TRA ECCESSO DI SENSO E ECCESSO DI SIGNIFICAZIONE

SARANTIS THANOPULOS

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Si può dire, l’esperienza analitica sicuramente lo conferma, che le le parole non devono pesare molto, né poco. Le parole che “pesano come un macigno” denotano un’impasse di desiderio, pensiero e emozioni, una difficoltà di elaborazione. Le parole troppo leggere, che volano via al primo soffiare del vento, sono la scarica di vissuti di cui si libera mediante un’espressione superficiale (a volte nella forma esteticamente accurata di una “facciata” seducente). In entrambi i casi l’esperienza temporale è sospesa: in modo plumbeo, fatto di condensazione dello spazio espressivo, nel primo; in modo “gassoso”, fatto di rarefazione, nel secondo. La base comune è l’inerzia psicocorporea, la stagnazione, inibizione del desiderio che blocca l’estroversione dell’esperienza soggettiva.

 Il peso “giusto” delle parole lo dà la persistenza del loro effetto nel campo dell’esperienza. La parola non deve persistere di per sé, affondando in se stessa, né evaporare come una sensazione superficiale che non lascia tracce. Il discorso mette radici se non si identifica con la struttura della pianta a cui deve dare nascita: non nasce per essere citato, né si fonda sulle citazioni. Non deve innamorarsi della propria estetica o leggerezza, non deve riflettersi nell’immagine di sé stesso, diventare troppo evanescente perché possa impiantarsi. Oppure evadere, distrarsi dalla sua esistenza desiderante.

  Le parole vivono perché migrano da un testo ad altri testi, sostano nel loro dispiegarsi, configurarsi come movimento senza chiudersi nella loro definizione , si  espandono in tante ramificazioni, fecondano terreni la cui esistenza era ignota al momento della loro formulazione. Nel diventare senso, pensiero, comunicazione costruiscono il proprio trasporto: la metafora è insieme la loro matrice e il loro costrutto. La loro costituzione è luttuosa: parlano per designare una presenza che è sul punto di diventare una mancanza e, viceversa, si rivolgono a una presenza che intravvedono, e riconoscono la strada per  raggiungerla, attraverso la mancanza.

  Esse  ripropongono la struttura del gesto che le precede, sono efficaci se sono “isteriche”: se si rivolgono all’altro per rivelare al soggetto parlante un tratto di sé, se usano il loro sguardo introspettivo per dischiudersi all’alterità. Sono esposizione, sbilanciamento: non sono parole vere se non accettano di essere fraintese, smontate, reinventate, citate non per restare scolpite sulla pietra (anche quando emergono dalla polvere del tempo come scoperte archeologiche), ma  per avere una vita nuova.

La parola è “piena”, significativa e non solo significante (le due prospettive non coincidono), se mantiene vive sue origini: i gesti che estrovertono, aprono, sbilanciandola verso l’alterità, la materia psicocorporea dell’essere umano, impedendole di centrarsi su se stessa. È l’estroversione o l’autoreferenzialità della parola che decide se essa sarà luogo di trasformazione dell’esperienza o se resterà chiusa nella logica della dimensione omeostatica dell’esistenza.

  Per comprendere la funzione del linguaggio è necessario tenere conto del fatto che il senso dell’esperienza e dell’esistenza, di cui essa deve farsi carico, non è limitato, confinato nel campo del rapporto tra significante e significato. Il senso è piacere dei sensi, direzione (il movimento psicocorporeo che va da qualche parte, non ha ancora una forma espressiva, ma ha attraversato una soglia di indeterminazione) e significato (la rappresentazione ideativa e affettiva dell’esperienza).

 Le parole sono  piene se sono sensuali, se prendono direzione, connettendosi all’emozione, prima di avere una forma definita: la configurazione formale non è sufficiente a rendere il linguaggio davvero comunicante, in assenza del movimento psicocorporeo di un gesto desiderante che l’anima. La loro pienezza non significa saturazione o concretezza. Essere piene significa essere vive, restare insature  mentre si compiono. Nell’essere compiute nelle loro definizione devono essere sospese nella loro effettività. Sono compiute se, al tempo stesso, restano incompiute, si aprono ad altri potenziali discorsi, mantengono vivo, rivolto verso uno spazio infinito di sperimentazione, il gesto sensuale che le sorregge e le fa nascere.

  Le parole sono gesti, immagini (visive, sonore, gustative, olfattive, tattili): sono gesti/immagini in azione, immagin-azione. Sono al servizio della sublimazione: la soggettività che afferra l’oggettivazione della sua soddisfazione, la sensualità oltre la contiguità sensoriale, il dialogo che amplia in modo esponenziale lo spazio del legame tra i corpi degli amanti, senza interrompere la loro tensione erotica. Rappresentano uno dei due poli che definiscono  l’esperienza dell’essere umano, che costituiscono il campo della tensione che dà ad essa forma e ragione di essere.

 Si vive nello spazio dell’oscillazione tra i sensi e il linguaggio verbale. A un polo la significazione si arrende al “non so che” dell’esperienza sensuale che eccede la possibilità di essere significata. Al polo opposto il significante restringe il senso delle cose per poterle significarle. Quando le parole si staccano dal campo di tensione che determina la loro funzione, sono il veicolo di un eccesso di significazione, un letto di Procruste per il desiderio.

 

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA STORIA DELLE IDEE

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