PERFETTI CONOSCIUTI
PIER MARRONE
Mi capita quasi in ogni corso che tengo all’università di giungere a un determinato punto della discussione con le classi dove si affronta il tema della differenza tra pubblico e privato. Nella distinzione tra pubblico e privato si intrecciano mille altri problemi: che cosa è di competenza dell’individuo e cosa, invece, della società, se esistono diritti individuali, e se ci sono se sono incomprimibili e non possano essere perciò violati da nessuna disposizione pubblica. Ci sono importanti tradizioni filosofiche che sostengono la ragionevolezza di questa distinzione. Ad esempio sia Hegel sia John Stuart Mill vi riconducevano la distinzione tra l’indagine che si occupa della liceità dei comportamenti privati, indagine che sarebbe compito dell’indagine morale, e quella ricerca che invece si occupa della liceità dei comportamenti pubblici, indagine che rientrerebbe nel campo dell’etica.
La distinzione tra etica e morale mi è sempre sembrata una distinzione artificiale e non rispondente, per così dire, alla natura della cosa. Il motivo è piuttosto semplice. La distinzione potrebbe essere fondata se si potesse trovare almeno un esempio di un qualche comportamento che non ha, nemmeno potenzialmente, degli effetti pubblici. Quando propongo il quesito della solidità della distinzione, si finisce sempre per parlare di quei comportamenti intimi che, di solito, non esponiamo alla vista della vastità dei nostri simili. Per questo io ne concludo che la distinzione tra privato e pubblico e, poi, tra morale e etica è una distinzione che non è sostenibile, se guardata da vicino, ma in qualche altro senso, invece, è una distinzione della quale abbiamo estrema necessità. Senza questa distinzione, ad esempio, lo Stato potrebbe avventurarsi senza il nostro consenso nelle nostre vite molto più spesso di quanto già faccia adesso, il nostro corpo non sarebbe nella nostra esclusiva proprietà. Questo è consentito, nelle società liberal-democratiche a patto che questa proprietà esclusiva non metta in questione l’analoga proprietà di altri individui (ad esempio, se so di avere una malattia infettiva, dovrei preoccuparmi di non infettare gli altri, poiché il mio corpo entrerebbe nella sfera fisica di altri soggetti senza il loro permesso).
L’inviolabilità del nostro corpo è uno dei pilastri teorici dei nostri ordinamenti giuridici. Ma che cosa fa di qualcosa il mio corpo? Sembrerebbe facile rispondere, perché il mio corpo, quel corpo che io sono e che appartiene solo a me, è fisicamente delimitato dal nostro organo più esteso, ossia dalla nostra pelle. Quindi, si potrebbe dire che quanto è contenuto e trattenuto dalla nostra pelle è quanto ci è di più proprio. Questa considerazione così semplice forse ora però non è più del tutto valida, perché potrebbe non esaurire quanto potrebbe essere considerato in relazione diretta con il mio corpo e con quanto io sono, in relazione, ossia, con tutte quelle cose, che io potrei enumerare, se avessi voglia di elencare quanto di mio e soltanto mio esiste in questo mondo e quanto di mio e soltanto mio dovrebbe esistere in ogni universo possibile, in maniera tale da potermi far dire che in ogni universo possibile dove c’è un soggetto con queste e quest’altre caratteristiche, allora si sta parlando di me e di nessun altro.
A ognuno di noi sarà capitata l’esperienza di lasciare il proprio cellulare a casa, se non anche di perdere questo archivio personale così prezioso. Al momento attuale, il cellulare non è fisicamente parte del nostro corpo, ma l’esperienza della perdita anche momentanea della possibilità della connessione, se non con gli altri, almeno con le memorie che sono conservate dentro questo apparato, è prossima all’esperienza del lutto. Naturalmente con varie gradazioni: che ce lo rubino non è la stessa cosa che se lo perdiamo; se lo perdiamo non è la medesima cosa dell’averlo scordato sul tavolo della cucina a casa.
Un amico cattolico che durante l’estate si è recato a fare degli esercizi spirituali in montagna, mi diceva che era vietato l’uso del cellulare. Sembrava averne fatto a meno con non grande fatica, ma forse solo perché sapeva che il partenariato emotivo che abbiamo con questa macchina era solo temporaneamente sospeso. Nel cellulare, del resto, possono essere scaricate app per la preghiera per ricordarci sempre della nostra possibile connessione con il divino, che esige appunto la ripetizione di un rito, come la preghiera è, quand’anche fosse esercitato nell’apparente solitudine individuale della connessione a internet tramite il nostro fidato amico mobile.
Un’altra esperienza che ho sentito accostare alla perdita anche solo momentanea del cellulare è stata quella della mutilazione. Forse questo accostamento analogico un po’ macabro è più illuminante dell’accostamento al lutto. In fin dei conti, il lutto si presta all’elaborazione e con un po’ di pazienza tutti noi sappiamo che ci saranno momenti nel futuro che non ci faranno pensare all’oggetto di affezione, si tratti di una persona o di un cellulare, che abbiamo perduto. Comprare un altro cellulare dopo la perdita o il furto è una modalità di elaborazione del lutto molto efficace, in fin dei conti. Con il sostituto in tasca rapidamente ammortizziamo il dolore della perdita, che si dimostra non irrimediabile, almeno parzialmente. La mutilazione fisica, invece, non si assorbe e solo parzialmente si ammortizza con le protesi adatte. È sempre lì a ricordarci che ci manca un pezzo del nostro corpo, anche quando si manifesta con una sindrome da arto fantasma (che è sentire ancora un arto che non abbiamo più). Vogliamo fare una foto e non possiamo, cerchiamo un percorso stradale e dobbiamo affidarci agli odiati cartelli, desideriamo mandare un messaggio all’amata compagna di vita o alla temporanea compagna di pomeriggi clandestini e ne siamo impediti.
Il cellulare è quasi una parte del nostro corpo: sembrerebbe essere questa la sua descrizione fenomenologica appropriata. Sarebbe forse una descrizione ancora troppo cauta, se noi non pensiamo al corpo come oggetto fisico, bensì piuttosto come soggetto di esperienza, quell’esperienza che rende ciascuno di noi proprio quello che è, e che noi pensiamo possa riguardare solo noi e nessun altro. In questo senso, la fenomenologia deve rivolgersi all’interiorità della nostra coscienza e riconoscere che il cellulare è la nostra principale protesi emotiva, qualcosa che custodisce contenuti che percepiamo appartengano soltanto a noi e che noi non vogliamo condividere con altri, come non condividiamo con altri la quasi totalità dei nostri contenuti mentali: la maggior parte perché semplicemente sono troppo banali e troppo noiosi, altri invece perché magari potrebbero causare dolore a persone alle quali siamo affezionati e che amiamo, perché parlerebbero di desideri che non desideriamo si manifestino nella dimensione pubblica, spesso perché noi, i loro proprietari, non faremmo una bella figura a vederli esposti.
Di questi problemi ha parlato un film italiano di grande successo, quello di Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti”. Sarebbe meglio dire che il suo successo è stato enorme, perché a oggi ne sono stati fatti una trentina di remake in varie lingue e adattandolo ai gusti e ai costumi di diverse culture nazionali. La vicenda è molto semplice. Durante una cena tra coppie di amici, ci si sfida a condividere i messaggi che si ricevono sul cellulare con gli altri. È facile immaginare equivoci, ipocrisie e tragedie familiari che ne seguono. Conoscevo la versione italiana, che avevo visto perché mi piace l’attore protagonista, Marco Giallini. Di recente ho visto la versione spagnola quando i pianeti si sono allineati, perché qualche ora dopo ho ricevuto la mail di un amico che si lamentava della moglie che spiava il suo cellulare e che, visto l’equivalente di una chiacchera nello spogliatoio di una palestra maschile, con l’ausilio illustrativo di qualche immagine, ha scatenato l’inferno in casa, minacciando divorzi, esodazioni da casa, prosciugamenti del conto corrente in comune.
Mi vengono in mente alcune considerazioni:
(1) davvero esistono persone che credono di esaurire l’immaginario erotico del proprio partner? Non hanno anche loro delle fantasie erotiche che desiderano rimangano private?;
(2) apprendo che esistono maschi che permettono alle proprie partner di controllare il proprio cellulare, una cosa che a me non è mai passata nemmeno per l’anticamera della parte più ancestrale del mio cervello rettiliano;
(3) per me il contenuto del mio cellulare è un’estensione della mia mente. C’è davvero qualcuno là fuori che vuole che qualcun altro controlli la sua mente, anche se solo una sua parte?;
(4) esistono persone che si trovano a proprio agio solo in forme di schiavitù volontaria, come questa, e che sono veramente e in tutti i sensi schiavi della ****, come dice un’espressione di non grande eleganza, con l’aggravante che si tratta di una sola.
Ma tutte queste quattro considerazioni hanno a che fare con il tema della monogamia, la promessa di fedeltà più impegnativa che esista, ancora più impegnativa della fede monoteistica, che è pur sempre mitigata, almeno nel cattolicesimo, dal dogma della trinità, dal culto dei santi, dalla pletora di beati che popolano questo immaginario religioso, che promette la fusione della comunione dei santi in un senso prossimo, ma forse più credibile, rispetto a quello che può fornirci forse la relazione esclusiva con un’altra persona. Perché poi occorrerebbe capire dove avvenga questa esperienza fusionale. Nella comunanza di interessi, che ne so, per il cinema polacco contemporaneo, la musica dodecafonica, l’architettura brutalista? Mi pare molto improbabile e non certo per la scarsa rilevanza esistenziale degli argomenti, ammesso si sia concordi sul valore del tutto settoriale delle esperienze che possono essere legate a questi interessi di nicchia. Piuttosto perché in questo come in qualsiasi altro interesse, ognuno di noi mette dentro la propria esperienza vissuta, necessariamente diversa, anche se simile, a quella degli amanti che ci sono prossimi e ci mette dentro le proprie aspettative, e rispetto a queste il grado di difformità può essere realmente enorme. No, ovviamente si immagina che questa fusione, così incredibile da generare l’esclusività, avvenga in camera da letto e tramite il sesso, ossia attraverso una ripetizione.
La ripetizione del sesso dovrebbe quindi generare un’esperienza unica. A me pare più probabile che ciò che è ripetizione generi noia, se ripetuta con una frequenza assidua, che è quanto precisamente accade in quasi tutte le coppie, che non sono certo legate dalla soddisfazione sessuale, che per definizione non può durare che lo spazio della petite mort, ma da altro, che va oltre il sesso. Allora per quale misterioso motivo ci si aspetta un investimento libidico così alto nei propri confronti, quando molto spesso noi non siamo affatto intenzionati a farlo nei confronti del nostro partner? Forse però la monogamia riguarda soprattutto altre cose: non avere distrazione alla vita di coppia, concludere il pagamento del mutuo per l’appartamento che ci ha quasi dissanguato, fare figli e crescere la prole, cosa più semplice se si è in coppia, ma che mi immagino maggiormente facile se si è da soli e pieni di soldi. Forse, la monogamia è semplicemente risolvere il problema del sesso. Il medesimo amico che è stato terrorizzato e bullizzato dalla moglie attempata, che certo non è mai stata un’icona femminile di bellezza, mi disse prima di convolare a nozze con la virago: “ci si sposa per non farlo più”.
Forse esistono i monogami coatti. Forse ci sono persone che quando intraprendono una relazione non guardano al futuro pensando sia denso di incognite e tentazioni e non guardano nemmeno al passato con la sensazione di aver rinunciato a qualcosa di importante. Forse i monogami coatti cercano semplicemente di eludere il tempo oltrepassando il paesaggio variegato della promiscuità sessuale immaginando un tempo che scorre senza che succeda nulla, quasi che il tempo che passa mostrasse qualcosa di diverso dai loro timori. Non possiamo fare a meno di essere fedeli al nostro corpo che cambia e che fatichiamo a riconoscere con il trascorrere del tempo che ci mostra nello spazio i suoi cambiamenti meno gradevoli, e forse questo rende l’infedeltà una tentazione alla quale è difficile resistere.
Chiediamoci però perché si dovrebbe essere fedeli? Io riesco a vederci solo tre ragioni: (a) per convinzioni morali;
(b) per convinzioni religiose;
(c) per comodità.
Su (b) penso ci sia poco da dire, se non che si tratta di motivazioni convincenti. Su (c) quello che mi viene da pensare è che si tratta di una motivazione debole e dettata dalle circostanze che possono cambiare; ad esempio, se ciascuno tra quelli che stanno in coppia potesse procurarsi un rapporto sessuale soddisfacente senza che il proprio partner lo venga a sapere, dovrebbe, proprio perché la sua fedeltà è motivata dalla comodità, fare sesso occasionale. Per quanto riguarda (a) penso che occorrerebbe sapere qualcosa di più, ad esempio quale sistema etico l’agente abbraccia. Potrebbe essere che non ne abbracci nessuno in particolare, ma allora la sua convinzione potrebbe essere affidata a una intuizione debole, incapace di trasformarsi in un’argomentazione maggiormente solida. Non si può naturalmente dire che si è contrari all’infedeltà e favorevoli alla monogamia allo stesso modo in cui siamo contrari al furto o all’evasione fiscale, perché il problema è precisamente quello di sapere per quale motivo l’infedeltà sia un male e la fedeltà sia invece un bene. Ho sentito persone dire che non tradiscono il partner per rispetto (detto per inciso: io sono sempre molto dubbioso di fronte a quelli che proclamano la propria adesione a dei principi morali perché subito sento l’olezzo dell’ipocrisia). Ma se tu sei un partner amorevole che ha una vita sessuale che non incide sulla propria relazione di coppia, in che senso mancheresti di rispetto al tuo partner? Penso invece che facendogli credere che lui è il tuo centro focale emotivo e sessuale stai perpetrando un inganno, perché nessuno può essere in maniera continuativa il centro focale di qualcun altro in questo senso.
Ognuno ha molti desideri e molte curiosità, la maggior parte delle quali rimangono naturalmente insoddisfatti perché non disponiamo né di un tempo infinito né di risorse infinite. Ma le occasioni di soddisfazione dei nostri desideri si sono dilatate dal momento in cui i social hanno preso possesso delle nostre vite. Tutti lo sappiamo: oltre alla vita pubblica, a quella privata, ognuno di noi ha anche una vita segreta, che desidera rimanga tale, dove la promiscuità è un’opzione da selezionare e il partner in crime vogliamo essere noi stessi. Lo psicoterapeuta Adam Phillips ha scritto un libretto di aforismi, Monogamia, su questi temi. Alcuni sono prossimi alla luminescenza di un fulmine o di un satori, altri, forse la maggior parte, mi sembrano prendere troppo sul serio questo tema, ma uno mi ha particolarmente colpito: “Il monogamo coatto è come il libertino coatto: entrambi vivono il limite dell’eccesso. Per entrambi c’è una catastrofe da schivare: i monogami sono terrorizzati dai loro desideri di promiscuità, i libertini dalla loro dipendenza”. Mi ha colpito non per quanto dice del monogamo coatto, che potrebbe desiderare il realizzarsi di questa coazione per desiderio di comodità, e potrebbe casomai considerare come catastrofico l’infedeltà del partner, quanto per il libertino, che riconosce quanto sia pericoloso cadere nella dipendenza di un’altra persona e la esorcizza con la saggezza della varietà sessuale.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Endoxa novembre 2023 Monogamia Pier Marrone

