IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

DAVIDE RAGUSO

 

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In principio era il Verbo, il logos. L’incipit del Vangelo di Giovanni è un luogo obbligato per chiunque intenda riflettere sul potere della parola.

Nel 1991, così Nadine Gordimer aprì il suo discorso di accettazione del Premio Nobel, intitolato Scrivere ed Essere:

“Nel principio era la Parola. La Parola era presso Dio, significava la Parola di Dio, la Parola che era Creazione. Ma, nel corso di secoli di cultura umana, la parola ha acquisito altri significati, tanto secolari che religiosi. Avere la parola è divenuto sinonimo di autorità suprema, di prestigio, di potere, di persuasione enorme e talvolta pericoloso, di facoltà di apparire nella fascia oraria di massimo ascolto o in un talk-show televisivo, di dono dell’eloquenza o delle lingue. […]”

In principio era il Verbo, il logos. Logos significa parola, discorso, lingua, racconto. Si connette al verbo lego, che indica le azioni del raccontare, del parlare: ma anche, già in Omero, del mettere insieme, del raccogliere, del disporre le cose l’una accanto all’altra secondo un ordine razionale, dello scegliere con attenzione. Secondo Aristotele, il logos è proprio dell’essere umano, perché solo l’essere umano parla e capisce il logos, la parola, il pensiero, la capacità di scegliere, l’abilità di raccontare distingue l’uomo da tutte le altre creature viventi.

In un passo molto celebre del Faust, Goethe immagina che Faust, poco prima che gli appaia Mefistofele, sperimenti diverse traduzioni dell’inizio del Vangelo di Giovanni: Apre un grosso volume e si accinge a tradurre. Sta scritto: “In principio era la Parola” E eccomi già fermo. Chi m’aiuta a procedere? M’è impossibile dare a “Parola” tanto valore. Devo tradurre altrimenti, se mi darà giusto lume lo Spirito. Sta scritto: “In principio era il Pensiero” Medita bene il primo rigo, ché non ti corra troppo la penna. Quel che tutto crea e opera, è il Pensiero? Dovrebb’essere: “In principio era l’Energia” Pure, mentre trascrivo questa parola, qualcosa già mi dice che non qui potrò fermarmi. Mi dà aiuto lo Spirito! Ecco che vedo chiaro e, ormai sicuro, scrivo: “In principio era l’Azione”! Faust sostituisce “das Wort” (la parola) con “der Sinn” (il pensiero), “die Kraft” (l’energia) e, infine, con “die Tat” (l’azione). Quest’ultima forma fu cara a Hitler, che disse una volta: “lo non amo Goethe. Ma sono disposto a perdonargli molto per via di una sola parola: ‘In principio era l’azione”. È una deformazione inquietante: il significato di logos, privato del valore della parola e del pensiero, diviene azione senza senso, azione senza pensiero.

La parola che viene avvicinata al potere, una parola che viene deformata dal potere. La parola dovrebbe essere invece lo strumento più potente della democrazia.

George Steiner ha osservato che le ideologie “competitive”, come il nazismo, il fascismo e altre, meno palesemente totalitarie, non producono lingue creative, di rado elaborano nuovi termini: molto più spesso “saccheggiano e decompongono la lingua della comunità”, manipolandola e usandola come un’arma. Questo inevitabilmente rimanda alle parole di George Orwell. Nel romanzo 1984 il regime di Oceania non solo altera la verità della storia, ma anche il linguaggio con cui l’individuo esprime il suo pensiero. E lo fa attraverso la creazione della Neolingua: il “fine della Neolingua […] era […] soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. […] a parte la soppressione di parole di carattere palesemente eretico, la riduzione del vocabolario era considerata fine a se stessa, e di nessuna parola di cui si potesse fare a meno era ulteriormente tollerata l’esistenza. La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente col ridurre al minimo la scelta delle parole. […] Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare Il proprio pensiero”. Nella Neolingua il numero delle parole viene ridotto al minimo e ogni parola residua viene limitata a un unico possibile significato.

Nel medesimo orizzonte concettuale il poeta polacco Czesław Miłosz, che sperimentò la persecuzione e l’esilio, osservava: “Chiunque detenga il potere può controllare anche il linguaggio, e non solo con le proibizioni della censura, ma cambiando il significato delle parole”. Cambiare i significati o, più semplicemente, confonderli e cancellarli – è la premessa per l’impossessamento abusivo di parole chiave piegate, snaturate, e infine scagliate con violenza contro gli avversari.

Un linguaggio che è quindi lo strumento principale della democrazia. Uno strumento pericoloso, tanto potente quanto fragile. Come si è potuto notare è proprio nella democrazia che attraverso un uso snaturato delle parole che possono prendere forma i sistemi totalitari.

Non solo, gli effetti delle parole, il loro peso lo si può benissimo vedere anche a livello sociale. Nello scorso secolo si è analizzato nelle scienze cognitive un meccanismo particolare che collega l’assenza di parole, di linguaggio all’azione. Questo fenomeno – la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e interiore – è chiamato ipocognizione.

 Sono state apportate indagini lì dove per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi. La violenza incontrollata è uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza. I ragazzi sono sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione e di conseguenza hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche.

Si può ritornare da dove si è partiti; un uomo che si differenza dalle altre specie per l’uso e l’utilizzo di logos, parola. Parola per poter identificare oggetti e persone, per poter dare un nome ai sentimenti, per dare un nome a ciò che producono tali sentimenti. Parola è dunque comunicazione, lo si può definire un modo alternativo di comunicare o il fondamentale. Certo non si può affermare, date tali premesse, che le parole debbano essere comunicabili, diventare comunicazione perché altrimenti perderebbero la loro essenza, il motivo della loro esistenza. Eppure, la lingua italiana negli ultimi anni si è chiusa in se stessa soprattutto nelle classi intellettuali dove più volte si è fatta confusione tra il tecnico e lo pseudotecnismo. Contro questa tendenza che si dovrebbe lottare, abbattendo l’antilingua.  Calvino scrisse parole importanti a riguardo: “Proprio lì dove i significati sono constatemene allontanati, relegati in fondo ad una prospettiva di vocaboli che di per sé non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per sé stessi. Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e il più possibile preciso.” Un invito questo a chi lavora con le parole, a chi le affila come strumenti del proprio potere; nulla è irrilevante, con le parole poiché la vita degli uomini può dipendere da una virgola. Un invito a chi impersona la Parola, a chi decide di tante vite o solo della propria con l’uso di parole affinché possano essere “mots-matière”: parole che abbiano per tutti lo stesso significato.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA RELIGIONE

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