LA REALTÀ COME CAMPO DI BATTAGLIA
MARCO SETACCIOLI
All’inizio di aprile del 2022, quando le truppe russe si ritirarono da Borodyanka, una delle immagini che emersero dal piccolo centro della regione di Kyiv non riguardava soltanto gli edifici sventrati o i crateri lasciati dalle bombe. Nella piazza principale della cittadina il busto di Taras Shevchenko appariva segnato da diversi colpi di arma da fuoco. Il volto del poeta, che per generazioni di ucraini ha incarnato l’idea stessa della loro lingua e della loro cultura, era stato preso di mira come se fosse un bersaglio.
Borodyanka era stata occupata per circa un mese durante le prime settimane dell’invasione russa. In quel tempo la cittadina aveva conosciuto bombardamenti, distruzioni e violenze che l’hanno poi resa uno dei simboli della devastazione portata dall’avanzata verso Kyiv. Eppure sparare contro una statua non ha alcuna utilità militare. Non serve a conquistare una posizione, non neutralizza un deposito di munizioni, non offre alcun vantaggio tattico. Il bersaglio non era un obiettivo strategico. Era un simbolo.
Taras Shevchenko occupa un posto centrale nella formazione dell’identità culturale ucraina. Nato nel 1814, poeta, pittore e intellettuale, Shevchenko è considerato uno dei padri della lingua letteraria moderna del paese. Le sue opere contribuirono a dare forma a una coscienza nazionale in un’epoca in cui l’Ucraina non esisteva ancora come stato indipendente e la sua cultura veniva spesso trattata dalle autorità imperiali russe come una semplice variante regionale della cultura russa. Non è un caso che proprio lui sia diventato una figura simbolica. Nel 1847 l’Impero russo lo arrestò per il suo coinvolgimento nella Fratellanza dei Santi Cirillo e Metodio, un circolo che riuniva intellettuali interessati alla riforma dell’impero e al risveglio culturale dei popoli slavi. Lo zar Nicola I di Russia ordinò che fosse mandato come soldato nelle steppe dell’Asia centrale, con un divieto personale di scrivere e di dipingere. La sua colpa era aver dato voce, nella lingua ucraina, a un’identità che il potere imperiale preferiva considerare inesistente.
C’è qui un paradosso storico che attraversa tutta la storia ucraina. Per oltre un secolo l’impero russo ha sostenuto che gli ucraini non costituissero una nazione distinta, che la loro lingua fosse poco più di un dialetto e che la loro storia potesse essere assorbita nella narrazione più ampia della storia russa. E tuttavia quello stesso impero ha ritenuto necessario reprimere periodicamente le espressioni culturali che dimostravano il contrario. L’identità che si diceva inesistente doveva essere costantemente sorvegliata, censurata o ridotta al silenzio.
Questa tensione tra negazione e repressione non appartiene soltanto al passato imperiale. Nella guerra iniziata nel 2022 riappare sotto forme diverse ma riconoscibili. La narrativa ufficiale del Cremlino insiste nel presentare l’Ucraina come una costruzione artificiale della storia, un paese privo di una reale autonomia culturale o politica. Ma per rendere plausibile questa affermazione è stato necessario occupare territori, devastare città e organizzare referendum sotto controllo militare nelle regioni annesse. Se quelle terre fossero davvero parte naturale del cosiddetto “mondo russo”, non sarebbe stato necessario distruggerle per dimostrarlo. La guerra non si limita a rivendicare una realtà preesistente: tenta piuttosto di produrla con la forza.
Il busto crivellato di colpi nella piazza di Borodyanka può essere letto anche in questa prospettiva. Sparare contro la statua di Shevchenko non cambia il corso di una battaglia. Ma colpisce un simbolo che rappresenta una lingua, una tradizione culturale e l’idea stessa che l’Ucraina esista come comunità storica distinta. Episodi come questo ricordano che la guerra non si combatte soltanto sul terreno militare. Accanto allo scontro per il controllo del territorio esiste spesso un altro livello di conflitto, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che riguarda la definizione della realtà stessa.
È come se, prima ancora di conquistare un paese, lo si dovesse negare.
Se il gesto di sparare contro il busto di Shevchenko può apparire come un episodio marginale della guerra, la logica che lo rende comprensibile emerge con maggiore chiarezza osservando il modo in cui il potere russo ha descritto l’Ucraina negli ultimi anni. Prima ancora che sul campo di battaglia, la negazione dell’Ucraina si è sviluppata nel linguaggio e nella costruzione di una narrazione storica che ne mettesse in dubbio l’esistenza come nazione autonoma.
Uno dei momenti in cui questa impostazione emerse con particolare chiarezza risale al 2008. Durante il vertice NATO di Bucarest, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe detto al presidente degli Stati Uniti George W. Bush che l’Ucraina «non è nemmeno uno Stato». Secondo il resoconto riportato in seguito dallo stesso Bush nelle sue memorie, Putin sosteneva che una parte significativa del territorio ucraino fosse in realtà storicamente russa e che il paese fosse il risultato di decisioni politiche arbitrarie prese nel corso del XX secolo. Al di là della forma esatta della conversazione, il senso di quell’affermazione era chiaro: l’Ucraina non veniva descritta come un soggetto storico autonomo, ma come una costruzione contingente destinata prima o poi a dissolversi.
Questa visione è stata espressa in modo ancora più sistematico nel saggio pubblicato nel luglio 2021 dallo stesso Putin, intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. In quel testo il presidente russo sostiene che russi e ucraini costituirebbero «un solo popolo» e che la separazione politica tra i due paesi sarebbe il risultato di errori storici, manipolazioni politiche e interventi esterni. L’Ucraina contemporanea viene descritta come il prodotto di una costruzione artificiale maturata all’interno dell’Unione Sovietica e successivamente alimentata da élite politiche ostili alla Russia.
Anche i dettagli linguistici riflettono questa impostazione. Nella lingua russa esistono due modi per indicare il rapporto con un territorio: la preposizione v (в), utilizzata per gli stati sovrani, e na (на), che si usa più spesso per regioni o territori percepiti come parte di uno spazio più ampio. Per molto tempo nel russo corrente si è detto na Ukraine – letteralmente “sull’Ucraina” – una forma che richiama l’idea di una regione piuttosto che quella di un paese indipendente. Dopo il 1991, con l’indipendenza ucraina, le autorità di Kyiv hanno chiesto che venisse utilizzata la forma v Ukraine, coerente con il trattamento riservato agli stati sovrani. Il fatto che nel discorso pubblico russo la forma tradizionale continui a essere ampiamente utilizzata (e lo stesso saggio di Putin ne è la dimostrazione) non è soltanto una questione grammaticale: riflette una certa rappresentazione dello spazio politico e storico.
Questi elementi – affermazioni politiche, interpretazioni storiche, sfumature linguistiche – compongono una stessa architettura narrativa. In essa l’Ucraina non appare come una realtà nazionale consolidata, ma come una deviazione temporanea da una presunta unità originaria del mondo russo. Se l’esistenza di uno Stato viene descritta come una costruzione artificiale, allora la sua dissoluzione può essere presentata non come una conquista, ma come una sorta di “correzione della storia”.
In questo senso la guerra iniziata nel 2022 può essere letta anche come il tentativo di tradurre in realtà una narrazione costruita negli anni precedenti. Se un paese viene presentato come un errore storico, la sua distruzione o la sua subordinazione possono essere interpretate come il ripristino di un ordine considerato più autentico. La violenza militare diventa lo strumento attraverso cui una determinata visione della storia cerca di imporsi sul mondo reale.
È qui che il gesto apparentemente marginale compiuto nella piazza di Borodyanka acquista un significato più ampio. Colpire la statua di Shevchenko non è soltanto un atto di vandalismo. È il riflesso simbolico di una narrazione che da anni tenta di ridurre l’Ucraina a una parentesi della storia, negandole lo statuto di realtà autonoma.
Se la guerra è anche una lotta per definire che cosa esiste e che cosa non esiste, i simboli culturali diventano inevitabilmente un bersaglio. Le città ucraine colpite dall’invasione russa non hanno visto distruggere soltanto infrastrutture militari o industriali. Musei, biblioteche, teatri, monumenti e luoghi di culto sono stati danneggiati o distrutti in quantità tale da attirare rapidamente l’attenzione delle organizzazioni internazionali dedicate alla tutela del patrimonio culturale.
Secondo le rilevazioni di UNESCO, centinaia di siti culturali in Ucraina sono stati colpiti o danneggiati dall’inizio dell’invasione su larga scala nel 2022. Tra questi figurano edifici storici, musei locali, archivi, biblioteche e luoghi religiosi appartenenti a diverse confessioni. La distribuzione geografica di questi danni segue in larga parte la linea del fronte, ma la loro natura rivela qualcosa che va oltre gli effetti collaterali delle operazioni militari.
Colpire il patrimonio culturale di un paese significa infatti intervenire sulla sua memoria. Le opere conservate nei musei, i monumenti nelle piazze, le biblioteche e gli archivi non rappresentano soltanto beni materiali: sono depositi di una narrazione collettiva, testimonianze di una continuità storica che lega generazioni diverse. Distruggerli o danneggiarli equivale a interrompere questa continuità, a cancellare i segni visibili di un passato condiviso.
Nella storia delle guerre questo tipo di violenza non è un fenomeno nuovo. Durante le guerre jugoslave degli anni Novanta, per esempio, la distruzione di biblioteche, moschee, chiese e ponti storici fu spesso interpretata come parte di una strategia più ampia di “pulizia culturale”. Anche nel Medio Oriente contemporaneo la distruzione di siti archeologici da parte di gruppi estremisti ha mostrato quanto il patrimonio possa diventare un bersaglio quando l’obiettivo è riscrivere la storia di un territorio.
Nel caso ucraino la dimensione simbolica di questi attacchi si inserisce in un contesto ideologico particolare. Se, come sostiene la narrativa del Cremlino, l’Ucraina sarebbe una costruzione artificiale priva di una reale autonomia storica e culturale, allora i segni materiali di quella cultura assumono un valore ambiguo: diventano allo stesso tempo prove dell’esistenza di un’identità distinta e ostacoli alla sua negazione. Distruggerli significa quindi eliminare testimonianze che contraddicono la narrazione imperiale.
La violenza contro il patrimonio non si limita tuttavia alla distruzione fisica. Nei territori occupati si è osservato anche un processo più sottile di trasformazione simbolica dello spazio pubblico: monumenti rimossi o sostituiti, programmi scolastici modificati, biblioteche riorganizzate secondo i criteri culturali russi, imposizione della lingua russa. In questo modo la guerra interviene non soltanto sulla geografia politica di un territorio, ma anche sulla sua geografia simbolica.
Questo processo non riguarda soltanto i territori occupati. Negli ultimi anni la politica della memoria promossa dal Cremlino ha progressivamente ridefinito anche il racconto della storia all’interno della stessa Russia. Nei manuali scolastici e nella divulgazione storica ufficiale gli aspetti più problematici dell’esperienza sovietica – dalle repressioni staliniane alle deportazioni di massa – vengono ridimensionati o reinterpretati, mentre si rafforza la narrazione di una continuità storica imperiale che unirebbe l’Impero russo, l’Unione Sovietica e la Federazione Russa contemporanea. In questa prospettiva la storia appare come una linea quasi ininterrotta di grandezza statale e di missione civilizzatrice, nella quale le ombre vengono attenuate e le fratture ricomposte.
La manipolazione della memoria interna non è un fenomeno separato dalla guerra, ma uno dei suoi presupposti ideologici. Una narrazione storica che cancella o minimizza la violenza del passato rende più facile giustificare quella del presente. Se l’impero è stato nel complesso una forza positiva nella storia della regione, allora l’espansione o il controllo dei territori vicini possono essere presentati come una restaurazione legittima dell’ordine storico. Allo stesso modo, se l’identità culturale di quei territori viene descritta come una derivazione secondaria della cultura russa, la distruzione dei suoi simboli può apparire come un danno collaterale o come la rimozione di una deviazione dalla storia comune.
In questa prospettiva, gli attacchi contro musei, archivi o monumenti non appaiono più come episodi marginali della guerra. Diventano piuttosto parte di una strategia che mira ad erodere i fondamenti culturali dell’identità nazionale. Se una comunità può essere privata dei luoghi in cui conserva la propria memoria, diventa più facile sostenere che quella memoria non sia mai esistita davvero.
È lo stesso meccanismo che si intravede nel busto crivellato di proiettili nella piazza di Borodyanka. Distruggere i simboli non significa soltanto danneggiare oggetti. Significa tentare di indebolire la realtà storica che quei simboli rappresentano.
Se la distruzione del patrimonio e la manipolazione della memoria rappresentano una forma materiale di intervento sulla realtà storica, esiste anche un livello più immediato e fluido in cui questa lotta prende forma: quello delle narrazioni. La guerra contemporanea non si combatte soltanto con eserciti e armi, ma anche con racconti concorrenti che cercano di stabilire quale interpretazione degli eventi debba essere considerata legittima.
Nel caso della guerra contro l’Ucraina, la costruzione di queste narrazioni ha accompagnato il conflitto fin dalle sue fasi iniziali. Già nel 2014, dopo la fuga del presidente ucraino Viktor Yanukovych e l’annessione della Crimea da parte della Russia, una parte significativa della comunicazione politica e mediatica russa ha descritto gli eventi di Kyiv come un “colpo di Stato” orchestrato dall’Occidente. Questa interpretazione ha avuto una funzione precisa: trasformare un movimento di protesta complesso e articolato in un episodio di manipolazione geopolitica, nel quale l’Ucraina appariva non come un soggetto politico autonomo, ma come un terreno di competizione tra potenze esterne.
Negli anni successivi questa narrativa si è ampliata fino a includere altri elementi ricorrenti: l’idea che il governo ucraino fosse dominato da forze “naziste”, la rappresentazione della NATO come principale responsabile dell’escalation regionale, o la convinzione che la popolazione russofona dell’Ucraina fosse oggetto di persecuzioni sistematiche. Molti di questi argomenti sono stati ripetuti con insistenza nello spazio mediatico russo e diffusi attraverso reti di informazione e propaganda che operano anche al di fuori dei confini della Federazione Russa.
La funzione di queste narrazioni non è soltanto quella di giustificare l’azione militare. Più profondamente, esse contribuiscono a ridefinire il significato stesso degli eventi. Se una guerra viene presentata come un’operazione difensiva o come un intervento necessario per proteggere una popolazione minacciata, la percezione della violenza cambia radicalmente. Ciò che appare come un’aggressione in una narrazione può diventare un atto di tutela o di liberazione in un’altra.
Questo conflitto interpretativo non si svolge soltanto all’interno della Russia. Le narrazioni prodotte dal Cremlino trovano spesso eco anche nel dibattito internazionale, dove vengono riprese, rielaborate o adattate a contesti politici differenti. In questo modo la guerra entra nello spazio pubblico globale non solo come un evento militare, ma come un oggetto di interpretazione permanente, nel quale versioni diverse della realtà competono per ottenere riconoscimento.
La diffusione capillare dei media digitali rende questo processo ancora più complesso. Piattaforme online, social network e canali di comunicazione transnazionali permettono alle narrazioni di circolare rapidamente e di raggiungere pubblici molto diversi. In questo contesto la distinzione tra informazione, propaganda e interpretazione diventa spesso difficile da tracciare. La guerra si trasforma così anche in una battaglia per l’attenzione e per la credibilità, nella quale la capacità di imporre un racconto convincente può influenzare la percezione globale del conflitto.
In questa prospettiva, la guerra contro l’Ucraina appare come un caso emblematico di una dinamica più ampia: la trasformazione dei conflitti contemporanei in dispute sulla realtà stessa degli eventi. Non si tratta soltanto di stabilire chi controlli un territorio, ma anche di determinare quale versione della storia verrà riconosciuta come vera.
La guerra, in altre parole, non decide soltanto i confini delle mappe. Cerca anche di definire i confini della realtà.
Osservato nel suo insieme, il conflitto tra Russia e Ucraina appare dunque anche come qualcosa di più di una guerra per il controllo del territorio. È una disputa sulla realtà stessa: su ciò che esiste, su ciò che deve essere ricordato e su ciò che può essere cancellato.
La negazione dell’Ucraina come nazione distinta, la riscrittura della storia imperiale, la distruzione dei luoghi della memoria e la diffusione di narrazioni concorrenti fanno parte di uno stesso processo. In ognuno di questi ambiti si gioca una battaglia per stabilire quale versione del passato e del presente debba essere riconosciuta come legittima. La violenza militare diventa così il punto di intersezione tra due dimensioni del conflitto: quella materiale, che riguarda città, infrastrutture e territori, e quella simbolica, che riguarda identità, memorie e interpretazioni della storia.
In questa prospettiva la scena della piazza di Borodyanka assume un valore quasi emblematico. Il busto crivellato di colpi di Taras Shevchenko non rappresenta soltanto uno sfregio gratuito compiuto durante un’occupazione militare. È il riflesso di una tensione più profonda che attraversa la storia della regione da almeno due secoli: quella tra un’identità culturale che cerca di affermarsi e un potere politico che ne contesta l’esistenza.
Nel XIX secolo lo zarismo cercò di ridurre al silenzio Shevchenko perché le sue poesie dimostravano che la lingua e la cultura ucraine non erano una semplice variante regionale della cultura russa. Nel XXI secolo la guerra tenta di ottenere con la forza ciò che allora si cercava di negare con la censura: l’idea che l’Ucraina sia una realtà storica distinta e quindi, in ultima analisi, legittimata a esistere come stato.
Questo paradosso rivela qualcosa di essenziale sulla natura di questo conflitto, che lo distingue dai tanti altri conflitti contemporanei. Prima di tentare la conquista di un territorio, è spesso ridefinirne il significato. Prima di poter sottomettere un paese, lo si è dovuto presentare come una costruzione artificiale o come una deviazione dalla storia. La guerra non interviene soltanto sul mondo reale: tenta anche di modificarne la percezione.
È per questo che la distruzione dei monumenti, la manipolazione della memoria e la produzione di narrazioni rivali non sono elementi marginali del conflitto. Sono parte integrante di una lotta su vasti campi ma con poche regole, per stabilire quali popoli, quali storie e quali identità possano essere riconosciuti come reali.
La guerra, in fondo, non decide soltanto chi controllerà una città o una frontiera. Decide anche quale realtà sarà riconosciuta come tale.
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