DÉJÀ VU – EDITORIALE
PIER MARRONE
Ci sono almeno tre interpretazioni dell’espressione “déjà vu” che ricorrono nei contributi di questo numero della nostra rivista. Ognuna di queste è una modalità di vivere l’esperienza del tempo.
1) C’è poco da fare; amiamo la ripetizione e la regolarità. Quando non c’è, riusciamo a inventarcela. Il fenomeno del déjà vu, che è l’illusione di avere di fronte un’esperienza del passato, contempla questa interpretazione, che è quella corretta dal punto di vista della psicologia. È anche un’interpretazione in qualche modo rassicurante, come può essere rassicurante nella sua dimensione l’esperienza del déjà vu, perché ci dice che in realtà non siamo vincolati alla ripetizione e siamo esseri creativi e liberi, che fanno continuamente delle esperienze nuove, che richiedono l’invenzione di nuove attitudini e prospettive, che esaltano la nostra intelligenza.
2) Ma c’è anche un’estensione metaforica di questa espressione, nella quale il già visto e il già vissuto non figurano come elementi di una pacificazione della nostra natura umana. Questa estensione interpretativa ha dalla sua molte evidenze empiriche tutt’altro che rassicuranti, precisamente tutte quelle che raccontano il nostro passato di violenza e di sadismo e la nostra inclinazione naturale a riprodurci nel male.
3) E poi naturalmente c’è ancora una terza interpretazione di ciò che ci appare come già vissuto e visto, ed è la nostra immersione nella banalità quotidiana, nella ripetizione incessante di gesti, azioni, sentimenti che potrebbero essere fatti da chiunque. Questa banalità ci conferma come esseri meccanici, “automi spirituali” come avrebbe detto Leibniz.
Riusciamo a incontrare nella nostra esperienza ciascuna di queste tre interpretazioni, talvolta fuse assieme. Talvolta è una commedia o un dramma, più spesso è una tragedia.
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