PETER THIEL E L’ULTIMO CANNIBALE

TOMMASO GAZZOLO

1. Il libro di Peter Thiel, tradotto di recente in italiano con il titolo Il momento straussiano ma risalente ormai a 25 anni fa, è una piccola riflessione politica che oggi, probabilmente, si rivela essere più decisiva di quanto non potesse apparire al momento della sua prima pubblicazione. Direi per due ragioni fondamentali.

La prima è che Thiel non è uno qualunque, e non è oggi lo stesso uomo che era nel 2001. Non solo, infatti, è uno dei più influenti venture capitalist della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e, soprattutto, di Palantir Technologies, una società di software e analisi dei dati le cui tecnologie vengono utilizzate anche dal Dipartimento della Difesa americano e dalla CIA, per servizi di intelligence, antiterrorismo, analisi militari, operazioni di sorveglianza.

Thiel è anche l’imprenditore che ha finanziato in modo ingente la campagna presidenziale di Trump nel 2016, che ha sostenuto l’ascesa di JD Vance, e che oggi è considerato uno degli uomini chiave nell’elaborazione delle strategie e ideologie politiche della destra americana, l’ “anima nera della Silicon Valley”, come recita un recente libro italiano a lui dedicato.

La seconda ragione è che il suo pamphlet è un testo che tenta di ripensare radicalmente non uno o più problemi di attualità politica, ma quello del fondamento stesso della politica e del suo rapporto con la legge, con la legalità.

Andiamo per gradi, in quanto è anzitutto necessario individuare il cuore della questione. Lo si può, certamente, dire e declinare in molti modi. Lo fa Thiel stesso, richiamandosi principalmente a Girard, affermando: «con la violenza si è posto fine alla violenza ed è nata la società». Il problema del politico è qui.

Possiamo chiarirlo seguendo la lettura di Alenka Zupančič, soprattutto perché è in grado di spiegare in modo chiaro e immediato il punto da cui occorre prendere le mosse (rimando al suo testo Lasciateli marcire. La parallasse di Antigone). Zupančič rilegge, infatti, il tema del rapporto tra la legge e la sua origine (o, se si preferisce: le sue condizioni di possibilità) mediante la battuta di spirito “Noi non siamo cannibali; l’ultimo l’abbiamo mangiato ieri”. L’aporia dei cannibali – potremmo chiamarla così – è esattamente la stessa che è alla base di ogni ordine politico. Quest’ultimo non si dà, non si costituisce, infatti, se non come ciò che esclude la violenza, che assicura il rispetto della legge e che si legittima proprio in quanto il potere, in esso, opera legalmente. Al contempo, però, non può costituirsi in questo modo se non a partire da un atto “iniziale” di violenza: la legge non può che essersi imposta, infatti, all’ “origine”, in modo illegale, in assenza della legge stessa.

La corrispondenza con i cannibali è evidente. Come Zupančič nota, infatti, per potersi costituire come non cannibali, hanno dovuto compiere un atto di cannibalismo, un crimine a rigore “impossibile” – scrive – dal momento che è tale solo retrospettivamente: lo diviene nell’atto stesso in cui, mangiando l’ultimo cannibale, si dichiara criminale mangiare gli uomini. Quel che questo crimine implica, è che non sia possibile il costituirsi, a ben vedere, di una prima generazione di non-cannibali – e cioè: di un “inizio” legale della legge: i primi non cannibali sono tali solo perché hanno commesso un atto di cannibalismo.

È questo problema ad essere al cuore dell’analisi Thiel, e rispetto al quale egli tenta di fornire una risposta che – ed è questo il motivo del nostro interesse – si discosta, in effetti, dalla serie di logiche attraverso cui siamo, in fondo, abituati a pensarlo.

2. Per capire la tesi di Thiel, è utile provare a seguirla anzitutto in negativo, ossia individuando le diverse strategie, alternative alla sua, per mettere in forma e articolare l’aporia dei cannibali.

Cominciamo dalla prima, che è quella che definirei costituzionale (ma che Thiel chiamerebbe “liberal”, o democratica), e che è esemplificata dalla stessa analisi di Zupančič. Se il crimine “iniziale” non può essere integrato, simbolizzato all’interno dell’ordine che rende possibile, può però essere convertito in un limite intrinseco alla legge stessa. In questa prospettiva, il potere si costituisce come legale, e legittimo, in quanto si interdice la possibilità di ripetere l’atto che l’ha originato, la violenza senza legge a cui non deve avvicinarsi, per evitare di renderla nuovamente visibile, di farla riemergere. La soluzione “costituzionale” consiste pertanto in questo: nel vietarsi di ricorrere alla ripetizione della violenza illegale, che viene ora convertita da “origine” della legge a suo limite invalicabile.

Thiel rifiuta radicalmente questa logica, in quanto vede in essa una tipica illusione di ciò che egli chiama “Illuminismo”, ormai entrato irreversibilmente in crisi. Non è infatti più possibile pensare che le democrazie occidentali possano mantenersi senza ricorrere alla violenza che ne è all’origine. Si può definire “liberal”, scrive, «chi non sa nulla del passato e di questa storia di violenza e continua a sostenere la visione illuminista della bontà naturale dell’umanità». “Liberal”, in altri termini, è chi ignora che siamo in un tempo, secondo Thiel, in cui la stessa democrazia non può più permettersi di funzionare senza violare quel limite ad essa intrinseco.

3. Thiel rifiuta, però, l’alternativa a tale modello, che egli fa derivare dalla logica schmittiana, e che è quella, in ultima istanza, dell’eccezione. Qui, l’ “origine” violenta non viene convertita in un limite non trasgredibile. Al contrario, essa viene “esclusa” – e cioè: neutralizzata nei suoi effetti di destabilizzazione – includendola nel funzionamento stesso dell’ordine politico, divenendo ciò che può essere sempre riattivata proprio per garantire che tale ordine possa conservarsi.

È la logica per la quale la legge deve poter essere sospesa ogni volta in cui occorra assicurare le condizioni alle quali può tornare ad applicarsi.

È ad essa che Thiel dimostra di far riferimento, quando parla del confronto tra Occidente e Islam. Seguendo Schmitt, egli afferma, l’Occidente dovrebbe, infatti, riattivare la propria violenza politica, la capacità di intensificare al massimo la distinzione amico-nemico, come unico modo di sconfiggere il pericolo derivante dall’estremismo politico islamico, rispondendo ad esso «con la stessa ferocia con cui ora sta attaccando l’Occidente».

Al di là della contrapposizione con l’Islam – va ricordato che il libro di Thiel è stato scritto immediatamente dopo gli attentati del 2001 –, il punto sembra abbastanza chiaro. La logica per cui l’ “origine” violenza è ciò che può essere riattivata per escludere la violenza stessa, cade in una contraddizione irrisolvibile: in questo modo, infatti, la legalità riesce ad escludere la violenza, ma solo al prezzo di eliminare proprio ciò che le permetterebbe di distinguersi da essa (nelle parole di Thiel: se l’Occidente seguisse la strategia schmittiana «si tratterebbe di una vittoria di Pirro, perché avverrebbe al prezzo di eliminare tutto ciò che distingue fondamentalmente l’Occidente moderno dall’Islam»).

La strategia di Schmitt implica, per Thiel, un «ritorno irto di violenza eccessiva». Dove “eccessiva”, qui, significa: tale che, se si manifestasse, finirebbe per rendere impossibile il potere stesso che vorrebbe strumentalmente conservare e ri-affermare.

4. La terza strategia che, nel testo di Thiel, viene richiamata è quella della nobile menzogna. Mentre la logica che abbiamo chiamato “costituzionale” opera, come si è visto, nel senso di convertire il crimine impossibile iniziale in un limite intrinseco al funzionamento dell’ordine politico, ed all’esercizio del potere, la “nobile menzogna” sostituisce ad esso una narrazione che sia in grado di occultarlo, di raccontare un’altra storia – falsa ma “pedagogicamente” utile – che presenti invece un’altra origine.

Come ricorda Thiel stesso: «poiché la società si basa sulla convinzione del proprio ordine e della propria giustizia, l’atto fondante della violenza deve essere nascosto dal mito». È noto come la volgarizzazione delle riflessioni di Strauss su questo tema platonico abbia incontrato diversa fortuna tra i conservatori americani (tale, perlomeno, è la tesi di Shadia Drury). Di fatto, possiamo dire che quello della “nobile menzogna” è comunque uno schema in grado di spiegare una certa mentalità, ed anche una certa linea di condotta, che è stata presente nella politica americana.

Non è un caso allora, come Zizek ha ricordato, se si può ritrovare in una narrazione come quella di Batman, nel film The Dark Knight (Il cavaliere scuro) di Christopher Nolan. Qui Batman convince, infatti, Gordon, ad accusarlo degli omicidi che invece ha commesso il procuratore Harvey Dent, in modo da evitare che i cittadini di Gotham scoprano che quella figura che avevano ritenuto fino a quel momento l’unica in grado di combattere la criminalità fosse in realtà, a sua volta, un criminale corrotto. Solo una “nobile” menzogna, è il messaggio del film, può salvare Gotham, può assicurare che la città torni a sperare.

Va detto però che se Thiel – fin dal titolo – recupera e segue certamente una lettura “straussiana” della politica, ritiene infine il suo schema superato: l’ordine politico, il funzionamento delle istituzioni, la loro legalità, non può più fondarsi sulla nobile menzogna, perlomeno in senso strutturale. Questo perché, sostiene Thiel, si sta ormai avvicinando il tempo in cui l’illusione è destinata a cadere, in cui, cioè, «tutto sarà svelato, tutte le ingiustizie saranno messe a nudo». E cioè: nessuno crederà più alle menzogne – se pur “nobili” – del potere, ai suoi miti, ai suoi inganni “fin di bene”. La «verità inquietante» sulla città, egli scrive, è ormai prossima a essere rivelata – è questo che egli chiama il destino apocalittico del nostro tempo.

5. C’è un’ultima strategia che occorre qui richiamare, che potremmo chiamare trumpiana. È quella dell’oscenità, la quale consiste nel dichiarare apertamente che il potere è criminale, che la sua “origine” è quella di un atto illegale. Correttamente Zupančič ricorda la frase di Trump “potrei stare nel mezzo di 5th Avenue, sparare a qualcuno e non perderei nemmeno un voto”. È una dichiarazione letteralmente “oscena”, nel senso che essa rende pubblico e visibile a tutti ciò che deve restare fuori dalla scena: ossia il cuore violento della legalità, il crimine che nessuna legge dovrebbe poter ripetere, per potersi mantenere come tale.

In questo Trump non è un neocons tradizionale: il suo potere – ed il fascino di esso – non consiste nell’agire segretamente in modo criminale, mentendo, ma nel fare apertamente e pubblicamente ciò che dovrebbe rimanere nascosto. È chiara però la distanza che, rispetto a questo, le tesi di Thiel implicano, nella misura in cui egli, come detto, considera che una violenza apertamente praticata e dichiarata non rappresenti affatto una soluzione al problema strutturale della legge e dell’ordine sociale.

Certamente il Thiel che scrive nel 2001 non poteva conoscere gli sviluppi della politica americana attuale, in cui egli stesso si è trovato ad appoggiare Trump e la sua amministrazione. Ma la logica del suo testo, a ben vedere, non è “trumpiana”, perlomeno nel senso che si è detto. Da qui dobbiamo, ora, tentare brevemente di individuarla.

Come si è accennato, la prospettiva apocalittica da cui Thiel muove implica una riformulazione dell’aporia, tale per cui:

(i) da una parte, è divenuto impossibile limitare la violenza illimitata, come Thiel la chiama, quello che potremmo chiamare l’aspetto “criminale” del potere, attraverso nobili menzogne, miti di fondazione, limiti istituzionali;

(ii) dall’altra, tale violenza non può essere apertamente scatenata, in modo incontrollato, se occorre ancora, per quanto è possibile, mantenere la possibilità di una politica, evitare che finisca – sono parole sue – «la città dell’uomo».

Possiamo trascurare il modo in cui il suo discorso tenta di articolarla attraverso i riferimenti alle teorie di Girard, brevi rimandi a Nietzsche, una certa escatologia cristiana, e così via. Ci interessa, piuttosto, la pagina – ed in effetti è solo una – in cui indica la sua strategia, differente da quelle che abbiamo sin qui preso in considerazione.

Si tratta, per Thiel, di valorizzare la separazione tra due livelli del politico, ossia delle possibilità d’azione del potere: quello legale, o «giuridico convenzionale», come egli lo chiama, e quello che necessariamente lo completa, che abbiamo chiamato della violenza “originaria”, dell’eccezione, della trasgressione della stessa legalità. Come abbiamo detto, per Thiel non è più possibile pensare, secondo l’illusione “liberal”, che tale secondo livello debba rimanere interdetto al potere. Ma non è neppure possibile, si ricordi, includerlo nel primo (come vorrebbe Schmitt) o, addirittura, dichiarare apertamente che il potere legale possa ricorrere ad esso quando vuole.

La soluzione che propone, allora, è la seguente: articolare questa distinzione tra i due livelli in un sistema a due circuiti che operano in parallelo, secondo mezzi e modalità differenti. Occorre cioè mantenere, da una parte, il «sistema legale», con le sue procedure, i suoi limiti, l’azione regolata dalla legge. Ma, dall’altra, aumentare le possibilità d’azione nell’altro circuito, che è quello che Thiel definisce dello spionaggio, e che non è solo il «coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo»¸ ma ciò che consente di ricorrere, ove necessario, a assassini, trappole, tradimenti, mistificazioni, attentati, e così via.

Come si vede, Thiel pensa in modo diverso l’ “eccezione”, rispetto a Schmitt. In Schmitt, infatti, l’eccezione, ciò che è “escluso” – diremmo anche: la violenza illimitata – non deve essere separato dalla norma, dal diritto.

Per questo essa non è ciò che nega o sospende la norma, ma è, diversamente, come Agamben ha correttamente osservato,  la norma stessa che sospendendosi rende possibile l’eccezione, e ciò proprio al fine di potersi applicare come norma. La strategia schmittiana, insomma, è ancora tutta interna all’idea secondo cui solo il diritto è la tecnologia in grado di dar forma, e controllare, la violenza che pure ne è all’origine. Se il testo di Thiel ha un qualche interesse, esso passa da qui: dal fatto che a controllare l’uso della violenza non può più essere, per lui, il diritto, ma il circuito dello spionaggio.

Dilemma dei cannibali

Strategie
(1) democratica convertire la violenza in limite intrinseco
(2) eccezione escludere la violenza includendola
(3) nobile menzogna occultare la violenza attraverso un mito politico
(4) oscenità dichiarare apertamente la violenza
(5) spionaggio separare il circuito della violenza da quello della legalità

 

6. Ci sono due considerazioni, credo, che si possono infine fare. La prima riguarda la guerra. Scritto nel 2001, il testo di Thiel è in effetti orientato a partire da essa: la guerra non è soltanto la «situazione estrema» in cui l’esistenza stessa della società viene in gioco, ma è – vi abbiamo accennato – la nuova condizione permanente di questa fase dell’Occidente, in cui esso si trova di fronte al rischio, dice Thiel, o di perdere la propria guerra contro terroristi, islamisti radicali, Stati canaglia, etc., o di perdere la propria identità, nel caso in cui la vincesse con gli stessi mezzi utilizzati dai suoi nemici, in quanto diventerebbe esso stesso uguale al proprio nemico.

Si chiarisce meglio il “doppio circuito” che egli ha in mente, allora. Per Thiel, ogni «crociata» contro il nemico rischia di far perdere proprio la distinzione dal nemico. L’Occidente, in questo senso, è tale – secondo Thiel – proprio perché non ha più una «forte concezione religiosa e politica della realtà». E non può averla, a pena di cessare d’essere l’Occidente. Le sue guerre devono passare altrove, per quel livello nascosto, e quindi per definizione “impolitico” si potrebbe dire, che opera al di fuori sia dei controlli della democrazia e della sua legalità sia, si noti, delle dichiarazioni pubbliche e delle “narrazioni”, dei miti politici.

La seconda è collegata a questa, ma è più generale. Se la “nobile menzogna” è una strategia che Thiel, in ultima istanza, rifiuta, ciò ci dice forse diverse cose su quello che è un cambio di paradigma in atto. Alexandre Koyré, nel 1943, aveva scritto che «non si è mai mentito come al giorno d’oggi.  neppure si è mai mentito in modo così sfrontato, sistematico e continuo». La sua tesi era che ciò che egli chiamava la menzogna fosse divenuta qualcosa di profondamente diverso rispetto al suo uso “classico”, teorizzato fin da Platone, in politica. Il potere aveva smesso, semplicemente, di mentirci, per Koyré; piuttosto, le nostre vite erano immerse nella menzogna al punto che, in fondo, diveniva probabilmente improprio chiamarla in questo modo. Dove, infatti, non c’è che menzogna, dove non esiste più la sincerità, la possibilità di separare il vero dal falso, non c’è nemmeno più menzogna. Anche Arendt dirà, qualche anno più tardi, qualcosa di simile.

Potremmo dire che Thiel muove da qui. Il nostro non è più il tempo della menzogna. E non lo è non perché il potere non mentirebbe più, ma perché, dove tutto è divenuto menzogna, non è più possibile mentire.

È quanto Thiel dice apertamente: dove sappiamo che ogni cosa è menzogna, la menzogna non può più funzionare, è divenuto impossibile mentire. Paradossalmente, la menzogna perde efficacia, diviene inutile, proprio nel momento in cui ha trionfato. Per questo, secondo Thiel, il nuovo secolo sarà quello dello spionaggio. Tutto sarà spiato, sorvegliato, controllato segretamente, e sarà questa tecnologia a garantire la distribuzione tra pace e violenza, legalità ed eccezione.

Non va dimenticato quando Thiel ha scritto queste pagine. Ricordiamo tutti Colin Powell, nel febbraio 2003, mostrare all’ONU le “prove” dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. È questa strategia neocons, quella della nobile menzogna, che per Thiel è finita per sempre. Le guerre non andrebbero neppure “iniziate”, a ben vedere. E mai dichiarate, né rese visibili. I sistemi di tracciamento, di localizzazione, di droni killer, di depistaggio: saranno loro a condurre le operazioni. In questo modo, continueremo a mangiare cannibali, ma nessuno di noi sarà un cannibale. Nuova contraddizione, dunque, che non sappiamo ancora come si potrà davvero risolvere.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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