AMICIZIE AUTOMATICHE
PIER MARRONE
Definire che cosa sia un nemico mi pare un’impresa più semplice che precisare in che cosa consista l’amicizia e quali condizioni devono essere soddisfatte per qualificare una persona (una persona vicina oppure anche noi stessi) come un amico. Il nemico è colui il quale intende soddisfare i propri interessi procurandoci un danno. Dal suo punto di vista questo danno può essere l’unico mezzo attraverso il quale raggiungere i propri obiettivi oppure può essere un effetto collaterale della sua azione. Anche in questo secondo caso, però, la sua disattenzione verso i nostri interessi penso sia sufficiente a qualificarlo come una persona potenzialmente nemica e ostile.
È forse noto a parecchi che il giurista e politologo tedesco Carl Schmitt sulla contrapposizione amico versus nemico ha costruito la sua definizione di che cosa sia il politico (che è il fondamento che guida qualsiasi azione politica), ossia l’individuazione di chi è amico e di chi è nemico. In fin dei conti, la lotta politica è il terreno della contesa, molto spesso regolata, altre volte avviata verso la dissoluzione sadica di qualsiasi regola, come accade nella guerra che è la continuazione della politica attraverso l’uso delle armi. Quindi, è più facile capire che cosa sia un nemico che un amico. Sappiamo però anche che il nemico è la negazione dell’amicizia e forse questa precisazione ci può essere di un qualche aiuto per comprende questo aspetto così importante delle nostre vite.
Aristotele lo riteneva così importante che pensava che nessuno fosse in grado di condurre un’esistenza priva di amicizia per propria scelta. Sappiamo anche che l’amicizia può essere di specie piuttosto diverse. Ci può essere quella basata sulla comunanza di determinati e circoscritti interessi, la comune passione per gli scacchi o per il padel, ci può essere l’amicizia professionale, che di solito ha una prospettiva più ampia, ci può essere l’amicizia basata sulla ricerca del piacere, come potrebbe essere quella degli amanti occasionali, ci può essere l’amicizia basata sulla consuetudine quotidiana in periodi importanti della nostra vita, come quella tra coloro che hanno frequentato lo stesso liceo e che si sono visti ogni giorno per cinque anni, ci può essere l’amicizia intima tra persone che sentono di comprendersi a vicenda. In questa tipologia ognuno degli esempi che ho citato può conoscere un’evoluzione e trasformarsi nell’ultima categoria, che è quella che consideriamo la forma maggiormente compiuta di amicizia. È invece molto difficile, se non impossibile, che da questa ultima forma di amicizia si possa retrocedere alle altre tipologie. C’è da chiedersi perché questo non possa accedere. È probabile che questo avvenga perché una forte intimità amicale non sopporta retrocessioni. Se in una amicizia intima e profonda si crea una frattura è difficile che questa venga sanata, forse perché le amicizie profonde hanno a che fare con una qualche descrizione che noi pensiamo di dare di noi stessi. Quando qualcosa accade che ci fa pensare sia impossibile continuare un’amicizia forte nelle stesse modalità del passato, penso che la consideriamo come una sorta di tradimento, oltre a un fallimento. Per questo le rotture nell’amicizia difficilmente conoscono una ricomposizione, ancor di più che nelle relazioni amorose, nelle quali c’è per lo meno la prospettiva di rinnovare un certo vincolo fisico.
Aristotele propone una definizione dell’amico che è rimasta celebre, e che mi propongo di indagare brevemente da un certo punto di vista. Per lui l’amico è “un altro sé stesso”. Il dialogo che intraprendiamo con l’amico è quello dove ci sentiamo particolarmente compresi, perché l’amico ci conosce, qualche volta e in qualche aspetto, meglio di quanto noi stessi ci conosciamo. È una prospettiva affascinante, non c’è dubbio, perché ci assicura che fuori di noi c’è qualcuno che è come noi negli aspetti rilevanti, anzi, per Aristotele, nei nostri aspetti migliori e positivi. Questo è il motivo per il quale le persone malvage non possono avere amici, perché non hanno aspetti positivi da condividere.
Naturalmente, si può essere scettici su questa ultima notazione, almeno nella misura in cui non è forse troppo chiaro dove inizia la malvagità che impedisce a chi è nel cammino del male di avere degli amici. Se l’amico è per noi una persona che ammiriamo, allora dovremmo ridimensionare questa considerazione di Aristotele. Penso siamo tutti d’accordo che Hitler, Stalin, Pol Pot, Mao Zedong siano state persone che hanno commesso numerosi atti che non esitiamo a qualificare come malvagi, ma erano circondati da persone che non soltanto le temevano, bensì le ammiravano. Questa ammirazione può ben essere stata anche una forma di perversa attrazione verso il male, ma è chiaro che non tutti i sostenitori di questi feroci dittatori li ammiravano per questo. Forse alcune di queste erano anche amici, nel senso di Aristotele, di queste persone senza le quali la storia dell’umanità sarebbe stata migliore.
Al di là della perversione di queste forme di amicizia, però è vero che l’affetto che possiamo provare per alcuni dei nostri amici più stretti deriva dal fatto che pensiamo che siano migliori di noi. Questo è il motivo per il quale, se la delusione arriva, allora è spesso irrimediabile. Tutte queste considerazioni suggeriscono che alla base dell’amicizia, di qualsiasi amicizia, ci deve essere una qualche forma di prossimità. Questa prossimità può avere molte cause e alcune di queste devono essere presenti assieme, anche se non è chiaro quali precisamente siano le condizioni necessarie e sufficienti minime della prossimità. Per un periodo fortunatamente breve della mia vita la maggior parte dei miei amici frequentavano lo stesso liceo classico dove ero iscritto io.
Quello che intendo dire è che la prossimità è anche una forma di esclusione, o, per dirla con altre parole, di segregazione. Alcune di queste sono volontarie, altre non lo sono: il sesso, l’età, il livello di istruzione, il reddito e il colore della pelle (per quanto disturbante questo possa risultare). Altre sembrano obbedire a delle logiche di prossimità che tendono a incrementarsi. È il caso della scelta del quartiere dove risiedere. Io vivo in una città piccola, ma nel mio stesso condominio a un certo punto risiedevano tre professori del medesimo dipartimento universitario. Nel raggio di un centinaio di metri riesco facilmente a individuare almeno altri cinque colleghi che fanno parte del mio stesso dipartimento. Non è una situazione stupefacente. Il mio dipartimento è a meno di un chilometro da casa, la zona è tranquilla, ben servita dai trasporti pubblici, con pochissima criminalità. Forse i professori universitari tendono a auto-segregarsi perché sono particolarmente inclini a declinare i propri comportamenti secondo logiche tribali. Tra queste vi è la condivisione di certi aspetti di un medesimo stile di vita, che potrebbe, però, non essere solo loro.
Facciamo un altro esempio: l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare. Nella mia città si formano periodicamente delle graduatorie dei nuclei familiari che hanno diritto di avere accesso a queste forme assistite di residenza. Coloro ai quali viene proposto un alloggio popolare possono rifiutarlo due volte, alla terza vengono esclusi dalla graduatoria. Numerosi edifici sono occupati da cittadini stranieri. Questo è abbastanza ovvio, dal momento che coloro che emigrano da paesi con un minor reddito pro capite si troveranno nelle posizioni alte di queste graduatorie. Tenderanno inoltre a concentrarsi in determinati quartieri nei quali sono già presenti famiglie allogene, soprattutto serbe, una minoranza presente nella mia città, Trieste, da quasi tre secoli, attualmente la più numerosa e quella maggiormente integrata. A Trieste uno storico quartiere operaio ha conosciuto una mutazione dei residenti secondo questo schema.
Di fatto gli individui che sentono di dover scegliere tra estremi polarizzati frequentemente scelgono, anche perché spinti dalla necessità e dalla convenienza, una soluzione che tende ad amplificare le differenze. Questo non significa il più delle volte una preferenza per la segregazione, anche se esistono casi di autosegregazione, ma indica semplicemente che se esiste una qualche forma di segregazione le persone sceglieranno un ambiente dove siano enfatizzate le somiglianze e non le differenze. Le dinamiche che portano ai fenomeni di polarizzazione e segregazione sono spesso complesse e non sempre chiare, poiché implicano reazioni a catena. Ad esempio, se un gruppo familiare si sposta dalla sua zona di residenza può non succedere nulla, ma se lo fanno in tempi ravvicinati altri dieci, allora questo può innescare un effetto moltiplicatore. Possono non essere chiare perché implicano percezioni esagerate. Se si continua a ripetere che “siamo invasi da stranieri” questo può indurre – di fatto induce – una percezione di insicurezza che non corrisponde alla realtà dei dati e produce effetti segregativi. Gli effetti segregativi possono essere determinati anche da azioni organizzate. Se determinati posti di lavoro vengono occupati attraverso il passaparola tra persone che si conoscono e che quindi hanno già un certo grado di affinità, questo può tradursi in una polarizzazione. Si pensi alle battaglie per l’assegnazione di posti nei dipartimenti universitari, che molto spesso comportano la valutazione di qualità del tutto extra-scientifiche, come la lealtà a un determinato paradigma di ricerca, la lealtà a gruppi di potere, la capacità di ricambiare i favori ricevuti. Tutti questi processi possono avere la caratteristica della sistematicità, della passività, possono essere privi di motivazioni sollecitate da un esame oggettivo della realtà nei quali un sistema di comunicazione distorto amplificherà le omogeneità. La prossimità può quindi generarsi in maniera prevalentemente non intenzionale, nella misura in cui anche per noi che ci capita di promuoverla, sembrerà naturale farlo.
È stato Thomas Schelling, premio Nobel per l’economia nel 2005 per i suoi contributi alla comprensione delle situazioni di conflitto attraverso lo strumento della teoria dei giochi, a proporre un modello autogenerante di vicinato ossia un modello che produce automaticamente la segregazione. Prendete una scacchiera di quelle regolamentari con 64 caselle. Dotatevi di un gruzzoletto di monete da un euro e di un altro da due euro. Mettiamo alcune monete di entrambi i gruppi sulla scacchiera e immaginiamo che siano la rappresentazione di due gruppi omogenei – uomini e donne, serbi e italiani, surfisti e windsurfisti o qualsiasi altra descrizione che individui con precisione una dicotomia – e stabiliamo delle regole. Possiamo ad esempio decidere che una moneta di euro desideri che almeno la metà delle caselle che la circondano (che possono essere otto, cinque, se collocate ai bordi, oppure tre nel caso degli angoli) siano del suo stesso gruppo. Oppure potremmo decidere di disporre le monete a caso sulla scacchiera, dopo aver numerato le caselle con l’aiuto di un generatore causale e poi applicare la regola che se la metà più uno delle caselle circostanti sono del medesimo gruppo allora quelle rimanenti devono rimanere vuote. Oppure potremmo cominciare a far muovere le monete che si trovano più prossime al centro della scacchiera. Questo farebbe spostare alcune monete dei due gruppi e la situazione finale renderebbe visibile che le nostre condizioni iniziali hanno prodotto discriminazione e segregazione attraverso la selezione di pochissime regole. Se noi adoperiamo una scacchiera di Go, dove non contano le caselle bensì le intersezioni tra linee verticali e linee orizzontali, allora abbiamo 361 intersezioni dove posizionare le nostre monete e la dinamicità generata da poche regole risulta maggiormente visibile nel produrre automaticamente vicinanze e lontananze.
Le regole nelle parole di Schelling hanno questo di interessante, ossia che creano un processo di svelamento. Ogni moneta, che potrebbe rappresentare un individuo o, ancora meglio, una famiglia, con lo spostamento influenza l’ambiente circostante e la sua posizione ha effetti anche su regioni remote della scacchiera, se la popolazione è sufficientemente densa, producendo un effetto a catena. Potremmo anche determinare regole diverse per ciascuno gruppo. Ad esempio il gruppo un euro potrebbe essere disposto a avere adiacenti la metà meno uno dei suoi simili. Potremmo anche immaginare che alcune regole cambino quando si determina una maggiore densità di gruppi di un euro sulla scacchiera. Le possibilità, se si utilizza un programma di simulazione, sono infinite.
Che cosa si apprende da queste simulazioni, che mimano però bene alcune situazioni del mondo reale (come il “white flight” della popolazione bianca a Detroit a seguito delle rivolte razziali negli anni Sessanta del secolo scorso)? Che alcuni fenomeni collettivi sono compatibili con determinati meccanismi di “moto molecolare”, i cui risultati non si approssimano alle nostre preferenze individuali. Potremmo in teoria essere a favore dell’inclusione di gruppi nazionali e/o religiosi differenti dal nostro, ma il comportamento, inizialmente non nostro, bensì di gruppi a noi prossimi, potrebbe indurci a dare il nostro contributo a promuovere discriminazione e segregazione. In questi modelli ogni individuo ha un proprio limite per desiderare la residenza che attualmente occupa. La si potrebbe chiamare tolleranza. Negli esempi che facilmente possiamo immaginare la tolleranza non è l’idea che consento l’espressione di opinioni che io ritengo sbagliate, ma è piuttosto una misura comparativa e specifica della localizzazione di altri gruppi rispetto a noi. Le relazioni di vicinato devono essere compatibili per entrambi i gruppi, altrimenti nessun vicinato è possibile. Quello che è facilmente intuibile è che nessuno può tollerare rapporti di vicinato estremi, dove lui è l’unico rappresentante del suo gruppo. Un’area occupata da occorrenze di una sola moneta, è destinata a rimanere tale. Si possono immaginare situazioni dove le regole mirano a introdurre una regolamentazione degli ingressi in determinate aree della scacchiera.
Nella vita reale, mentre il modello di segregazione di Schelling sembra dare una buona descrizione della non intenzionalità della segregazione (diverso è il caso di una segregazione intenzionale come quella che prepara un genocidio), ci avverte anche sul fatto che le regole possono produrre, soprattutto nei contesti complessi, risultati inattesi e/o indesiderabili. La segregazione è inevitabile? Ritorniamo alla definizione di Aristotele. Se l’amico è un altro sé stesso noi potremmo preferire rimanere nei pressi di coloro che potrebbero essere quell’altro che ricerchiamo per il fatto stesso di dire ‘io’ nelle varie gradazioni della prossimità. Il problema è che ognuno penserà la medesima cosa. È ragionevole delegare alla politica la gestione delle variabili più importanti che possono generare la segregazione e incrementare la tolleranza nel senso specifico che ho indicato? Alcuni elementi forse possono essere gestiti dalla politica, soprattutto quelli relativi alla sicurezza, ma per molti altri, forse per la maggior parte degli altri, non ha molto senso fare affidamento alle virtù dell’ingegneria sociale, perché potrebbe accadere che si producano risultati che nessuno realmente voleva. Anche in questo caso, come nel caso della ricerca della verità, penso valga il suggerimento di John Stuart Mill: è meglio che le persone siano lasciate a sé stesse (nei limiti dei codici penale e civile, naturalmente). L’amicizia si genera da contesti di prossimità, ma anche l’inimicizia, forse perché la nostra natura cooperativa trova un limite nella nostra natura gregaria, come un nodo impossibile da scogliere.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA ENDOXA SETTEMBRE 2024 Pier Marrone POLITICHE DELL'AMICIZIA/INIMICIZIA
