temi relativi all’ambiente e alle sfide ecologiche, i diritti umani, la salute, il patrimonio culturale e altro ancora.

In genere questi aspetti dell’ordine internazionale erano più o meno universalmente riconosciuti, anche se non completamente e non da tutti. Spesso

gli Stati hanno approvato o si sono impegnati a rispettare trattati e leggi rifiutandosi però di concretizzare quell’impegno nei propri ordinamenti giuridici o nella propria prassi politica. Se si esamina l’operato delle istituzioni globali alla luce dei requisiti di stabilità internazionale e sicurezza umana, è abbastanza chiaro che esse, attualmente, non solo non sono in grado di realizzare il disarmo, gestire i conflitti o affrontare la crisi ecologica, ma si sono mossi con modalità che hanno aggravato la possibilità di migliorare o risolvere queste crisi. Né l’ONU e le sue varie agenzie, né le organizzazioni regionali, né le istituzioni finanziarie internazionali, né le grandi potenze e le loro alleanze sempre più instabili e in crisi stanno affrontando adeguatamente queste sfide epocali.

A modificare pesantemente la situazione internazionale negli ultimi anni – ma anche la percezione degli strumenti che possono essere utilizzati per salvaguardare la pace e l’equilibrio tra gli stati – sono stati ancora una volta i presidenti della Federazione Russa e degli Stati Uniti. Nel primo caso è stato il medesimo di inizio secolo, Vladimir Putin, che compiendo l’atto di aggressione all’Ucraina il 24 febbraio 2022 ha allargato l’azione già compiuta nel 2014 di occupazione illegittima della Crimea e di appoggio militare ai separatisti del Donbass. In questo caso l’aggressione a un paese vicino senza alcuna giustificazione (se non la risibile accusa di stare compiendo un «genocidio» nel Donbass ai danni della popolazione russofona, immediatamente smentita e rigettata dalla Corte Internazionale di Giustizia), paese confinante con cui vi erano stati ripetuti accordi di rispetto reciproco delle frontiere e dell’integrità territoriale (e con cui si era agito insieme nella costruzione della Comunità di Stati Indipendenti che aveva portato nel 1991 al crollo dell’Unione Sovietica), ha rappresentato un atto di guerra nel cuore dell’Europa e un rigetto sostanziale, pratico e in linea di principio, di quei principi adottati ottanta anni fa per impedire che il mondo ricadesse nelle spirali di stati con sovranità totale capaci a proprio piacimento di scatenare un conflitto che poteva trasformarsi in nuova guerra mondiale.

È certamente vero, come viene continuamente ricordato da giornali e televisioni incapaci di porre nella giusta prospettiva storica gli avvenimenti drammatici che stiamo vivendo, che il diritto internazionale – e soprattutto quello relativo alla pace e alla sicurezza – è stato più volte violato, anche se non sempre e non nello stesso modo, cosa che andrebbe ricordato e spiegato per evitare facili e confusi paragoni e parallelismi (l’intervento contro la Serbia nel 1999 dopo i massacri in Kosovo non è lo stesso di quello in Afghanistan nel 2001 ed entrambi non sono uguali a quello in Iraq nel 2003). Ma quelle violazioni venivano giustificate sulla base di necessità impellenti a volte reali e motivate a volte no (difesa di gravi violazioni e di crimini internazionali, necessità di rappresaglia per grave attacco contro la propria popolazione civile, minaccia dell’uso di armi di distruzione di massa), non sul palese disprezzo per quelle leggi, norme e regole internazionali a suo tempo sottoscritte e sempre rivendicate come giuste e necessarie anche quando venivano di fatto violate.

Accanto all’azione volta da Putin, in un crescendo di negazione del diritto internazionale e degli accordi sottoscritti dalla Russia e da lui stesso a livello bilaterale o internazionale, si è aggiunto ultimamente anche il comportamento del presidente statunitense Donald Trump, che ha profondamente modificato l’atteggiamento e il modo di agire che erano stati fatti propri dai suoi predecessori, compreso il sé stesso del periodo 2017-2020. Nella lunga intervista che il presidente USA ha concesso a quattro giornalisti del New York Times l’11 gennaio 2026, alla domanda se esistessero limiti ai suoi poteri globali, Trump ha risposto: «Sì, ce n’è uno. La mia stessa moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi». «Non ho bisogno del diritto internazionale», ha aggiunto. «Non intendo fare del male alle persone». Quando gli è stato chiesto con insistenza se la sua amministrazione dovesse rispettare il diritto internazionale, Trump ha chiarito che sarebbe stato lui l’arbitro nel decidere quando tali vincoli si applicassero agli Stati Uniti.

Non passa giorno, ormai, da quell’intervista e in occasione di ogni crisi internazionale che ha visto coinvolti gli Stati Uniti – dal Messico alla Groenlandia, da Gaza al Venezuela, e infine adesso all’Iran – che il presidente Trump ha sottolineato con orgoglio la sua totale autonomia e indipendenza dal diritto internazionale e dalle regole che hanno governato per ottant’anni il sistema di equilibrio tra gli stati, anche nelle occasioni in cui alcune di esse venivano violate e messe in discussione.

Quello che sembra caratterizzare tanto l’azione di Putin quanto il comportamento di Trump non è solo il disprezzo per le regole, ma la riaffermazione convinta che è solo la logica della forza e della propria sovranità assoluta a determinare la loro politica internazionale (e anche interna, se pensiamo alla repressione dura e omicida di Putin e all’abuso dei poteri presidenziali sui temi dell’immigrazione e dei dazi da parte di Trump). Ed è questa la rottura vera, profonda e difficilmente rimarginabile almeno nel breve periodo, non solo con il diritto internazionale ma con l’intera storia del dopoguerra a partire dalla creazione delle Nazioni Unite, cui entrambi i capi di stato non sembrano lasciare più alcuno spazio concreto nel governo delle vicende internazionali. Se siamo all’inizio di un’epoca di transizione capace di azzerare gli ultimi ottant’anni di vita internazionale o in un momento di crisi da cui ci si potrà riprendere con l’aiuto degli stessi stati parte della comunità internazionale, dell’opinione pubblica e delle forze democratiche non è uno storico a poterlo prevedere o pronosticare. Anche se la strada che si intraprenderà nei prossimi tre anni sarà senz’altro decisiva per capire se saremo entrati o no in un’altra epoca della storia contemporanea.

 

 

 

 

ENDOXA - BIMESTRALE storia

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