LA MIA GUERRA
GIAN MICALESSIN
La guerra tra le dita
È ancora calda, mi scotta le dita. Un mujaheddin afghano l’ha appena raccolta. A qualche passo da me. La rigiro tra le dita. Adesso è tiepida e spigolosa, fredda e tagliente. Sono due o tre centimetri di metallo nulla di più. La granata di mortaio da cui si è staccata non l’ho manco sentita. Solo un fruscio d’aria poi un esplosione. Una sola. Non so neanche dire dove. Cinquanta metri forse meno. Una sola, sommessa, discreta. Non la pioggia di bombe dei film. Eppure è arrivata a pochi passi da me. Dieci, quindici metri più in qua e mi sarebbe entrata nelle carni. Sarei ferito o morto. Senza neanche capire d’essere arrivato in guerra. E invece eccomi qua con questa scheggia assassina in mano. La rigiro, la guardo, inizio a comprendere la guerra. Un gioco sinistro, ma noioso ed imprevedibile. Dove un colpo di mortaio sparato a caso ti può uccidere mentre trascini i piedi in un campo di pannocchie abbandonate. Buongiorno guerra! Ti sognavo tempestosa eccitante come nei film. Sei solo fatica e noia, lezzo di merda e sudore. Torpore ed improvviso, inatteso terrore.
Non abito più a Trieste da 40 anni. Eppure quando mi chiedono perché hai scelto di raccontare la guerra inizio sempre da lì. Da quelle cene degli anni 60 quando guardando il telegiornale i miei sussurravano “Se i riva noi restemo indrio”. “Se arrivano noi restiamo indietro” In quelle sei scarne parole c’era il destino di una città adagiata sulla “cortina di ferro”. Sulla prima linea della Guerra Fredda. Una città indifendibile dove i tank sovietici sarebbero sarebbero penetrati come nel burro. La prima linea di difesa della Nato passava duecento chilometri più avanti. Trieste sarebbe rimasta indietro. Avrebbe dovuto difendersi da sola. Non a caso noi triestini facevamo i militari nella nostra città. E i depositi di Gladio erano disseminati tra le doline del Carso. Siamo cresciuti in un tempo breve disegnato tra gli orrori delle foibe e la paura di una guerra imminente. Una guerra che ci avrebbe strappato al nostro paese. Come quella che nel 1945 aveva tolto a mio padre la sua casa rimasta in terra jugoslava. E l’aveva costretto – come mia madre, come tutti i triestini – a vivere prigionieri – tra il 1945 al 1954 – dell’occupazione jugoslava prima e di quella alleata poi. Ma quella guerra vissuta sotto traccia, percepita, ma non vista alla fine è quella che nel 1983, a 23 anni, mi spinge a cercare la guerra vera. Per vederla con i miei occhi. Per capirla. Per raccontarla. Non la scelgo a caso. La mia prima guerra da apprendista giornalista è quella dell’Afghanistan invaso dall’Unione Sovietica. Il paese dove l’Armata Rossa è arrivata veramente. Dove un piccolo popolo resiste e lotta. Come avrei dovuto far io se i sovietici fossero arrivati davvero. Così in Afghanistan non mi porto solo bloc- notes e macchine fotografiche, ma anche i miei sogni di ragazzino. Raccontare la verità, stare dalla parte dei giusti e dei più deboli, battermi per la libertà.Ma qualche mese tra le montagne afghane mi basta per capire che la guerra è merda e sangue. E che i buoni non stanno mai da una parte sola.
Afghanistan settembre 1983
Sono in Afghanistan da un mese. Dopo la solita interminabile marcia tra le montagne mi ritrovo in un’altra base dei mujaheddin. Una semplice caverna scavata nella roccia tra i picchi di alte montagne. Lì fuori – tra i sassi e polvere – sono dispersi i resti di un Mig abbattuto. Ma il vero orgoglio dei padroni di casa è un albero dai cui rami penzolano i resti di un pilota russo. Ha tentato di buttarsi con il paracadute, ma non ce l’ha fatta. E rimasto appeso e loro i mujaheddin ne hanno fatto poltiglia a colpi di kalashnikov. Alzo gli occhi. Le budella rinsecchite penzolano come un addobbo dell’orrore. Il tanfo dolciastro della decomposizione attanaglia lo stomaco, annebbia la mente. Eppure non riesco a distogliere lo sguardo da quella carcassa d’uomo. Cerco di immaginarne il volto sfregiato dai colpi di kalashnikov. Avrà qualche anno più di me. O anche no. Penso alla madre che lo aspetta da qualche parte nell’immensa Unione Sovietica. Per lei era un figlio. Per questi guerrieri è un mostro da lasciar appeso ad un albero. Sono i due volti della guerra. Che incomincio a scorgere quella sera. E non riuscirò più a scordare.
In Afghanistan ci sono tornato mesi fa per raccontare il nuovo emirato talebano. Ogni volta che ci rimetto piede mi rendo conto di come la realtà superi le fantasie di Hollywood. Quando ci sono venuto la prima volta mai avrei immaginato d’incontrarvi i soldati americani ed italiani vittime delle stesse imboscate della stessa guerra subita dai russi. Invece 25 anni son bastati a ribaltare tutto. Ricordo un giorno dell’estate 2007. Sono seduto in un blindato italiano. Il mitragliere si abbassa mi chiede “Che differenza c’è tra l’Afghanistan degli anni 80 e quello di oggi?” E io lo guardo e la risposta mi esce spontanea. “Nessuna. I talebani hanno le stesse armi di allora. E combattono nascondendosi tra montagne. Voi come i russi vi muovete nascosti nei blindati.”.
Una droga chiamata adrenalina
Per anni questo lavoro è stato una droga. La paura finiva un attimo prima della battaglia. Poi arrivava lei l’adrenalina, E con lei mi lasciavo accompagnare nel combattimento. Senza chiedermi se sarei tornato.
“L’adrenalina offusca quel che succede attorno, ti fa percepire solo l’attimo. Mentre tempo e paura volano via. I colpi di mortaio cadono tutt’attorno. Uno è arrivato molto vicino. Troppo vicino. Davanti ho due guerriglieri feriti. Al posto loro potevo esserci io, ma il pensiero non mi preoccupa. Sono in overdose da adrenalina. Lo capisco dal ritmo con cui il cervello scandisce immagini ed avvenimenti. La pellicola della realtà si muove al rallentatore e la mia mente la scompone in singoli fotogrammi. Le urla dei feriti il fragore delle esplosione sono un rimbombo lento. Un’indistinguibile rumore di fondo. L’ adrenalina offusca quel che succede attorno. Ti fa percepire solo l’attimo. Mentre tempo e paura volano via.
La verità
Era l’illusione della mia prima partenza. Poi il mestiere mi ha insegnato a diffidare di chi dice di conoscerla. Per capirlo basta un incidente stradale. Parli con i testimoni e ascolti altrettante verità. Spesso inconciliabili e contrastanti. In guerra non è diverso. Il punto di vista cambia la percezione. Per questo dobbiamo accontentarci di essere oggettivi. E raccontare quanto vediamo. Anche quando è opposto alla narrazione generale O diverso da quel che l’opinione pubblica vorrebbe sentire. Non è sempre facile.
Timisoara 1999
Nel Natale 1989 la Televisione della Svizzera Italiana mi manda a Timisoara in Romania dove è in corso una rivolta contro il dittatore comunista Nicolae Ceausescu. I media la raccontano come una grande rivoluzione. Uno dei suoi simboli è una fossa comune. Li il regime avrebbe sepolto gli oppositori uccisi durante le prime dimostrazioni. Nei racconti dei media la fossa s’ingrandisce giorno dopo giorno. Prima contiene qualche centinaio di cadaveri, poi addirittura 4mila600. Vado a cercarla.La trovo nel cosiddetto “cimitero dei poveri”. Tra le zolle da poco rimosse conto una ventina di corpi decomposti. Ma non sono quelle dei rivoltosi. A spiegarmelo ci pensa il guardiano del cimitero. “Qui – racconta – sono sepolti barboni, gente senza famiglia a cui nessuno paga una tomba”. Torno a Lugano. “I conti non tornano” – dico. Il Direttore non mi crede. Gli mostro le immagini. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. “Li hanno visti tutti gli inviati del mondo come fai ad avere dei dubbi?”. Non faccio passi indietro. Il mio reportage si chiude con la domanda: «Sarà stata vera rivoluzione?». Mesi dopo arrivano i bilanci ufficiali: 689 morti per tutta la Romania e un centinaio a Timisoara. Il quotidiano francese “Liberation” spiega che non c’è stata rivoluzione, ma una trama disegnata a Mosca per sostituire Ceausescu con una nomenklatura fedele a Gorbaciov . Eppure la chiamavano rivoluzione.
Rwanda maggio 1994
Da una decina di giorni sono dentro il Rwanda. Sono fra i pochissimi giornalisti testimoni del genocidio tutsi. I militari governativi, autori del massacro, mi portano dentro un campo di detenzione dove i tutsi muoiono di stenti. Ogni notte i massacratori vengono a prelevare decine di condannati da far a pezzi a colpi di machete. Il tutto sotto gli occhi dell’ufficio della Croce Rossa Internazionale che sta dall’altra parte della strada. In quei giorni spesso mi chiedo – “Che ci ci faccio qui? E’ morale assistere ad un genocidio senza muovere un dito? E’ lecito accompagnarsi agli sterminatori? Un’unica risposta mi consola. Questo genocidio non ha testimoni e poterlo raccontare permette d’ inchiodare alle loro responsabilità i colpevoli. Per questo è giusto farlo.
Guerre alle porte di casa
Poche guerre e poche tragedie mi son rimaste nel cuore come quelle incontrate a Sarajevo e negli altri teatri di guerra della ex Jugoslavia. Per me nato a Trieste, assistere a quel conflitto è come osservare una guerra combattuta nel cortile di casa.
Per questo il viale dei cecchini di Sarajevo, l’Holiday Inn crivellato di colpi in cui dormivamo, i morti e i feriti straziati dall’artiglieria che bersagliava la città sono, ancora oggi, parte dei mie incubi. In quei giorni di guerra ascolto i racconti intrisi di odio di croati musulmani e serbi e penso ad un sentimento sopravvissuto ai grandi scontri etnici della seconda guerra mondiale. Un sentimento congelato dalla parentesi di Tito. Tornando oggi sui luoghi del conflitto vedo ancora serbi croati e musulmani vivere lontani e divisi. Vedo le rovine delle case abbandonate e mai ricostruite E mai ripopolate dei serbi fuggiti dalle terre croate o viceversa. Quell’immagine mi fa paura. Perchè anche la pace imposta nel 1995 – senza una vera riconciliazione potrebbe all’improvviso svanire. E liberare nuovamente odii secolari.
La soglia dell’11/9
L’11 settembre segna un passaggio critico anche per il giornalismo. Con le Torri Gemelle crolla la possibilità per noi giornalisti occidentali di raccontare il nemico, di unirci a lui, di raccontare il suo punto di vista. Da quel momento anche noi diventiamo “infedeli” degni di venir sgozzati. Il nemico diventa un’immagine confusa, impossibile da raccontare. Lo scopro a mie spese a Falluja nel maggio 2004 dove cerco notizie di tre italiani rapiti mesi prima. Jolan, il quartiere nord occidentale di Falluja è una gruviera derelitta e rabbiosa tra case distrutte, strade deserte, fetore di cadavere. Dal suo ventre spuntano, uno ad uno, ragazzi e uomini in armi. Hanno volti coperti, kalashnikov e bombe a mano. “Italiano? Non va bene, sei alleato degli americani…Meriti di morire!”. Il volto coperto dalla kefia bianca sputa rabbia. Il kalashnikov e il braccio destro si alzano e si abbassano minacciosi. La canna si ferma all’altezza dei miei occhi. Quel giorno a Falluja la roccaforte irachena di Al Qaida capisco che una parte del nostro lavoro lavoro non si può più fare. Che il nemico non si può più raccontare.
Siria i cristiani dimenticati
Nel settembre 2013 sono in Siria dove i ribelli islamisti stringono d’assedio il regime di Assad. Settimane prima un attacco chimico ha colpito le zone degli insorti. Mentre Obama minaccia di bombardare Damasco e il regime di Bashara Assad i ribelli alqaidisti di Al Nusra, assediano Maaloula una cittadina cristiana dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo. Nel Santuario di Santa Tecla un gruppo di suore rischia di cadere nelle mani dei terroristi. Alì, un capitano dell’esercito siriano e una dozzina di suoi uomini vogliono andare a salvarle. Mi unisco a loro e raggiungiamo il santuario. Ma non è una buona idea. La radio di Alì gracchia di continuo. Ad ogni comunicazione il volto del capitano si fa più terreo. Mentre salivamo al santuario il vice di Alì è stato ucciso. Gli uomini che dovevano difendere la zona intorno a noi si sono ritirati. Siamo soli. Il capitano, sette soldati, un cameraman, un interprete e il sottoscritto. Soli e alla mercé di Al Nusra pronta a scendere in qualsiasi momento. Alì mi guarda, sussurra una frase da brivido. “Se ci trovano qui sgozzano noi, le suore e le orfanelle. Con il buio tenteremo di uscire e raggiungere i nostri uomini alla base del villaggio. Meglio morire combattendo che sgozzati”. La madre superiore ci segna la fronte con la croce, m’infila un’immagine della Madonna nel giubbotto antiproiettile. Alì apre il portone, sporge il capo. Appesa alla montagna, risplende la luna. Non appena disegna le nostre ombre una scarica di piombo ricama la terrazza sopra le nostre teste. Come una muta impazzita rimbalziamo di viuzza in viuzza scivoliamo, barcolliamo, ci calpestiamo mentre le canne dei kalashnikov controllano ogni angolo. Dopo dieci minuti di corsa folle siamo nella piazza insieme agli altri soldati. Alì mi abbraccia, mi sfila dal giubbotto l’immagine della Madonna La bacia. “Siamo vivi, giornalista. Lei ci ha protetto.” Quando ripenso al terrore vissuto a Maaloula mi chiedo quale sarà il destino deicristiani di Siria sotto il regno di Al Jolani. Allora comandava Al Nusra. Oggi controlla l’intera Siria. Con il consenso della comunità internazionale.
Ucraina 2022
Raccontare una guerra in cui anche il tuo paese è coinvolto non è facile. Soprattutto se stai dalla parte opposta. Sono stato definito filo putiniano ed accusato di esser entrato nei territori ucraini occupati dai russi. A nulla è servito ricordare che quello è il mio lavoro. E di esser entrato illegalmente anche nella Cecenia bombardata da Putin o nell’Afghanistan occupato dai russi.
Nel maggio 2022 mentre sono a Lugansk, nell’Ucraina controllata da Mosca, leggo sul telefonino un reportage pubblicato da un grande quotidiano nazionale. Il reportage descrive nei dettagli la situazione nella cittadina di Scastja, a una manciata di chilometri da dove mi trovo io . “Chi è dentro – racconta il corrispondente scrivendo da una Kiev distante 830 chilometri – manda messaggi disperati. Tutti stanno in cantina per paura delle rappresaglie. La moglie di un esponente del consiglio comunale ha detto che hanno preso suo marito l’hanno trascinato davanti al comune e l’hanno ucciso di fronte ai pochi cittadini usciti in cerca di cibo”.
Il giorno dopo sono a Scatja. Ho davanti è una città assolutamente tranquilla, quasi sonnolenta. Il sindaco parla con i giornalisti, le mamme portano in giro i bimbi in carrozzina. Nelle strade non si vede l’ombra di un soldato russo. E tutti negano di aver visto quanto scritto dal quotidiano italiano. Nella centrale nucleare di Zaporizhia non va diversamente. Secondo le fonti ucraine riprese dai nostri media i russi la bombardano quotidianamente rischiando di farla esplodere. Vado a verificare. Entro nella centrale. Vedo i soldati russi all’interno dell’impianto. Una presenza sicuramente vietata dalle leggi internazionali. Ma vedo anche i muri sbrecciati dalle granate. Piovute tutte dalla parte ucraina sull’altra riva del fiume Dnipro.
È la guerra impossibile da raccontare. La guerra in cui è coinvolto il tuo paese. La guerra dove la propaganda gioca un ruolo più importante della cronaca. E dove qualsiasi tentativo di capire cosa succeda sul fronte opposto viene liquidato come propaganda putiniana. Anche per questo raccontare la guerra dal fronte russo è stata professionalmente una delle esperienze più frustranti. Nel settembre 2022 – mentre racconto i referendum per l’annessione alla Federazione Russa delle provincie separatiste di Donetsk e Lugansk e quelle occupate di Kherson e Zaporizhia – un emittente nazionale mi chiede di far vedere i soldati russi intenti a mandare la popolazione a votare sotto la minaccia delle armi. Una richiesta surreale non in virtù di una presunta legittimità della consultazione, ma perchè nella provincia secessionista del Lugansk la guerra civile dura dal 2014. Negli 8 anni precedenti l’intervento russo la popolazione filo ucraina ha già abbandonato le proprie case per rifugiarsi nei territori controllati di Kiev. E dunque la Russia non ha alcuna necessità di usare le armi per spingere al voto una popolazione in larghissima parte favorevole all’annessione. Nel 2023 va anche peggio. Un’altra televisione nazionale mi rispedisce al mittente il servizio sulle mine a farfalla sparse dai droni ucraini sul centro abitato di Donetsk capoluogo della provincia secessionista filo russa. La spiegazione è semplice. “Quelle immagini non si possono mettere in onda”. Ma mescolare propaganda e informazione è un gioco pericoloso. Il perchè è ben spiegato ne “L’arte della guerra” il trattato firmato cinque secoli prima di Cristo dal generale cinese Sun Tzu. “Se conosci il nemico e te stesso – insegna il trattato – la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso, ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”. Nel conflitto ucraino l’Italia, l’Europa e, nel suo insieme, la coalizione contrapposta alla Russia, contraddice fin dall’inizio i consigli di Sun Tzu. Quando si ritrova a valutare il nemico preferisce alternativamente sminuirlo, deriderlo o demonizzarlo. Così nella primavera del 2022 – a due mesi dall’inizio del conflitto – ci ritroviamo inondati dai resoconti su una Russia senza più missili, sui suoi i soldati ridotti a combattere a colpi di zappa e un presidente Vladimir Putin ormai moribondo. Salvo – oggi – paventare con la stessa convinzione una temuta invasione dell’Europa, l’impossibilità di fermare i missili di Mosca e l’inarrestabile autoritarismo di Vladimir Putin. In questa evidente contraddizione è contenuta anche la sua spiegazione. Il primo caduto della guerra in Ucraina non è stata la verità, come afferma una delle frasi più abusate sulla guerra, ma, più banalmente, la serietà e l’affidabilità dell’informazione.
