PARTITURA DELLA GUERRA
LUCILLA MININNO
Non c’è nulla di più intimamente legato alla vita quanto la morte.
E non c’è niente che si avvicini alla morte, più che alla vita, quanto la guerra.
E laddove essa esploda in tutta la sua brutalità, non c’è forse senso che più la faccia percepire, al di là della coscienza, quanto il suono.
Perché tutta l’esistenza, che sia individuale o collettiva, può essere riascoltata attraverso le tracce invisibili di un lungo tappeto sonoro, una partitura di rumori, voci, suoni, vibrazioni, toni, timbri, note, armonie, melodie. Perché, ancora, non c’è dubbio che il suono, come l’olfatto, per il quale ci vorrebbe però una cura a parte, è quel senso che più degli altri entra immediatamente nel profondo, indipendentemente dalle nostre azioni, indipendentemente dalla nostra coscienza e dal nostro essere vigili.
Il suono in noi è sin dall’inizio, è la prima traccia di noi percepita dall’esterno. Ma non solo. Il ritmo confortante del cuore materno ci accompagna nel momento del nostro concepimento e prosegue nella gestazione. Prima ancora di esserci completamente formati come essere umani pensanti, nel buio pieno di luce della materia umana, i primi minuti, le prime ore, i primi giorni della nostra esistenza sono cullati dal battito del cuore e del respiro di nostra madre. Esso plasma i primi istanti della nostra esistenza. Quel battito caldo sarà quello che cercheremo, tanto probabilmente quanto istintivamente, quando, adulti, ci ritroveremo smarriti o vorremo semplicemente essere sicuri di esistere ancora. Cercheremo il cuore e il respiro di nostra madre. O almeno cercheremo, inconsciamente, un suono che ci riporti ad essi.
Continueremo la nostra esistenza, danzando secondo il ritmo sonoro della nostra vita: la sveglia del mattino, i suoni della strada che ci porterà a scuola o a lavoro, le armonie dei posti che sceglieremo per le vacanze, le risate degli amici, le vibrazioni di chi piange, la musica stessa che sceglieremo di ascoltare… Il silenzio, assoluto, sarà altamente improbabile e se suonerà, in qualche modo, non sarà altro che una pausa musicale nel copioso spartito della nostra vita.
Il suono resterà con noi fino all’ultima tappa del viaggio. L’eco del battito del nostro cuore sarà l’ultima traccia che lasceremo, prima di andare via, a chi sarà vicino a noi. La mancanza di quel suono sarà il segno, per chi resta, del nostro non esserci più in quanto esseri umani di questo mondo. Ma la musica non sarà interrotta. Il suono, specie nella sua veste melodica, è sempre archetipicamente presente nel modello permanente, strutturale, del sistema rituale funebre del mondo antico pagano, nel modello del sistema rituale funebre dell’universo cristiano cattolico che ha dominato per secoli la vita del nostro occidente, nel modello del sistema rituale funebre degli universi di meditazione, connessioni spirituali e celebrazione del divino dell’oriente. Tralasciando il gelo distacco e l’individualismo della Modernità, che ha allontanato i cimiteri dal cuore della vita collettiva e spinto i malati a morire in angoli nascosti di corridoi bianchi, lontano dalla nostra vista e dal nostro udito, oggi la morte e i rituali funebri tornano a dominare il nostro immaginario collettivo. E con essi, tornano, imponenti, a cullare le nostre esistenze individuali e collettive, i colori e il calore dei tappeti sonori che compongono la partitura della fine. I territori della nostra esistenza si ripopolano di nuovi rituali funebri in cui le più svariate melodie provvedono ad ammorbidire i contrasti vita/morte. Sono soprattutto le note che si sollevano negli spazi della Rete. Il defunto diventa quella melodia che il gruppo sceglie per lui, quella che lo ricolloca e gli offre un nuovo posto nella vita e nella memoria collettive. Che sia un defunto illustre, celebrato a livello globale, o qualcuno della più piccola quotidianità, nei nostri rituali funebri le innumerevoli immagini visive che di noi circolano non sembrano più annoverabili come icone del defunto. Il volto ripreso nell’abbondanza superflua di selfie e video girati ovunque perde la sua forza lapidaria e iconica di maschera funebre. La musica prende il suo posto. Pensiamo ad una persona che è andata via, per sempre, trasferita in un’altra dimensione di percezioni, e ci viene in mente un brano. Un unico brano. Uno in particolare. Uno che può essere solo quello. I funerali si riempiono, così, di cari e meno cari che si stringono in coro, ricollocandosi involontariamente nell’immaginario del pianto rituale indagato da Ernesto De Martino nel corso di quella lunga ricerca che ha permeato tutta la sua vita e raccontato, ancora, da Cecilia Mangini nel suo documentario Stendalì – Suonano ancora, del 1960. Il lamento funebre si colora di ballate e di pezzi dai toni pop, rap, rock, jazz, elettronici, soul, blues. E così via.
Fotogramma del documentario Stendalì (1960), di Cecilia Mangini, sui canti funebri della Grecia salentina.
Così è stato, di recente, per Perdutamente, dell’artista Achille Lauro, quando il brano ha unito in coro una comunità estesa e sconvolta durante il funerale di una delle giovani vittime del terribile incendio di Crans Montana. Perdutamente è diventata l’icona della loro breve vita e della loro veloce morte. Lo è probabilmente per ognuno di loro, preso singolarmente, lo è certamente come gruppo. Inutile chiedersi quanti di noi, riascoltando quel brano, d’ora in poi, non finiranno con la mente alle immagini di quel rogo troppo rapido, ingiusto e spietato. Perdutamente si è insinuata nel nostro inconscio individuale e collettivo come partitura di una terribile fine, ma anche come chiave musicale che ricolloca quei ragazzi nella nostra esistenza.
Fotogramma del documentario Stendalì (1960), di Cecilia Mangini, sui canti funebri della Grecia salentina.
Nella stessa direzione, tornando alla partitura dell’intreccio vita/guerra/morte, sarà probabilmente possibile, avvicinando bene l’orecchio, decifrarne quel passaggio in cui suona la guerra. Laddove questa combatte e distrugge, le atmosfere sonore delle sue varie vesti sono altamente riconoscibili, a tutta la collettività. Sono fratture nella melodia della vita. Sono distorsioni nell’armonia dell’esistenza comune. Come per quell’incidente, il cui frastuono indimenticabile si incide senza permesso nell’udito e nel corpo dell’individuo che ne resta coinvolto e crea un trauma nella sua esistenza, così l’irrompere della guerra, di ogni guerra, in ogni momento storico, scrive un tappeto sonoro che traumatizza la collettività e si insinua nella memoria del suo udito e del suo corpo sociale, senza permesso.
Ciò è talmente vero che la settima arte, tanto per citare quella forma poetica che in generale fa del suono una delle colonne portanti della sua espressione, da tempo si è avvicinata all’idea che ricostruendo la partitura di una certa guerra, l’opera possa immergere lo spettatore in quella guerra più di ogni immagine visiva e di ogni parola. Già da un po’, nella produzione cinematografica, il suono è diventato uno strumento per ricordare, immaginare, comprendere e narrare la guerra nella sua essenza fisica, brutale, a prescindere da ogni gioco delle parti, di ogni ragione e razionalità. E non è un caso che la settima arte si sia mossa in questa direzione. Come sempre fa, l’arte ha captato prima di altre forme dell’intelletto la possibilità concreta e universale del ritorno della guerra. L’arte ci ha riportati, prima del tempo, a ricordare e riscoprire un rischio che è stato rimosso ma evidentemente mai estinto. Ed infatti, oggi, ne siamo testimoni, protagonisti come siamo di una situazione globale che pesa come un macigno.
Avvertire, ad un certo punto, l’urgenza di riportare la guerra, e il suo sempre possibile verificarsi, alle viscere dell’uomo attraverso il suono è ciò che ha sentito e realizzato Jonathan Glazer nel suo film del 2023, La zona d’interesse. Anni prima lo ha avvertito e ancor più palesemente realizzato il genio di Christopher Nolan quando crea, nel 2017, Dunkirk, donandoci un quadro sonoro che oggi ci spiazza in maniera particolare per la sua prossimità.
Fotogramma La zona d’interesse – Jonathan Glazer – 2023
Discostandosi dalle molteplici opere cinematografiche che dell’orrore dell’olocausto ci hanno restituito immagini, colori e vicende, più o meno ispirate alla realtà dei fatti, costruendo vittime e carnefici e celebrando eroi più o meno immaginari, Glazer ci immerge, invece, nel pieno delle torture naziste senza mostrarcene neanche un frammento visivo. Glazer ci narra, di fatto, le vicende della famiglia del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, vicende che si svolgono tra la casa di residenza e il suo bel giardino. Senonché la casa e il suo bel giardino sorgono proprio a ridosso del campo di concentramento, nella zona di interesse, ossia nella zona intorno gestita e presidiata dal comando. E proprio qui sta il cuore del film: casa e giardino restano fortemente separati dal campo di concentramento grazie a muri che ne impediscono la vista. E mentre gli abitanti di questa ricca dimora vivono le loro esistenze nella natura del loro giardino e nella banalità delle loro vicende borghesi, totalmente ciechi rispetto all’immagine visiva del crimine che accade intorno, lo spettatore, al contrario, non solo scorge il fumo che proviene dalle fornaci e di cui immagina l’odore, ma soprattutto viene catapultato in una tragica partitura di suoni e urla che riesce a dare sostanza ad ogni atrocità. La ricostruzione sonora, insieme alla musica composta per il film da Mica Levi, musica che rende esponenziale la forza della partitura, lo fa immergere, più di ogni altro senso, in quell’atmosfera bellica e imprime nel suo corpo il marchio disturbante della carneficina.
Fotogramma Dunkirk – Christopher Nolan – 2017
Allo stesso modo, anni prima, Nolan affida al tracciato sonoro tutta la resa del suo film sulla guerra. Lo fa ancora più esplicitamente, in maniera estrema. Sin dalle prime immagini, il racconto dell’attesa dei soldati inglesi e francesi rimasti intrappolati a Dunkirk giunge allo spettatore come un rumore di passi e di carta. Sono piccoli suoni, questi, che rimbombano nel vuoto di chi aspetta un miracolo: la salvezza. Bastano pochi secondi e arrivano presto, con tutta la loro durezza, colpi, esplosioni e spari. Pochi fotogrammi e la solitudine e la guerra sono presto introdotti. Da qui, e per tutto il film, le parole arrivano scarne, come frammenti disordinati e disperati che squarciano il silenzio, privi per lo più della continuità di discorsi e dialoghi. Saranno invece l’avvicinarsi roboanti degli aerei e delle sirene, l’eco dei passi di chi scappa tra la spiaggia e il mare, le voci alla radio di chi comunica da lontano, il suono del metallo cullato dal mare e dell’acqua che inghiotte vite, i denti che digrignano e il respiro che affanna sotto il mare, il fuoco che brucia il petrolio, le esplosioni imprevedibili, i siluri, le urla laceranti, a immergere lo spettatore nel terrore continuo, nel disperato tentativo di salire su navi che possano salvarlo, alimentando in lui la speranza di non essere bombardato, nel frattempo, dal nemico. Le note di Hans Zimmer, intanto, legano i frammenti del racconto sonoro elevandolo a pura, drammatica e dolorosa poesia musicale. La sua colonna sonora si apre e respira, più lieve, solo quando da lontano arrivano le piccole imbarcazioni della patria, dei civili pronti a salvare i soldati di Dunkirk. È così che il film diventa lo spartito di quello spaccato bellico. Ed è così che il film diventa indimenticabile. La guerra resta impressa nella carne dello spettatore, scorre nelle sue vene come parte della sua esistenza e si insinua nella colonna che suona tra la vita e la morte, avvicinando la sua esperienza a quest’ultima.
Perché nessun suono si avvicina a quello della morte come quello della guerra.
Perché, guardando Dunkirk e la Zona d’interesse, si ha la sensazione, come forse non accade di fronte ad alcuna altra opera della settima arte che sia ben nota, di conoscere la morte. Perché la guerra è, senza ogni ombra di dubbio, morte. E la morte suona.
E se oggi, proprio oggi che le immagini scorrono continuamente davanti ai nostri occhi occidentali, creando una sensazione di abitudine, assuefazione e distanza, se oggi, proprio oggi, esattamente oggi che i colpi della guerra tornano a distruggere, se solo oggi ci immergessimo nelle opere di Glazer e Nolan, se ci immergessimo, cioè, nella solitudine di un utero, privi della vista, soli con il nostro udito e con quel ritmo scomposto e drammatico, esso, il suono della guerra, finirebbe per scavare la carne e imprimersi nel nostro corpo.
Se solo oggi ci immergessimo nelle opere di Glazer e Nolan, potremmo diventare noi, tutti, specie chi comanda di puntare le armi dalla sua scrivania, restando seduto e lontano dalle zone di battaglia, quel soldato che in Dunkirk, all’ennesimo bombardamento, si copre, disperato, le orecchie.
E forse saremmo pronti a non voler più sentire il suono della guerra.
Fotogramma Dunkirk – Christopher Nolan – 2017
CINEMA ENDOXA - BIMESTRALE Endoxa marzo 2026 GUERRA Lucilla Mininno
