LA TENTAZIONE DELLA RESA

ROBERTO FESTA

1. Il mistero della finlandizzazione

Alla fine degli anni Settanta, mi occupavo di logica induttiva, una branca esoterica della filosofia analitica che veniva studiata da una dozzina di persone in tutto il mondo, metà delle quali erano finlandesi. Toccai, quindi, il cielo con un dito quando, nel 1981, vinsi una borsa di studio per il Dipartimento di Filosofia di Helsinki, dove trascorsi l’inverno lavorando sotto la supervisione del giovane Ilkka Niiniluoto, esponente di spicco della “scuola finnica” di filosofia analitica.

Abitavo ad Antti Korpin tie, uno studentato a qualche chilometro da Helsinki, che ospitava studenti e borsisti finlandesi e di molte altre nazioni. La maggior parte di loro provenivano dall’Unione Sovietica e dagli stati comunisti dell’Europa dell’Est. Mi ero forse imbattuto nel primo segno visibile di quella finlandizzazione di cui tanto si parlava in Europa? Con questo termine si evocava il timore che l’Europa facesse la fine della Finlandia, sottomettendosi al controllo sovietico. Speravo che l’intensa vita sociale di Antti Korpin tie mi avrebbe aiutato a capire che cos’era la finlandizzazione e, soprattutto, come la vivevano i finlandesi. Tuttavia, le mie speranze vennero frustrate. Infatti, i miei amici finlandesi non parlavano volentieri di questo argomento e si limitavano quasi sempre a dire che la finlandizzazione non era nient’altro che il rapporto di buon vicinato tra la Finlandia e l’Unione Sovietica. Tuttavia, anche le persone più laconiche a proposito della Russia diventavano molto loquaci quando manifestavano il loro odio per l’America e, in particolare, per il neoeletto presidente Ronald Reagan.

Non ho mai parlato di politica con Ilkka Niiniluoto o con altri filosofi dell’Università di Helsinki. Tuttavia, mi resi presto conto che al Dipartimento di Filosofia non spirava un’aria favorevole agli USA. In particolare, fui molto colpito da Esa Saarinen, un filosofo non ancora trentenne che, qualche anno prima, era stato ammesso nella prestigiosa Academy of Finland. Saarinen usciva da tutti gli stereotipi dell’homo finnicus. Alla fine del 1981 vidi un monologo teatrale da lui interpretato, con la regia del ventitreenne Aki Kaurismäki, che aveva appena diretto il suo primo film. Saarinen si agitava sul palco nella sua abituale tenuta, con stivali texani e camicia a fiori aperta sul petto villoso, declamando e sghignazzando. Grazie a un’amica che mi traduceva in inglese le frasi salienti, compresi che il monologo era una lunga invettiva contro l’America, la sua politica e il suo stile di vita.

Poiché i finlandesi sembravano amare i russi e odiare gli americani, mi venne da pensare che soffrissero di una variante politica della sindrome di Stoccolma. Alla fine degli anni Settanta, si cominciò a parlare di questa sindrome con riferimento a un evento accaduto nell’agosto 1973, quando un certo Jan-Erik Olsson tentò di rapinare la Kreditbanken, nel centro di Stoccolma. Durante la rapina, Olsson prese in ostaggio quattro impiegati della banca e chiese la liberazione del suo ex compagno di cella. Nei sei giorni del sequestro, gli ostaggi svilupparono un legame affettivo con i loro sequestratori e giunsero a odiare la polizia. Il termine “sindrome di Stoccolma” sarebbe stato poi usato per indicare i sentimenti positivi che la vittima di un’aggressione prova nei confronti del proprio aggressore. Ipotizzo che la sindrome di Stoccolma possa colpire non solo gli individui, ma anche le nazioni. Qualcosa del genere è probabilmente accaduto nella Finlandia del secondo dopoguerra che, dopo essere stata aggredita e sottomessa dai russi, finì per amarli e per odiare i loro avversari americani.

A quanto pare non sono l’unico filosofo europeo che ha tentato di comprendere, senza riuscirci, cosa pensavano i finlandesi della finlandizzazione. Infatti, il filosofo conservatore inglese Roger Scruton fece un’esperienza piuttosto simile alla mia nel corso del suo viaggio del 1987 a Helsinki, di cui parla in un capitolo “Gentle Regrets” (2006).

“Negli ultimi giorni dell’Unione Sovietica, […] noi in Europa eravamo ipnotizzati dal potere sovietico. […] La sfera di influenza americana si scontrava con una sfera di controllo sovietica. Solo in un paese l’Unione Sovietica aveva cercato di imporsi esercitando qualcosa di meno del controllo, e quello era la Finlandia. I finlandesi erano gli eroi non celebrati della guerra contro il comunismo; perché erano gli unici tra i popoli d’Europa ad aver combattuto questa guerra ed essere rimasti imbattuti. Avevano perso gran parte della Carelia a causa degli eserciti di Stalin, ma avevano […] costretto i comunisti ad accettare qualcosa di meno della conquista. Quel qualcosa si chiamava “finlandizzazione”, ed era un mistero per me.

Cosa avevano concordato esattamente i finlandesi e come veniva applicato l’accordo? Venivano emanati decreti dall’ambasciata sovietica, venivano organizzati processi farsa contro i dissidenti antisovietici, esisteva la censura sovietica sulla stampa popolare? O c’era qualcos’altro, qualcosa di più sottile e insidioso? […] Nessuno sembrava in grado di dirci cosa fosse veramente la finlandizzazione.

Quando nel 1987 ricevetti un invito a visitare l’Università di Helsinki, accolsi con favore l’opportunità di completare la mia mappa psichica dell’Europa moderna. Non imparai nulla sulla finlandizzazione, tranne che anche i finlandesi non avevano imparato nulla al riguardo. […]

[Mentre conversiamo in un bar,] ci raggiunge Ilkka Niiniluoto, un filosofo accademico, dal viso giovane, morbido e carnoso, occhi spalancati e inquieti e una barba lanuginosa che si tira con dita imbarazzate. Deve avere circa 40 anni, visto che parla di un figlio adolescente; ma i suoi riccioli castani e gli occhi severi gli danno l’aspetto di un novizio alla scuola della vita, che si stupisce e si sgomenta a ogni passo. […] Chiedo della finlandizzazione e i miei ospiti parlano con aria cupa di “accordi”, “condizioni”, “circostanze”, ma sembrano incapaci di spiegare ulteriormente. È come se ne parlassero per la prima volta, come un lutto rimosso dalla mente. […]

Dopo mezzanotte torno a casa a piedi […]. Folle di giovani ubriachi e silenziosi […] si aggirano, appoggiati l’uno all’altro, come un gregge di pecore in un paesaggio invernale. Nessuna risata, nessun sorriso, nessuna parola: solo una malinconia che non va in nessuna direzione, un’assoluta mancanza di volontà, alimentata da alcol, sesso e droghe. Forse è questo che si intende per finlandizzazione.”

Gli “accordi” cui alludevano “con aria cupa” gli ospiti di Scruton furono stabiliti alla fine della cosiddetta “guerra di continuazione” che oppose la Finlandia e l’Unione Sovietica tra il giugno 1941 e il settembre 1944. La sanguinosa battaglia di Ilomantsi, combattuta tra il luglio e l’agosto 1944, si concluse con una decisiva vittoria dei finlandesi, che respinsero il tentativo sovietico di conquistare l’intera Finlandia. Firmando l’armistizio di Mosca, nel settembre 1944, la Finlandia riuscì a preservare l’indipendenza e il sistema politico democratico. D’altra parte, dovette fare svariate concessioni, sia nella politica estera sia in quella interna. Gli aspetti più umilianti di queste concessioni riguardavano la politica interna. Tra il 1944 e il 1946, la sezione sovietica della commissione di controllo alleata chiese che le biblioteche pubbliche finlandesi rimuovessero dalla circolazione più di 1.700 libri considerati antisovietici, e alle librerie furono forniti cataloghi di libri proibiti. Anche se il possesso o l’uso di libri antisovietici non erano vietati, la loro ristampa era proibita. Inoltre, l’Ente finlandese per la classificazione dei film vietò i film che considerava antisovietici. Il “lutto rimosso dalla mente”, di cui gli ospiti di Scruton non riuscivano a parlare, aveva probabilmente a che fare con questi divieti. Nell’aprile del 1948, la Finlandia firmò, alla presenza del capo supremo sovietico, Josef Stalin, un “Accordo di amicizia” con l’Unione Sovietica che la obbligava a una politica di neutralità.

Possiamo farci un’idea delle umiliazioni patite dai finlandesi, stretti nell’abbraccio peloso dell’amicizia sovietica, leggendo la testimonianza rilasciata alla webzine La rondine dalla giornalista finlandese Liisa Liimatainen.

“La finlandizzazione nella politica interna c’era davvero. Ho avuto l’occasione di vederla con i miei occhi. Ero una militante della sinistra del Partito Socialdemocratico (SDP) […]. L’ambasciata sovietica era frequentata da tutti i partiti. […] Praticamente tutti i partiti, ma in particolare il Partito comunista finlandese e […] il Partito del Centro (ex-partito agrario) avevano rapporti molto intensi con l’ambasciata. L’SDP un po’ di meno perché la sua ala destra veniva vista con sospetto. […] La Finlandia era davvero finlandizzata. Nel senso che una buona parte della società aveva veramente perso la ragione e non si rendeva più conto fino a che punto eravamo finiti a fraternizzare con i sovietici. E una parte di questo comportamento era strumentale per avere dei vantaggi anche nella politica interna. In questo modo l’ambasciata sovietica aveva un ruolo molto grande nella politica interna finlandese. […] In quella situazione noi finlandesi abbiamo saputo fare una politica sottile che ci ha salvato. Ma contemporaneamente abbiamo lasciato che i sovietici si infiltrassero nella politica interna. […] Questo per me era la finlandizzazione: una politica possibile in una situazione veramente difficile che ha funzionato, ma non priva di danni. I finlandesi hanno imparato ad autocensurarsi, a sorridere ai sovietici, hanno accettato molte cose, ma hanno salvaguardato l’essenziale: l’indipendenza. […] Una parte importante della sinistra si innamorò di Brezhnev e nacque in Finlandia il fenomeno dei “taistolaisuus“, i comunisti che giuravano nel nome di Brezhnev.

2. Guerra o vergogna?

Winston Churchill contro la tendenza alla resa. Alla fine di un lungo conflitto, la Finlandia si arrese alla soverchiante potenza sovietica, ma la sua resa fu tutt’altro che incondizionata. I Finlandesi sperimentarono l’umiliazione della sconfitta in guerra, ma non la vergogna di arrendersi per evitare la guerra. Il loro coraggio nel resistere alle pretese dei tiranni non è molto diffuso nelle democrazie occidentali, spesso inclini ad arrendersi senza combattere.

Il leader conservatore inglese Winston Churchill fu uno dei pochi a contrastare la tendenza ad arrendersi ai tiranni. L’11 settembre 1938, quando era un semplice parlamentare, così scrisse al suo collega Walter Guinness.

“A causa della negligenza delle nostre difese […], sembriamo essere molto vicini alla triste scelta tra guerra e vergogna. La mia sensazione è che sceglieremo la vergogna, e poi ci verrà lanciata la guerra un po’ più tardi, a condizioni ancora più avverse di quelle attuali.”

Churchill si riferiva qui al primo ministro inglese Neville Chamberlain, che sembrava propenso a cedere alla richiesta, avanzata da Hitler, di annettere la regione cecoslovacca dei Sudeti. Le preoccupazioni di Churchill erano ben fondate poiché, il 30 settembre 1938, Chamberlain e il primo ministro francese Édouard Daladier firmarono gli accordi di Monaco, che davano piena soddisfazione al tiranno tedesco. Churchill non si lasciò contagiare dall’entusiasmo imbecille delle folle inglesi e francesi che plaudivano alla pace, immaginando che sarebbe stata duratura. Nel dibattito sugli accordi di Monaco, alla Camera dei Comuni, condannò la svendita della Cecoslovacchia a Hitler con un discorso che sarebbe diventato celebre.

“È tutto finito. Muta, triste, abbandonata, smembrata, la Cecoslovacchia svanisce nell’oscurità. […] Questa è una sconfitta totale e assoluta. In un periodo che si può misurare in anni, ma anche solo in mesi, la Cecoslovacchia sarà inghiottita dal regime nazista […] Ci troviamo di fronte ad un disastro di prima grandezza […] Non mi lamento del nostro popolo leale e coraggioso […] ma esso deve sapere che abbiamo subito una sconfitta senza guerra, le cui conseguenze ci accompagneranno a lungo […] Non pensate che sia finita; questo è solo l’inizio della resa dei conti.”

La profezia di Churchill non tardò ad avverarsi. Infatti, nel marzo 1939, a pochi mesi dagli accordi di Monaco, Hitler invase la Boemia e Moravia, completando così l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia. La politica dell’accondiscendenza ai tiranni, da allora tristemente nota come appeasement, non aveva funzionato. La decisione di accettare una “sconfitta senza guerra” avrebbe portato vergogna e disonore, e poi anche la guerra.

3. L’Occidente deve resistere alla tentazione di arrendersi ai tiranni. A quasi un secolo di distanza dal tragico fallimento dell’appeasement di Monaco, la classe politica occidentale resta abbarbicata all’idea che la pace vada preservata a ogni costo. La stella polare che orienta la politica estera delle democrazie liberali è il dialogo con i tiranni, da perseguire anche con le più umilianti concessioni. Pur di evitare la guerra, si percorre la via del disonore, che di solito conduce a una disonorevole sconfitta in guerra.

Il più recente esempio dell’arrendevolezza dell’Occidente riguarda le sue relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Dopo un quarto di secolo di permanenza al potere, Putin vanta ancora molti ammiratori nelle élite occidentali, che non sembrano aver compreso la natura del regime di Putin, la sua ideologia e i suoi obiettivi. I corifei di Putin includono un consistente numero di intellettuali. Fra questi, uno dei più eminenti è John Mearsheimer, teorico statunitense delle relazioni internazionali, autore del celebrato volume La tragedia delle grandi potenze (2001). Sulla sua pagina web, Mearsheimer si definisce così:

“Sono un realista, il che significa che credo che le grandi potenze dominino il sistema internazionale e siano costantemente impegnate in una competizione per la sicurezza, che a volte porta alla guerra.”

Da questa presunta legge storica, Mearsheimer ritiene di poter dedurre indicazioni operative di grande portata. In particolare, ha recentemente affermato che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin è state motivata da legittime preoccupazioni di sicurezza, determinate dall’allargamento della NATO e della UE verso oriente. Inoltre, ha suggerito che l’Occidente non dovrebbe disturbare i progetti egemonici di Putin sugli stati che facevano parte dell’Unione Sovietica.

Criticando le posizioni di Mearsheimer, Steven Pinker (intervista a Quillette, 2023) osserva che i cosiddetti realisti politici sono molto riluttanti a riconoscere che le idee possono avere un potere causale nel determinare i comportamenti di uno Stato.

“Sembra quasi mistico: come può qualcosa di così etereo come un’idea indurre i carri armati ad attraversare un confine nazionale? […] Ma la gente dovrebbe superare questo scrupolo. Le idee sono forze causali nella storia. […] Come hanno dimostrato molti politologi, le guerre non vengono combattute solo per terra e minerali, ma anche per onore e prestigio, mandati divini, visioni utopiche, destino storico, vendetta per ingiustizie e umiliazioni, e altre fantasie e ossessioni.”

L’efficacia causale delle idee risulta molto evidente nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina. Infatti, come Putin ha detto e scritto molte volte nel corso degli anni, e ribadito nell’estate precedente l’invasione dell’Ucraina, la sua motivazione principale era quella di realizzare l’unità storica dei popoli ucraino e russo.

I suggerimenti dei “realisti politici” alla Mearsheimer sono tenuti in grande considerazione dalle élite occidentali, che non vedevano l’ora di esibire una giustificazione “scientifica” per la loro arrendevolezza ai tiranni. A me paiono di gran lunga più saggi i suggerimenti della studiosa statunitense, naturalizzata polacca, Anne Applebaum. Fin dal 2015, Applebaum spiegava perché la peculiare natura del regime Putin non consente di integrare la Russia nell’Occidente.

“Sono da tempo una sostenitrice dell’integrazione dell’Europa orientale con l’Occidente, e inizialmente credevo che l’integrazione, che funziona così brillantemente in Polonia, dove vivo, potesse funzionare anche per la Russia. Purtroppo, dopo una lunga esperienza, ho concluso che per il momento non è possibile, perché l’attuale regime russo, così com’è, non può essere integrato. La Russia di Putin non è solo un’altra autocrazia o una tradizionale dittatura russa. Gli attuali leader russi non sono semplicemente i governanti politici della loro nazione. Sono letteralmente i proprietari del paese: controllano tutte le sue principali aziende, tutti i suoi media e tutte le sue ricchezze naturali. Durante gli anni ’90 hanno preso il controllo dello Stato russo, in combutta con la criminalità organizzata, ricorrendo a furti, corruzione e riciclaggio di denaro.” (Intervento a The Munk Debates, pubblicato in Rudyard Griffiths (a cura di), Should The West Engage Putin’s Russia?)

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

Lascia un commento