SE VOGLIAMO LA PACE, PREPARIAMO IL DISARMO

CLAUDIA MANZIONE

Chiunque, pensando alla guerra, ricorderà di averla studiata sin dalla più giovane età come evento storico locale e mondiale, oppure lasciandosi facilmente affascinare dai racconti delle ferocissime, quanto appassionate, battaglie tra Greci e Troiani. La guerra veniva allora rappresentata come una narrazione epica, in un contesto popolato da eroi, scontri memorabili e gesti di coraggio e in cui la violenza veniva – ad occhi inesperti – oscurata e trasfigurata in valore e destino, in un’opera di sublimazione che finiva per connotarla in maniera del tutto positiva. Il conflitto veniva concepito non come ciò che ha il potere di distruggere, piegare e reificare gli esseri umani, ma in qualità di una narrazione mitica dal valore finanche pedagogico, che non si limitava a istruirci sulle regole, se pure esistono, le tecniche e la brutalità dei combattimenti ma attraverso cui si apprendevano nozioni di storia, identità e appartenenza. Siano esse narrazioni epiche come l’Iliade, l’Eneide o il Mahabharata, guerre di conquista o religiose, le narrazioni che riguardano questi eventi reali o frutto dell’immaginazione letteraria hanno – da sempre – definito un immaginario valoriale permeato da onore, sacrificio necessario, amore di patria e odio per il nemico, inteso nel senso di una forma di protezione per i propri cari, la famiglia e gli amici, il proprio popolo e il proprio territorio.

Le passioni nelle loro differenze: l’amore e il coraggio, l’invidia e la vendetta, il desiderio e l’odio, l’amicizia e la rabbia, sono anche le ragioni che muovono gli eroi delle narrazioni epiche all’azione, ma lì tutto è finzione: nessuno vince o perde davvero, nessuno vive o muore, nessuno/a è costretto realmente a piangere un padre/un fratello o un amico, nessuno/a soffre o è fatto schiavo. La distanza tra il racconto epico e la realtà della guerra è lo spazio in cui la violenza può essere tollerata, perfino ammirata.

È proprio questa distanza che Simone Weil, filosofa di origini ebraiche, cercherà di colmare in alcuni suoi saggi degli anni Trenta dedicati all’Iliade.

 Tramite una guerra antica, lo scopo di Weil è quello di indagare i possibili elementi di ripetizione tra un conflitto recente e uno non solo antico ma, anche, mitico. È sorprendente come la filosofa francese chiarisca sin dall’inizio che, a ben guardare, non vi sono eroi o vincitori, ma tutti gli esseri umani coinvolti nella guerra sono ciascuno, e nessuno escluso, degli sconfitti, succubi dell’unica vera e indiscussa vincitrice che è la forza. La forza agisce per se stessa con il proprio potere soggiogante, spezza gli esseri umani fino a rendere le loro vite esistenze reificate, il loro stare al mondo al pari di quello di un oggetto inanimato, che – dunque – ha perso tutto ciò che connota l’essere umano di una persona.

Nessuno vince davvero, neppure l’eroe eccellente Achille: anch’egli insegue ed è dominato da una forza cieca, dall’impeto del furore, da una rabbia ingovernabile che si nutre di vendetta. L’obiettivo per cui si combatte nell’Iliade – che in Weil diventa il paradigma di ogni guerra, passata e presente – appare fin dall’inizio perduto, e in ultima istanza fittizio: non esiste un vero scopo, se non la guerra per la guerra, la violenza per la violenza. Le sue considerazioni sono radicali, radicalmente pacifiste. Là dove alcuni interpreti, come Rachel Bespaloff, hanno visto in Ettore un eroe in senso positivo – difensore della patria e della famiglia, disposto al sacrificio di sé – e hanno ritenuto che la sua forza, in quanto risposta alla brutalità degli aggressori, fosse nobilitata dalle motivazioni che la sorreggono, Weil non ammette questa distinzione. Nella sua prospettiva, anche l’azione di Ettore sarebbe un impeto furioso e non una resistenza necessaria contro chi compie il male. Per Weil, nessun eroe o schiavo può sottrarsi all’azione mefitica della forza: essa annulla ogni distinzione morale e finisce per escludere qualsiasi possibilità di bene.

Questa intuizione di Weil risuona con straordinaria potenza nella storia del Novecento. Il secolo devastato delle guerre mondiali ha mostrato come la forza, portata al suo grado estremo, non sia in grado di generare ordine ma il suo opposto, non un generale disordine quanto una vera e propria devastazione. Walter Benjamin, nelle sue riflessioni sulla violenza, osservava che la storia del potere umano è inseparabile dalla storia della violenza che lo fonda e lo conserva. E tuttavia proprio questa consapevolezza apre la possibilità di immaginare un’altra politica, una politica che non riproduca all’infinito il ciclo della forza.

Ieri come oggi la guerra è una tentazione cui è semplice cedere, soprattutto quando – come avviene nella narrazione odierna – la si riveste di necessità, di difesa e di inevitabilità storica. Questa stessa logica continua a riprodurre l’idea secondo cui la pace è una questione di equilibrio armato, un fragile bilanciamento tra potenze e forze pronte a distruggersi reciprocamente, non appena ve ne sia data occasione. È una retorica che ritorna con impressionante regolarità nella storia contemporanea. La sicurezza – ci viene detto – richiede forza. La pace – si sostiene – dipende dall’equilibrio tra forze armate: in altre parole, dalla nostra capacità di far paura al prossimo. Questa è la logica dei nostri giorni.

I conflitti contemporanei – dalla guerra in Ucraina alla devastazione del genocidio di Gaza, dalle tensioni negli stati del Golfo alla nuova corsa globale agli armamenti – mostrano quanto la sicurezza internazionale continui a essere pensata nei termini dell’accumulazione della forza. Gli arsenali nucleari esistono ancora. Le spese militari globali raggiungono livelli record. Le tecnologie di guerra diventano sempre più sofisticate, sempre più automatizzate, sempre più capaci di distruggere a distanza: senza più bisogno che il nemico sia l’altro con il fucile dinanzi a me, ma colui il quale si perde in una miriade di altri che non siamo più neppure in grado di identificare.

La guerra, lo scontro, il conflitto violento si nutrono ogni volta che gli esseri umani affidano alla forza la propria sicurezza poiché la paura perenne è già stare nello scontro e la pace è sempre precaria e sospesa. E, allora, la pace può nascere solo da un gesto opposto e più difficile: dalla scelta, insieme morale e politica, di sottrarre forza al mondo: non di moltiplicarla o utilizzarla come una garanzia contro l’altro, ma di deporla lentamente, come un fardello che non si vuole più portare.

La pace comincia qui: nel momento in cui gli esseri umani interrompono – come ci suggeriva Weil – la corsa alla potenza e accettano di rinunciare a una parte della forza che li protegge e, allo stesso tempo, li condanna. Le armi che si accumulano sono una promessa di sicurezza che tuttavia porta con sé l’ombra della distruzione e preparare la pace significa compiere un gesto che è, al contempo, controintuitivo e radicale: diminuire la forza disponibile nel mondo e restituire spazio alla fragilità condivisa di ognuno/a.

Il Novecento – nella sua estrema complessità, irriducibile a poche righe di riflessione – rappresenta una soglia decisiva. Dopo Hiroshima e Nagasaki, la guerra è non più soltanto la distruzione degli eserciti o delle città, ma la possibilità viva, concreta e presente dell’annientamento dell’umanità stessa: delle sue memorie, delle aspettative e dei desideri. Non la sconfitta di un nemico, ma la cancellazione del mondo comune.

Con l’era nucleare la forza raggiunge il suo paradosso più estremo: possiede un potere tale da rendere impossibile qualsiasi vittoria. Se la guerra nucleare, con le possibilità di attacco esistenti, fosse davvero combattuta fino in fondo, non ne avremo notizia, poiché nessuno sopravviverebbe per poterla raccontare.

Nel romanzo per ragazze/i Il Gran Sole di Hiroshima di Karl Bruckner, l’esplosione atomica non appare come un evento epico o strategico, ma come una frattura irrimediabile che stravolge l’esperienza umana: il sole che sorge su Hiroshima non è il simbolo di una nuova alba, ma una luce accecante che cancella corpi, vissuti e storie. In questa luce, la retorica eroica della guerra si dissolve definitivamente: non vi sono eroi o vincitori, poiché resta nulla, solo vite interrotte e un’umanità lacerata. Lacerata è – a posteriori – la giovane vita di una delle protagoniste di questo romanzo, Sadako Sasaki che, sopravvissuta alla bomba atomica, anni dopo si ammala di una forma feroce di leucemia causata dalle radiazioni. Bloccata in un letto di ospedale, Sadako asseconda una consolidata tradizione giapponese: chi riuscirà a piegare mille gru di carta potrà esprimere un desiderio. Così Sadako, ardente nel suo desiderio di guarigione, ripete questo gesto centinaia di volte.

Dieci, cento, novecento.

Le sue mani continuano a muoversi anche quando il corpo è ormai debole. Il suo gesto non ha nulla di eroico o glorioso, è retto solo da una fragile quanto ostinata speranza.

Novecentonovantotto. E qui il gesto si interrompe, perché Sadako muore prima di raggiungere il numero mille. E tuttavia quel gesto paziente, incompiuto e quasi invisibile, non si spegne con lei. Nel suo affidare al futuro la fragilità del mondo – e non la sua potenza – diventa, lentamente, un simbolo di pace.

Ogni gru piegata è una sottrazione infinitesimale alla logica della forza, un minuscolo scarto rispetto alla promessa della vendetta. È il rifiuto, anche solo per pochi istanti, della corsa alla potenza che suggerirebbe di rispondere alla violenza con altra violenza, di agire contro chi ha sottratto la vita – fosse anche a distanza di anni, fosse anche nel nome di una giustizia che facilmente si trasforma in vendetta. Il gesto di Sadako non promette sicurezza immediata e neppure garantisce protezione certa. Non produce alcuna vittoria visibile. E proprio per questo apre uno spazio radicalmente diverso: uno spazio in cui la convivenza e la speranza per il futuro non coincidono più con la capacità di distruggere, ma con un’altra forma di attesa.

Un’attesa che non è inerzia né rassegnazione. Un’attesa operosa: la pazienza attiva di chi non rinuncia al futuro e tuttavia rifiuta di conquistarlo consegnando al mondo ulteriore forza. Non si tratta di affidare il domani al caso, ma di sottrarlo – lentamente e ostinatamente – alla spirale della violenza che ci attraversa. È l’attesa di chi sa che la pace non si impone con la potenza, ma si costruisce sottraendo lentamente spazio alla forza che abita il mondo.

Pensare la sicurezza attraverso la forza significa perseverare in un’illusione tragica. La pace mi sembra sia dimostrato non possa nascere da qui e forse non può neppure nascere dai luoghi dove di solito amiamo collocarla: tra i vertici delle grandi potenze, non solo nei trattati firmati a seguito di mortiferi conflitti, non negli equilibri che animano la paura. La pace, forse, nasce da un gesto lento, fragile e ostinato che affida al futuro la possibilità di un mondo diverso.

Sadako non termina le sue mille gru, ma questo non implica un fallimento, poiché il punto era cominciare: non accumulando forza, ma togliendola al mondo. Non correndo al riarmo, ma preparando il disarmo.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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