SULLE GUERRE VISIBILI, INVISIBILI E NON DICHIARATE
ANNA MARIA SASSONE
Sogno: sono con una persona che so essere mio fratello, stiamo scappando, alle nostre spalle tutto è in rovina, i palazzi sono crollati, gli alberi bruciati; penso alle bombe, a una guerra. Corriamo non so neanche verso dove, non vedo un posto dove poterci riparare. Ma non siamo soli, ci sono parecchie persone intorno a noi, non corrono, parlano tra di loro, chiacchierano. Penso che forse sono esagerata, forse non c’è da temere, forse i palazzi sono crollati perché erano vecchi e non ci sta nulla da temere.
In questo sogno è condensata la storia di una mia giovane paziente che chiamerò Sara: le rovine della sua storia personale, i conflitti tra i genitori, i parenti ignari, l’usuale modalità familiare di fare come se nulla fosse accaduto dopo ogni violenza, le razionalizzazioni, il suo essersi sentita “pazza” perché mai nessuno le aveva rimandato la correttezza delle proprie percezioni.
Nella realtà però la paziente non ha fratelli: se ci collegassimo ai sentimenti di fratellanza sarebbe possibile ri-fuggire dalle guerre?
Lo scenario evocato porterebbe infatti a considerare questo sogno non più solo come il prodotto di un singolo individuo, bensì come una narrazione per immagini che fotografa, ben inquadrandola, la realtà del nostro tempo con le relative posture mentali.
Se nella famiglia di Sara regnava l’indifferenza, la stessa indifferenza, la stessa distanza emotiva sembra essere la cifra con cui si guarda alle guerre. Non per tutti, ma per molti. Quando la risonanza con la sofferenza tace, il più delle volte quel silenzio viene riempito da difensive costruzioni razionalizzanti – “forse i palazzi sono crollati perché erano vecchi” oppure quel “non c’è da temere” ripetuto due volte nel sogno – sono i momenti in cui possiamo osservare la difesa delle emozioni all’opera, una scissione che appare spesso inevitabile.
Inevitabile perché senza una qualche distanza le nostre esistenze soccomberebbero alle immagini della violenza e del male; nel quotidiano si vive, si progetta, ci si strugge per “piccole” questioni, si fa in parte come nulla fosse, per quanto si partecipi alle proteste, ci si indigni, si mandino aiuti umanitari.
Ma quando la scissione non lascia margini per integrare una qualche pur minima emozione cosa avviene? Dove si incista quel dolore per il mondo e per chi lo abita?
Mai come in questo momento sono in crescente aumento le richieste di percorsi psicoterapeutici o di sostegno farmacologico, anche tra i giovani. Il corpo sembra farsi portatore – attraverso le più svariate sintomatologie, spesso sine causa organica – di un dolore e di un malessere non sempre e non unicamente riconducibile alle vicissitudini della storia personale. Potremmo infatti parlare di emozioni che si incarnano in questo o quell’organo. Basti pensare alle “metafore incarnate”: un pugno nello stomaco, avere fegato, essere un bilioso, avere un peso sul cuore,
Fare fino in fondo come niente fosse, ovvero fino alle radici del corporeo, non è possibile: quel conflitto interno, quella guerra tra parti opposte, tra farsi umani o disumani, trova comunque una via di espressione, a meno che non si ricorra alla visione solo medicalizzata che divide nettamente il corpo dalla dimensione psicoaffettiva, emotiva.
Paradossalmente è preferibile concentrarsi sulla malattia organica, fino a farsi ipocondriaci, piuttosto che includere una sofferenza mentale. Se ad esempio pensiamo al primo ministro israeliano, massima rappresentazione in questi tempi di una indifferenza alle umane sofferenze, dall’ anno delle accuse mossegli per corruzione, ovvero dal 2018, ripetuti sono stati i ricoveri ospedalieri per febbre alta, dolori al petto, pacemaker, ernia, asportazione della prostata, infiammazioni gastrointestinali. Può trattarsi di un caso, ma sarà un caso?
La guerra si ritorce anche contro se stessi, che si tratti di individui come di uno Stato, la rimozione del proprio sentire unita a sentimenti vendicativi torna come un boomerang e con valenze autodistruttive.
Sono le conseguenze di tutte le guerre interiori, al pari di quanto avviene nelle guerre civili, non a caso definite guerre “intestine”.
Il pensiero della guerra dunque si impone fin dall’inizio del sogno. Così come fin dall’inizio dell’umano la guerra caratterizza le relazioni tra le genti a partire dalla presenza di istinti arcaici, violenti.
E perché ogni guerra trovi ragion d’essere è necessario che entrino in campo alcuni meccanismi primari della psiche come la proiezione, la scissione e la negazione che hanno anche la funzione, sia per l’individuo sia per uno Stato, di difendersi dalla possibile riflessione su se stessi. Baluardi difensivi al servizio di una rappresentazione integra, priva di Ombre, dell’immagine di sé.
Se invece del termine “guerra” usiamo quello di “conflitto” l’orizzonte si rende ancor più ampio.
Ogni conflitto in senso intrapsichico implica una tensione energetica, dunque una carica, che si attiva a partire dall’esistenza di due opposte polarità. Una ambivalenza da cui il più delle volte sembra impossibile uscirne.
Allorquando, ad esempio, una parte di sé vorrebbe restare in una relazione e un’altra vorrebbe uscirne, nell’impossibilità di contenere la tensione, il conflitto da interno si sposta sull’esterno: di qui in poi ogni occasione genererà una lite. Il conflitto interno finisce dunque sullo sfondo e l’energia si va a scaricare contro l’altro che viene reso suo malgrado parafulmine delle proprie conflittualità interne.
Con la proiezione si perde la linea di confine tra sé e l’altro da sé e l’altro diventa il nemico lo specchio di quella parte interna non riconosciuta.
La guerra resterà sempre potenzialmente in essere per i meccanismi di funzionamento di una psiche non integrata, individuale o collettiva che sia, oltreché per l’impossibilità di sopprimere l’istintualità arcaica, violenta.
L’uomo civilizzato allorquando non si confronta con il mondo istintuale che lo abita può compiere tuttalpiù un’ opera di controllo delle forze istintuali, ma la compressione operata in termini energetici sviluppa una tale potenza distruttiva che trova nelle armi di annientamento di massa il proprio alleato.
Come nei conflitti interiori che vengono elusi spostando sull’esterno la contesa, così la guerra ha la funzione di distrarre le masse dai problemi interni, si tratta di uno spostamento piuttosto frequente, che vede nelle crisi economiche e sociali, se non quando personali, il costante motore. Senza andare lontani nel tempo, è sufficiente ricordare la guerra dei dazi che sposta sulla Cina i problemi legati alla deindustrializzazione interna negli USA, così come la guerra all’Iran, che nei fatti sembrerebbe assolvere anche la funzione di distogliere l’opinione pubblica dai ventilati coinvolgimenti del presidente Trump con il finanziere pedofilo Epstein e le sue presunte connessioni con il Mossad, i servizi segreti israeliani. O alla nostra Europa che con la guerra russo-ucraina ha distolto l’attenzione dalle crisi economiche interne, trasformando peraltro il welfare in warfare, e ancora, non da ultimo, il genocidio del popolo palestinese – che alcuni si ostinano a chiamare guerra – che ha avuto non secondariamente la funzione di mantenere al potere il governo Netanyahu in un momento in cui stavano aumentando i disordini interni per la riforma giudiziaria e i processi per corruzione. Collocarsi dalla parte di chi reagisce, dimentichi delle proprie azioni, permette di trovare un consenso collettivo ai diversi sentimenti, anche vendicativi: la giusta causa rende la reazione distruttiva comprensibile se non quando giustificabile, con buona pace dei tanti innocenti che vanno incontro a un destino di morte, un destino comune a qualunque azione bellica.
Se si costituisce un Io-Stato, Io-popolo che elude il confronto con le proprie Ombre inevitabilmente si costituirà un altro da sé – altro Stato, altro popolo – su cui andare a depositare i propri aspetti misconosciuti. I conflitti all’interno si trasformano in guerre all’esterno. Al di là dei propri confini l’altro non è più considerabile come prossimo a sé, se non altro nell’umano sentire che affraterna le genti: l’altro si fa estraneo, nemico, da annientare prima che ci annienti.
Se pensiamo alla guerra il nostro immaginario va il più delle volte a certe distruzioni, come quelle che appaiono nell’immagine della paziente, ordigni che esplodono, droni che solcano i cieli, armi chimiche e agenti microbiologici: virus e batteri; un tempo spade, lance e sciabole, cannoni e mitragliatrici. Forze oscure e numinose dominate non tanto da Marte, quanto dal suo corrispettivo greco Ares: ferocia, sete di sangue e brutalità pervadono gli scenari.
Ovvi gli effetti secondari che caratterizzano tutte le guerre: saccheggi e povertà. E ancora disturbi neuro-psicologici, come il disturbo post traumatico da stress – caratterizzato da dissociazione, depressione, insonnia, disturbi dell’umore – e ancora mortalità, disabilità, crollo del sistema sanitario e scolastico, disastri ambientali, migrazione forzata, non solo dei rifugiati.
Una domanda sorge spontanea: ma tutto questo non è già in essere nel nostro civilizzato mondo occidentale?
E se stessimo in guerra senza che i signori della guerra ce lo avessero comunicato?
Noi psicoanalisti abbiamo, e non solo per fortuna, un osservatorio privilegiato sia del malessere psichico sia delle condizioni di vita delle umane esistenze. Se un tempo lo stereotipo dava unicamente “colpa” alla genetica, successivamente solo alle madri – in second’ordine ai padri – sempre più oggi il disagio mentale si va a radicare anche sul piano sociale, economico, globalizzato, determinando un qui e ora, uno spazio-tempo, dove si intersecano radici biologiche e relazionali.
E’ la guerra del quotidiano, i costi del gas e dei generi alimentari in aumento vertiginoso, l’individualismo esasperato, la caduta della dimensione etica, lo stato di degrado culturale in cui si trovano la scuola e l’università, le frane e gli allagamenti, devastanti soprattutto nei paesi asiatici, la siccità in Africa, le deforestazioni, gli sversamenti di petrolio sulle coste USA, i cibi contaminati, l’insana sanità, le pandemie, le migrazioni forzate.
Guerre invisibili ma dalle conseguenze più che visibili, soprattutto sul piano della diseguaglianza sociale che tende a polarizzare le esistenze: vite del benessere, spesso non psichico, e vite del malessere, anche psichico.
Le guerre siano esse visibili che invisibili minano inevitabilmente la democrazia al punto che la stessa sembra non essere più desiderabile, in particolare per le fasce più svantaggiate che si sono sentite abbandonate dalle forze progressiste, in realtà sempre più indebolite dai conflitti al proprio interno.
Le ghettizzazioni abitative nelle grandi città hanno comportato inevitabili guerre tra poveri, ma tali scontri, spesso violenti e razzisti di espulsione dell’altro, vissuto come una minaccia, sono sciaguratamente alimentati da chi trae vantaggi dalle altrui condizioni svantaggiate, sia economiche che culturali.
Lo stato di guerra del quotidiano, al pari di tutte le guerre, induce stati regressivi e le emozioni primarie dilagano e allagano l’Io. In tanti anni di professione non mi era mai capitato di veder circolare nella stanza d’analisi una tale quantità e violenta qualità di sentimenti di rabbia, invidie, gelosie, paure, disprezzo e vergogna.
I vissuti regressivi indotti dalla guerra, meglio dalle guerre, connessi a una economia della sopravvivenza, sia fisica che psichica, sembrano essere il perfetto contraltare di una società che intende fare del progresso, soprattutto tecnologico, la propria cifra caratterizzante.
La realtà in cui viviamo funziona al pari della realtà psichica: per compensazioni. Più un piatto della bilancia sale più l’altro scende, come il liquido nei vasi comunicati. Legge fisica e legge psichica.
Le guerre da più di un secolo apparentemente assenti nel mondo occidentale, se le consideriamo anche come espressione di fenomeni distruttivi e autodistruttivi, andrebbero di fatto a controbilanciare modelli di comportamento coscienti volti ad un progresso inarrestabile e illimitato.
Il surplus di energia attivato da una globalizzata smania capitalistica volta a produrre e consumare avrebbe determinato uno stato di eccitazione maniacale che non può che rivoltarsi nell’opposto. Sia negli stati depressivi dei nuovi poveri, sia nelle forze distruttive attivate dall’arroganza dei potenti.
Non si tratta tuttavia della ben nota dialettica tra Eros e Tanatos, tra spinte vitali e spinte mortifere, ma quanto avviene sembra essere l’esito della contemporaneità di fenomeni distruttivi a cui assistiamo e di cui siamo partecipi. E come accade nelle fasi maniacali il paziente, che potremmo chiamare “mondo globalizzato”, ha scambiato per benessere i sintomi dell’eccitazione maniacale, quella che ignora qualunque limite e confine.
Al pari di quanto avviene nell’individuo, non è possibile ricondurre alla ragione chi si trova sbilanciato in una fase maniacale perché la stessa ha la funzione di compensare i sentimenti depressivi. E inevitabilmente chi vorrebbe cambiare le cose, ma ne avverte l’impossibilità, attraversa sentimenti di impotenza accompagnati da rabbia e/o depressione. Il fare coscienza diventa una possibilità per quanto non porti a immediati cambiamenti, ma più i singoli individui diventano consapevoli più la società ha una possibilità di progredire sul piano etico. Vedere oggi tanti giovani nelle piazze, nei collettivi, giovani che si sono svegliati dal sonno profondo in cui il presunto benessere li aveva fatti precipitare, apre alla speranza di un domani migliore.
Ma non si tratta solo di uno spirito di ribellione sociale e economico. Lo stato di sofferenza può anche trasformarsi in un potente motore contro le guerre visibili e invisibili.
Quando la sofferenza legata alle proprie storie individuali, familiari e transgenerazionali sposa la sofferenza per il mondo in cui si vive si determina uno stato di diversità dal cosiddetto vivere nella norma, nutrito di stereotipi, di uniformità all’immaginario collettivo, di un vivere individualistico più che individuale. Questo malessere, che ogni diversità fisica o psichica comporta, può trasformarsi in energia distruttiva o costruttiva. Dal finire degli anni ‘60 e per buona parte degli gli anni ‘70 del secolo scorso abbiamo visto come non pochi ragazzi – quelli anche più sensibili alla sofferenza per un mondo inospitale, segnato dalla guerra del Vietnam, dalla lotta per i diritti civili degli afroamericani, dalla subalternità delle donne – erano precipitati in una ribellione autodistruttiva, oltre che distruttiva. Chi trovò in se stesso la forza dell’energia vitale non solo non venne sedotto, catturato e ucciso da quelle conflittualità socio-politiche, ma la guerra mossa al sistema, per quanto non riuscì a sconfiggere il modello economico capitalistico, permise conquiste e cambiamenti sul piano sociale e culturale fino ad allora impensabili.
Oggi i giovani “diversi”, quelli a cui involontariamente o meglio inconsciamente i cosiddetti benpensanti hanno dato la delega per attivare processi di cambiamento alla distruttività dello status quo, hanno una chance in più di salvarsi e attivare energie costruttive rispetto ai compagni di decenni addietro. E questa possibilità è data perlopiù dai percorsi analitici, dove la rabbia può farsi energia creatrice, la diversità può trasformarsi in valore aggiunto, valore per portare la propria parola non conforme, valore per combattere a nome della società civile una guerra che sia non violenta contro tutte le guerre violente, sempre visibili negli effetti, che scuotono oggigiorno e ogni giorno il mondo che abitiamo.
Anna Maria Sassone, analista didatta, Past President dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica e membro dell’International Association for Analytical Psychology, è autrice di molte pubblicazioni apparse su riviste non solo del settore e relatrice in convegni nazionali e internazionali. Ha promosso e fondato lo spazio di consultazione analitica dell’Aipa, attivo dal 1998, dove vengono offerti percorsi terapeutici con analisti qualificati a prezzi calmierati. Si ricordano qui i volumi da lei curati Psiche e guerra, Immagini dall’interno e Alchimie della formazione analitica. Da anni si occupa delle dinamiche sociali e politiche considerate nella prospettiva analitica, di femminicidi e del maschile arcaico nelle donne. I suoi studi teorici e clinici si sono da tempo indirizzati al suono, all’ascolto analitico, alle sintomatologie organiche connesse alle emozioni incorporate.
E-mail annamaria.sassone@gmail.com
ENDOXA - BIMESTRALE PSICOANALISI ANNA MARIA SASSONE Endoxa marzo 2026 GUERRA
