LE GENERAZIONI EUROPEE POSTBELLICHE E LA GUERRA

JACK DANIEL
Pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, uscì un fortunato libro che ripercorreva la genesi del conflitto; Il Ritorno della Storia, ne era il titolo, Serhii Plokhy l’autore. “Ora la Storia si è ripresa prepotentemente la scena – scriveva – mostrando il suo volto peggiore e aprendo le sue pagine più spaventose, colme di violenza e distruzione”. E proseguiva: “Questa guerra indica chiaramente che l’Europa e il mondo hanno ormai consumato il dividendo della pace frutto del crollo del Muro di Berlino nel 1989, e stanno entrando in una nuova, e ancora indeterminata, epoca”.
La Storia, quindi, si è rimessa in moto, e ciò coincide con una guerra il cui valore distruttivo da sempre si misura non solo con la morte di persone e con le rovine materiali, ma anche con lo stravolgimento del precedente ordine. La guerra è la grande distruttrice degli status quo, al suo termine i belligeranti non saranno più quelli di partenza, sia in termini di confini, talvolta, sia, sempre, in termini di condizioni sociali ed economiche: che si perda o si vinca, la guerra cambia gli assetti precedenti, ed apre una nuova pagina di storia.
Quella Ucraina è quindi un ritorno e, per le generazioni europee occidentali postbelliche, è stata una scoperta, dato che la guerra, per lunghi decenni, era sparita dall’ordine del possibile. E questo, focalizzandomi quindi sulle popolazioni europee degli ultimi ottant’anni, per almeno due ragioni: la costruzione, lenta, faticosa ma continua, dell’Unione Europea e l’arma atomica.
L’Europa Unita nasce da una negazione e da una promessa: mai più. Non c’è forse immagine più eloquente del lungo cammino europeo di quella vecchia foto del 1984 che ritrae Kohl e Mitterand che si stringono la mano davanti all’ossario di Douaumont, presso Verdun, luogo che ricorda i caduti della prima guerra mondiale. Era come se, a distanza di secoli, finalmente i figli e i nipoti di Carlo Magno avessero, una volta per tutte, deciso di interrompere quella faida famigliare che aveva provocato la gran parte dei conflitti e dei morti europei dell’ultimo millennio. Mai più, mai più guerre tra europei, dopo che questi, per secoli, le avevano combattute e, negli ultimi, esportate in tutto il mondo, coinvolgendo nelle proprie faide paesi e popolazioni che, a malapena, sapevano dove fosse l’Europa e quali fossero le sue capitali. Nacque quindi, il sogno europeo, da una promessa negativa: non faremo più guerre tra noi. E già questo sembrava così enorme, rispetto al passato, che meno ansia procurava il poi: d’accordo, sappiamo cosa non fare, ma poi, cosa facciamo? Molte incertezze dell’Europa quali le conosciamo, tante sue incapacità di decisione forse nascono proprio dal suo fondamento, dal sapere fin troppo bene cosa non avrebbe dovuto essere e da lasciare sullo sfondo il cosa essere.
Ma se quindi le generazioni europee postbelliche sapevano benissimo che una nuova guerra non sarebbe mai stata combattuta dai propri governi l’un contro l’altro, non per questo ignoravano che un ulteriore conflitto mondiale avrebbe avuto l’Europa come campo di battaglia. Ma questo nuovo conflitto, nei timori e nelle angosce di quelle generazioni, non avrebbe assunto i connotati dei precedenti, ma quello profetizzato da Einstein quando disse “Io non so come sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma posso dirvi che cosa useranno nella quarta: pietre!”. La terza guerra mondiale non sarebbe stata la guerra come conosciuta dai padri e dai nonni, ma un evento apocalittico, in un certo senso più simile al meteorite che, 66 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, cadde nell’attuale Messico provocando l’estinzione dei dinosauri, che alle battaglie sul Piave. Un evento catastrofico di portata inimmaginabile il cui timore è stato alimentato da una ricca letteratura e filmografia, da The Day After sino a Wargames. Una tale Armageddon sarebbe stata istantanea: il giorno prima si guardavano le partite di calcio in TV, il giorno dopo non sarebbero restati né giocatori, né spettatori e nemmeno stadi. Alla fine sarebbe rimasta una piccola umanità malata e distrutta, che avrebbe dovuto convivere con inverni nucleari e un nuovo Medioevo, e anche tutto ciò ha alimentato letterature e filmografie, a partire dai Mad Max.
La paura della guerra, quindi, non è mai scomparsa, nemmeno nelle vecchia Europa tra le generazioni postbelliche, ma era paura del tutto differente da quella nutrita dalle generazioni precedenti. Non si temeva il lungo conflitto, la fame e la carestia, il reclutamento di massa e la possibilità di essere mandati, come novelli Piero di De Andrè, a sparare a divise di altro colore, ma l’estinzione, immediata e, forse, persino inconsapevole.
In definitiva, la guerra era sparita dall’orizzonte quotidiano di intere generazioni europee, in parte perché, grazie all’Europa Unita, non si avevano più timori nei confronti del proprio vicino. E in parte perché, se mai fosse scoppiata, avrebbe assunto i caratteri di catastrofe cosmica che avrebbe interrotto ogni tipo di attività, ivi compresa la guerra stessa. Ciò ha contribuito ad alimentare, nei decenni passati, la crescita dei movimenti per la pace e il disarmo. Da un lato si voleva scongiurare l’Apocalisse nucleare, esercitando pressioni nei confronti dei Signori dell’Apocalisse che, in quegli anni, erano i governanti di USA e URSS. Dall’altro, però, vi era una constatazione assai popolare circa l’inutilità del riarmo. Se guerra sarà, si argomentava, non potrà che essere Apocalisse. Che senso ha, ci si chiedeva, spendere soldi in cannoni e carrarmati se tutto sarà deciso da alcune centinaia di missili con testata nucleare? Si spera forse che un esercito di leva o un moschetto possa fermarli? Da qui il progressivo calo delle spese militari e la fine dell’obbligo di leva per molti paesi europei.
Su tutto ciò è calata l’invasione russa e la guerra in Ucraina, quel ritorno della Storia che ha scombussolato in pochi anni certezze che parevano ormai consolidate. Si tratta infatti di una guerra certamente europea e, a differenza di altri conflitti combattuti nel vecchio continente, primo fra tutti quello Jugoslavo, non si trattava di una sorta di guerra civile racchiusa all’interno di confini dati (quelli della ex Jugoslavia), ma un conflitto decisamente modo antiquo, con uno Stato che ne invade un altro al fine di cambiare confini internazionali e sottometterlo. Una guerra antica anche nel modo di svolgersi perché, se è vero che vediamo in azione droni e satelliti, che certamente non c’erano né a Verdun né in Normandia, è altrettanto vero che vediamo fortificazioni e trincee, e, dietro di loro, popolazioni mobilitate e mandate al fronte così come accadeva sul Piave. Lo spazio europeo, che sembrava così sicuro, d’un tratto non lo è parso più, perché nei suoi margini orientali e settentrionali, tra Finlandia e Paesi Baltici, si è intravista la minaccia che ciò che è accaduto in Ucraina potesse ripetersi.
Da elemento astratto, la guerra ha fatto irruzione nella quotidianità. Gli Stati europei hanno subito predisposto piani di riarmo, molto concreti perché implicano spese e scelte di destinazione di fondi distolti da altre attività. Si parla esplicitamente di rafforzare i ranghi di coloro che sono sotto le armi, o con incentivi ai volontari o, ed era impensabile dieci anni fa, col ripristino della leva obbligatoria. La stessa istituzione europea si è improvvisamente ridestata ed è divenuta a poco a poco sempre più centrale. Sino a qualche anno fa il nome del Presidente di Commissione era in larga parte ignoto ai più, e non parliamo dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza, ma oggi Von der Leyen e Kaja Kallas sono diventate presenze familiari. Le politiche comuni di riarmo hanno animato il dibattito in ogni Paese membro e la stessa Unione Europea ha acquisito un’importanza nell’opinione pubblica che prima non aveva. È l’Europa stessa che, dopo essersi a lungo adagiata nella negazione (mai più la guerra) ha dovuto reinventarsi nella proposta e affermazione (difesa comune). Da qui le polemiche contro gli Stati refrattari (per esempio l’Ungheria) e le discussioni sullo stesso modo di essere della Comunità (unanimità sì o no?). Tutto ciò è stato peraltro accelerato dall’attuale Presidenza degli USA che ha costretto gli europei ad assumere un piglio propositivo che, per lungo tempo, non era considerato indispensabile visto che la prima ragion d’essere (mai più guerre tra noi) era placidamente data per acquisita.
Vittima illustre è stato il movimento pacifista e per il disarmo, e ciò potrebbe apparire un controsenso. Ma come? si potrebbe obiettare, quando la guerra era lontana prospettiva era molto loquace e presente, nel momento in cui la stessa guerra si prende la quotidianità, si silenzia? È capitato, forse, al movimento per la pace ciò che è successo a quei movimenti che, negli anni passati, sono stati molto attivi a riguardo di un’altra emergenza planetaria, il mutamento climatico. Anche questi movimenti ecologisti, dopo un lungo slancio, sembrano tornati nell’ombra. In parte è capitato ai pacifisti di oggi ciò che capitò ai pacifisti inglesi degli anni’30, come il PPU (Peace Pledge Union) nel quale militava il giovane Bertrand Russel, tra gli altri: nel momento in cui il conflitto divampò, prospettare la pace quando Hitler aveva conquistato mezza Europa pareva complicità, e molti di quei pacifisti furono messi all’indice, se non in prigione. Ma il problema principale, valeva ieri e vale oggi, sia per gli ecologisti che per i pacifisti, è che le loro aspirazioni sono per natura globali. Ha poco senso prospettare la fine delle emissioni in un solo Paese perché, se il vicino emette, comunque il pianeta ne ha pochi benefici e il Paese che opera la riconversione ne patisce i costi a differenza del vicino che ne risulta quindi avvantaggiato. Così per la pace: la si può invocare, soprattutto là dove vi è libertà di pensiero e parola, ma se poi il vicino se ne disinteressa e invade, quella richiesta di pace potrebbe diventare accondiscendenza verso il prepotente e quindi, e sarebbe somma contraddizione, verso la guerra stessa. Da qui il silenzio, figlio dell’impotenza.
La guerra, quindi, è ritornata, in quello spazio europeo nel quale si sono succedute generazioni che l’hanno esclusa dal novero delle possibilità e che, pertanto, si dimostrano poco attrezzate culturalmente ad affrontarla. Il rombo dei cannoni è ancora lontanissimo ed è auspicio di tutti che si spenga presto senza avvicinarsi, ma tanto è bastato perché, come scriveva il Plokhy inizialmente citato, la guerra indicasse chiaramente come il dividendo della Pace, goduto in questi decenni, sia ormai in parte consumato, e non produca frutti come nel passato. Un nuova epoca sta nascendo per l’Europa, molto nebulosa e incerta. I valori della pace, che si riteneva consolidati e acquisiti per sempre, necessitano di una nuova riproposizione, in un mondo che sarà diverso da quello che abbiamo conosciuto.
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