RELAZIONI PERICOLOSE: L’ORDINE ECONOMICO TRA “AMICIZIA” E INTERAZIONI ANONIME
SALVATORE D’ACUNTO
1. Mentre si è discusso a lungo e tuttora si discute, anche per merito di Derrida, dell’amicizia come fondamento del politico, il ruolo dell’amicizia come fondamento dell’economico è probabilmente una delle questioni più ostinatamente rimosse dal discorso pubblico, a dispetto della drammaticità con cui essa si ripresenta nella storia ad intervalli più o meno regolari.
I trenta anni alle nostre spalle sono disseminati di testimonianze lampanti di questo atteggiamento. In questo scorcio della storia, il vero collante del progetto occidentale di civilizzazione è stato proprio l’idea di liberare l’economico dagli angusti limiti dentro cui esso appariva confinato dall’imperativo del riconoscimento reciproco come condizione dello scambio. Basta con il tenere il pianeta diviso in compartimenti stagni, ci dicevano politici, studiosi e opinion-maker. Basta con le frontiere, le dogane e i controlli finanziari. Disseminiamo il mondo di snodi logistici e scambiamo merci e capitali con chicchessia. Che importa se ci conosciamo, quanto ci conosciamo e quante cose condividiamo? Se non siamo amici ex ante, lo diventeremo ex post. Saranno le straordinarie occasioni di arricchimento consentite dalla divisione del lavoro su scala globale a rendere i popoli “amici” (o qualcosa del genere).
Lo scambio come fondamento dell’amicizia, piuttosto che l’amicizia come fondamento dello scambio. Un’idea ricorrente nella storia del pensiero economico, che ha sedotto personalità del calibro di Quesnay, Say, J. Mill e Schumpeter: secondo costoro, i paesi che commerciano tra loro non si fanno la guerra, perché i (certi) benefici della divisione internazionale del lavoro supererebbero ampiamente gli (incerti) vantaggi legati alle eventuali conquiste territoriali. Un’idea relegata nel cassetto della storia da un secolo di “inimicizia globale”, ma riesumata con impazienza e propagandata con inaspettato accanimento non appena è sembrato che gli eventi stessero offrendo un’altra occasione propizia alla sua messa in pratica.
Pertanto, ha fatto molta impressione, in un giorno apparentemente come gli altri dell’Aprile del 2022, ascoltare dalla bocca del segretario al Tesoro degli Stati Uniti una parola inconsueta, friend-shoring, che indicava l’imminenza di un epocale cambiamento di rotta nell’organizzazione economica internazionale. «In futuro sarà meglio fare affari solo con gli amici», ci avvertiva Janet Yellen. Parole non a caso accolte con incredulità, con una diffusa tendenza a minimizzarne le implicazioni, come eccessi retorici legati ad una congiuntura di tensione ma destinati col tempo a svelenirsi. Difficile per la business community prendere atto dell’epilogo più o meno prossimo di quel progetto di società di commerci tra “estranei”: al momento in cui scriviamo, a oltre due anni dallo Special Address della Yellen al consiglio della NATO, l’elaborazione del lutto sembra ancora di là da venire.
2. In realtà, il laccio che lega a filo doppio amicizia e mercato è una faccenda assai risalente, e l’unico elemento sorprendente della sua recente riemersione è proprio la sorpresa con cui il mondo l’ha accolta. In principio era la tribù, scrivono Polanyi e Hayek, dove a garantire il funzionamento dei primi (rudimentali) assetti di divisione del lavoro era proprio la condivisione di un codice di comportamento scolpito dalla prossimità fisica e dal riconoscimento reciproco tra i membri. I meccanismi per coordinare tra loro i contributi individuali alla soddisfazione dei bisogni materiali della comunità potevano essere variegati, ma il loro funzionamento non presentava in ogni caso elementi di problematicità. Comunità troppo piccole perché il mancato rispetto degli impegni (esplicitamente o implicitamente) assunti passasse inosservato. Individui troppo dipendenti dai relativi gruppi di appartenenza per sfidarne l’autorità. Villaggi troppo lontani da tutto perché l’ipotesi di sostituire le interazioni con gli “estranei” alle interazioni con gli “amici” potesse essere presa realisticamente in considerazione.
La storia successiva è tutta un lungo e faticoso tentativo di sottrarsi a quella condanna a dividere il lavoro solo con gli “amici”. Se lo sviluppo della tecnologia del trasporto (ruote, carri, animali da tiro ed altre più sofisticate diavolerie) prometteva agli uomini di migliorare le proprie condizioni materiali estendendo la divisione del lavoro oltre i confini della piccola comunità, la realtà si affrettò a disilluderli. Lo spostamento di persone e beni nello spazio non era l’unico dei problemi, e neanche il più serio. Più difficile accertare la qualità delle merci da acquistare, garantirsi contro i “bidoni”, difendersi dalle contraffazioni, convincere i venditori ad accettare il differimento dei pagamenti, riscuotere i crediti dai debitori. Una cosa è contrarre con persone a cui ci lega una consuetudine di frequentazione, sulla cui affidabilità si possono fare ragionevoli congetture e contro il cui inadempimento si può fare appello al potere giurisdizionale “informale” della comunità. Un’altra cosa contrarre con “estranei”: insondabili le relative opinioni e qualità personali, impossibile conoscerne l’attitudine a mantenere le promesse, sostanzialmente nulla la soggezione ai giudizi dei tribunali informali “comunitari” e ai relativi meccanismi di induzione all’adempimento.
L’unica soluzione praticabile per integrare gli estranei in un assetto di divisione del lavoro su scala “allargata” era quindi includerli in un patto comunitario di dimensione più ampia, dissolvendo i perimetri politico-amministrativi vigenti e canalizzando gli inevitabili conflitti verso dispositivi di mediazione tra gli interessi operanti su giurisdizioni opportunamente allargate. Una cosetta non proprio da nulla. I fatti dimostrarono presto che la fiducia è un sentimento difficile da costruire a tavolino, e nella stragrande maggioranza dei casi questi processi si realizzarono solo all’esito di conflitti violenti. La nascita degli stati nazionali in Europa rappresenta probabilmente uno snodo cruciale di questa vicenda. Da quell’ordine imposto col ferro e col fuoco nacquero comunità di traffici che finirono per diventare il cuore della dinamica economica dell’intero pianeta. Anzi, secondo molti studiosi, sarà proprio lo straordinario livello di profondità della divisione del lavoro reso possibile dal successo di quell’esperimento di “amicizia su vasta scala” a permettere alle nazioni europee di acquisire la superiorità tecnico-militare con cui esse si lanceranno nell’avventura coloniale.
E’ destino abbastanza comune agli esperimenti sociali di successo il fatto di suscitare una propensione quasi meccanica a riprodurli su scala sempre più ampia, e la vicenda dell’integrazione politica su scala nazionale sbocciata in Europa nel XVII secolo non fece eccezione. Gli interessi dei ceti industriale e mercantile, interessati ad espandere mercati e a sfruttare le relative occasioni di guadagno, si saldarono con quelli dei sovrani, interessati ad ampliare la propria sfera di influenza politica e ad aumentare il gettito fiscale. La retorica del commercio che affratella i popoli fornì la necessaria legittimazione ideologica per coinvolgere nel progetto le classi subalterne, e il mondo si avviò verso il primo significativo episodio di “globalizzazione”.
3. Ovviamente, se estendere la divisione del lavoro dalla scala locale alla scala nazionale non era stata un’impresa di poco conto, si può facilmente immaginare la complessità del passaggio alla scala globale. E non si trattava soltanto di un problema di dimensioni: il problema più serio stavolta era che le istituzioni che avevano avuto un ruolo chiave nell’unificare i mercati nazionali – la sovranità sul territorio e la moneta – erano di fatto un ostacolo ad un’ulteriore estensione dell’assetto di divisione del lavoro. Barriere doganali e monete nazionali erano i dispositivi-chiave di cui le élites politiche nazionali si servivano per garantire la saldatura degli interessi dei diversi ceti produttivi, ma il rovescio della medaglia era che esse finivano per segmentare il mondo in comparti a bassissimo tasso di connessione. Coniugare sovranità nazionale e mercati globali richiese quindi uno straordinario sforzo di creatività istituzionale, il cui esito fu il disegno dell’ordine economico internazionale del XIX secolo.
Come è noto, gli elementi costitutivi di quell’ordine furono il laissez faire e il gold standard. La scelta delle “tessere” del mosaico non fu ovviamente casuale. La combinazione di laissez faire e gold standard era infatti la sola soluzione che – nella condizione di sostanziale equilibrio economico e militare tra le potenze che caratterizzava il sistema delle relazioni internazionali all’indomani del Congresso di Vienna – potesse dar corpo ad un sistema di incentivi internamente coerente. La libertà di competere sui mercati non era infatti una sollecitazione sufficiente a mobilitare le energie degli attori, in assenza di un’autorità super partes in grado di garantire l’impermeabilità degli eventuali guadagni della competizione. Occorreva anche che quei guadagni fossero realizzati in una moneta non manipolabile dai governi nazionali con mere decisioni politiche. La moneta aurea, grazie alla “solidità” garantita dalla sua bassa elasticità di produzione, permise di diffondere un clima di generalizzata fiducia tra gli attori della divisione internazionale del lavoro, a dispetto dell’assenza di un’autorità riconosciuta da tutti come legittima.
Se, da un lato, l’assetto istituzionale basato sul binomio laissez faire/gold standard si rivelò straordinariamente efficace per estendere la divisione del lavoro a livello globale, esso presentava tuttavia alcune serie controindicazioni che ebbero un impatto drammatico sulle sorti di quell’esperimento. La competizione sui mercati internazionali dà luogo a vincitori e perdenti, e il premio che spetta ai vincitori consiste nel valore dei saldi finanziari attivi risultanti dalle operazioni commerciali transfrontaliere. Sotto le loro apparentemente innocue sembianze numeriche, quei saldi esprimono rapporti di potere: più precisamente, il potere dei cittadini dei paesi vincenti di esprimere “comando” sul tempo di vita dei cittadini dei paesi perdenti. Come si può capire, si tratta di una posta dall’importanza enorme. Difficile che il gioco possa proseguire a lungo senza che l’ostilità prenda il sopravvento sull’interesse per i vantaggi della divisione del lavoro e senza che le relazioni internazionali assumano una tonalità decisamente improntata all’inimicizia.
L’aggancio delle monete nazionali all’oro non poteva che gettare ulteriore benzina sul fuoco dell’inimicizia. Quando i rapporti di credito e debito tra gli attori del sistema sono espressi in una moneta “solida” come l’oro, anche il potere sul tempo altrui espresso da quei saldi finanziari si solidifica, e rende ancora più concreta nell’immaginario dei cittadini dei paesi debitori la prospettiva della propria riduzione a protettorato coloniale. In questi casi, l’unica strada che le regole del sistema aureo lasciano aperta alle élites nazionali per sfuggire a quell’esito sono le politiche di austerità: inasprire il costo del denaro, tagliare la spesa pubblica, lasciar aumentare la disoccupazione, ridurre area di copertura e generosità delle prestazioni sociali. In una parola, aumentare la dipendenza della classe lavoratrice dal mercato in modo da indebolirne il potere negoziale: un modello di governo dell’economia che sembra fatto apposta per logorare le alleanze di classe a base territoriale su cui sono fondati gli stati nazionali. In questi casi, la tentazione delle élites nazionali di “rovesciare il tavolo” e di spostare la competizione internazionale su piani diversi da quello commerciale tende evidentemente ad accentuarsi. Presagendo l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale, Keynes ebbe addirittura a scrivere che «…non era mai stato escogitato nella storia un metodo altrettanto efficace quanto il regime aureo internazionale per mettere l’interesse di ciascun paese in contrasto con quello dei suoi vicini».
4. Le cruente vicende della prima metà del XX secolo fornirono purtroppo drammatiche conferme a queste congetture, passando praticamente un colpo di spugna su un secolo di integrazione economica globale. Dividere il lavoro “tra amici” tornò ad essere la regola per circa un quarantennio. Ma non appena il ricordo delle cannonate cominciò a sbiadire, sembrò arrivato il tempo di rimettere in campo quella scommessa. Le contrapposizioni geopolitiche che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra erano venute meno, e il momento appariva quanto mai propizio. La storia era finita, sentenziò qualcuno, e alla fine della storia non ci sono più né amicizie, né inimicizie, ma solo un interesse comune all’espansione della ricchezza globale. Inoltre, stavolta c’era addirittura una sorta di “sovrano” globale dotato di un capitale di potenza e legittimazione tale da garantire un governo delle relazioni economiche adeguato a quell’obiettivo: un apparato militare in grado di tenere aperte le vie del commercio, una fitta trama di istituzioni in grado di risolvere le eventuali controversie, e soprattutto una nuova moneta internazionale emendata dai difetti dell’oro, ossia liberamente manipolabile in funzione delle esigenze degli affari.
Purtroppo, lo sviluppo degli eventi ha rivelato che, dietro la retorica del Leviatano globale in grado di mettere ordine nel caos della competizione internazionale e di garantire tutti i concorrenti, si nascondeva un altro inganno. Quando l’imprevisto esito della competizione ha delineato con nettezza l’imminenza di una sfida egemonica, il sovrano globale ha messo frettolosamente da parte le sue ambizioni di “arbitro” del torneo e ha rivestito i panni dell’egemone pronto a difendersi dalla sfida. Il laissez faire, fino a quel momento predicato con l’intransigenza caratteristica di un dogma religioso, è stato sbrigativamente accantonato nel ripostiglio degli oggetti passati di moda. Il dollaro, fino a quel momento sbandierato come garanzia della stabilità della ricchezza guadagnata negli affari da tutti gli attori dell’assetto di divisione del lavoro, è tornato ad assumere il ruolo di arma al servizio degli interessi economici e geopolitici del governo che gode del privilegio di poterlo stampare.
Le reazioni degli attori più importanti sullo scacchiere internazionale non si sono fatte attendere. Invariabilmente nel tempo e nello spazio, la risposta alla percezione della potenziale instabilità della rete di relazioni commerciali e del valore reale della massa delle posizioni di credito/debito transfrontaliere è fatta di poche e semplici ricette: liberarsi dalla dipendenza da partners commerciali eccessivamente volubili; cercare di garantirsi, con le buone o con le cattive, canali di fornitura di materie prime e semilavorati e sbocchi di mercato di comprovata affidabilità; liberarsi dei crediti di esigibilità incerta e attrezzarsi per riscuotere, con le buone o con le cattive, quelli inesigibili. I mercati tendono perciò a segmentarsi in reti strutturate in base al duplice criterio della prossimità geografica e del grado di dipendenza militare ed economica. In un certo senso, l’ “amicizia” si prende la sua rivincita sulle interazioni “anonime”.
Purtroppo, il friend-shoring è un modello di amicizia un pò particolare. Non nasce da motivazioni “intrinseche”, ma è meramente strumentale al conflitto contro qualche ex socio in affari diventato troppo potente e ormai percepito come ingombrante. Non appare per unire qualcosa che è diviso, ma per tracciare un confine più netto dove prima c’era una porosità fattasi ormai minacciosa. Difficile anche che possa essere vissuto dagli attori in gioco come un ordine stabile. Infatti, la segmentazione delle catene di fornitura rischia di esercitare un impatto drammatico sulla produzione di ricchezza a livello globale. Più i governi nazionali tentano di attenuare l’incertezza delle condizioni materiali dei propri popoli restringendo la scala dell’assetto di divisione del lavoro, più minacciano la prosperità di tutti. L’esito più probabile è, assai plausibilmente, l’indebolimento del consenso “interno”, a meno che i governi non siano capaci di indirizzare il malcontento verso l’esterno facendo appello alla retorica del “nemico”. E così va pian piano strutturandosi un mondo sempre meno sicuro, dove la minaccia e l’aggressione prendono gradualmente il posto della ricerca di accordi su obiettivi condivisi.
All’indomani dello sdoganamento del friend shoring, il mondo si trova quindi di nuovo impantanato nei dilemmi che ispiravano le preoccupate riflessioni di Keynes e Polanyi a cavallo del secondo conflitto mondiale. Se i drammatici eventi della prima metà del XX secolo avevano rivelato la fragilità dell’ordine basato sul binomio laissez faire/gold standard, l’ultimo quindicennio ha reso evidente come l’ordine basato su una moneta governata da uno dei partecipanti al gioco della competizione globale soffra di difetti intrinseci altrettanto gravi. La coesistenza di sovranità statale e mercati globali si presenta quindi come una sfida intellettuale e politica ancora irrisolta, e non si vede tuttora all’orizzonte una leadership consapevole della sua complessità.
ECONOMIA ENDOXA - BIMESTRALE ENDOXA SETTEMBRE 2024 POLITICHE DELL'AMICIZIA/INIMICIZIA SALVATORE D'ACUNTO
