IPER-REALTÀ E VOCI DEGLI DÈI
PIER MARRONE
La mente è vorace nelle sue fantasie. Nessun obiettivo le risulta sufficientemente lontano, a meno che non abbia da incappare in insormontabili paradossi logici, ma questo, come accade nei paradossi dell’onnipotenza, può accadere solo successivamente alla spinta dell’immaginazione verso i territori dell’impossibilità e della voracità.
A chi di noi non è mai capitato di immaginare di vincere il Superenalotto, che credo sia la lotteria che ha raggiunto numerose volte il montepremi più alto nelle lotterie europee? Magari avremmo pensato una cosa di questo genere, di fronte a montepremi giganteschi: “me ne basterebbe un centesimo!”. Ma poi saremmo andati avanti. Perché non un decimo? Perché non la metà? Perché non tutto il montepremi e che tutti gli altri vadano in malora? Allora potremmo fare un sacco di cose con tutti questi soldi. Molto meglio vadano a noi che a quegli smidollati dei nostri amici e dei nostri colleghi, privi di fantasia. Beneficenza, munificenza, un attico a Dubai, un appartamento nella Trump Tower a Manhattan, un pied-a-terre a Miami: nulla guasterebbe. E nulla sarebbe in fondo immeritato, perché di fronte alla fortuna e al caso che cosa c’entreranno mai il merito, la remunerazione, la colpa? Tuttavia, nemmeno questo è vero, perché questa mente vorace ci fa intendere che non sarebbe male che questa fortuna capitasse proprio a noi, che siamo in credito con la vita. Chi non pensa di non essere in credito con la vita? Avremmo dovuto avere di più di quello che abbiamo, perché non riusciamo a rassegnarci al fatto che vivere significa spesso venire a patti con le proprie frustrazioni. E avere delle frustrazioni è realmente una cosa che ci meritiamo? Nessuno di noi lo pensa.
La frustrazione indica che nella nostra mente si rappresenta un pezzo di vita che ci è stato sottratto. Quasi mai ci viene in mente che se non abbiamo avuto accesso a una risorsa, questo è accaduto perché la medesima risorsa è stata resa indisponibile per qualcun altro. Troviamo parcheggio vicino a casa e qualcun altro dovrà girare a vuoto un’ora prima di rientrare a casa; passiamo una serata di divertimento e sesso con quella persona che ci piace così tanto, qualcun altro magari starà soffrendo; otteniamo un avanzamento di carriera che qualcun altro non avrà. Vogliamo, vogliamo, vogliamo. Siamo delle macchine desideranti, ecco quello che siamo quando la mente si libera dalle preoccupazioni meccaniche della quotidianità e ci consente la visione della vita che non abbiamo avuto.
In Kill Bill volume 2 ci sono alcune battute interessanti su questa deriva incontrollabile del desiderio nelle celebri considerazioni di Bill su Superman, il suo eroe preferito. La grafica del fumetto non è gran che, ammette Bill, ma la sua filosofia è insuperabile. Da quello che segue si capisce che cosa Bill/Quentin Tarantino intende per “filosofia”. Mentre altri supereroi quando indossano il loro costume entrano in un avatar che li rende irriconoscibili, per Superman/Clark Kent non è così. Peter Parker non è Spider Man. Lo diventa quando indossa il suo iconico costume. Mentre Clark Kent è l’avatar di Superman. Il costume di Superman sono gli occhiali e l’abito da impiegato di Clark Kent. È il modo in cui Superman vede gli esseri umani: deboli, privi di prospettive di elevazione personale che vadano oltre una quotidianità grigia, vigliacchi, con una autostima inesistente racchiusa in vite banali e indistinguibili le une dalle altre. Si capisce allora che cosa Bill/Quentin Tarantino intenda per “filosofia”: è il modo in cui Superman allucina la realtà, ma è anche il modo in cui noi stessi alluciniamo Superman/Clark Kent.
Alcuni di noi sono sempre stati dei semidei che hanno scordato di esserlo: sembrerebbe questo l’insegnamento che ci trasmette Superman/Clark Kent. Per lui piuttosto La Sposa/Uma Thurmann è come Superman. La moglie fedele, la madre amorosa senza altre ambizioni che cucinare dolci in una cucina spaziosa è l’analogo dell’abito impiegatizio dozzinale di Superman: un personaggio che lei non può essere davvero, Questa è una sorta di naturalismo etico, che ritorna spesso nei film di Tarantino. Non si sfugge alla propria natura. Non sei diventato un killer, un killer è quello che realmente sei. Nel compimento di azioni eccezionali si rivela la tua vera natura, non nella meccanica ripetitiva della vita quotidiana. E chi di noi si rassegna facilmente a non essere quel genere di persona incapace di compiere azioni eccezionali: intervenire a difesa di un disabile bullizzato da una baby gang, soccorrere un anziano che ha avuto un infarto e salvargli la vita, salvare un bambino che sta annegando, rompere il finestrino di una vettura, dentro la quale sotto il sole di agosto, sta cucinando un neonato, dimenticato dai genitori, rimanere nel proprio paese invaso dal nemico per combattere per la sua libertà? Forse anche noi siamo questi eroi qui e l’avatar della nostra vita quotidiana è una finzione in attesa di essere svelata, solo che la vita che ne dia l’opportunità.
Noi non siamo in contatto con l’eccezionalità degli eroi, tantomeno dei supereroi dei fumetti, ma di questi ultimi non sottovaluterei la portata normativa in una visione allucinata delle nostre capacità. I supereroi sono nella cultura pop – quale cultura non ha oramai una dimensione pop? – i succedanei (assieme agli sportivi eccezionali) dei semidei delle culture dove le religioni avevano ancora un ruolo di strutturazione delle forme sociali e non erano limitate all’interiorità della coscienza, come oramai accade nelle nostre società, che si fingono secolarizzate, ma dove il fenomeno religioso risorge in molte forme, semplicemente perché fa parte di una parte insopprimibile dell’essere umano. Ma di quale parte precisamente? Forse l’allucinazione ha a che fare con noi, con la nostra coscienza più strettamente di quanto avremmo mai pensato possibile. Qualcuno potrà forse dire che non è bellissimo stendersi sul divano e stare a fantasticare nel tardo pomeriggio di una calda sera d’estate o durante una rigida nevicata, protetti dal calore della nostra abitazione e dei nostri cari? Sognare a occhi aperti è quanto noi facciamo molto spesso. Pensateci: quante volte lo fate durante la vostra giornata. Vi immaginate le cose che potrebbero succedere, o le cose come avrebbero potuto succedere, senza mai stancarvi. Se siete appassionati di lettura, dopo alcune ore avete bisogno di una pausa, se siete appassionati del cinema di Quentin Tarantino forse non sarete in grado di rivederne più di qualcuno durante un intero mese. Ma vi stancate mai di immaginare? Vi stancate mai di fantasticare? Con che cosa entriamo in comunicazione quando ci immaginiamo corsi di eventi alternativi?
Che l’immaginazione sia lo strumento più potente del quale ci abbia dotati l’evoluzione, io non ho il minimo dubbio. Animali debolissimi, che facilmente potrebbero essere sopraffatti da uno scimpanzè, siamo noi a dominare il mondo e gli scimpanzè dentro questo mondo e non il contrario, perché siamo in grado di progettare soluzioni, ossia di utilizzare l’immaginazione a fini strumentali, interrogandola con la coscienza, anche quando questo fine sembra essere collocato in un impossibile potenziamento, come per i supereroi, per i semidei, per gli dei, che amiamo e che vorremmo ci ispirassero. Questo momento – noi che guardiamo i prodotti della nostra immaginazione con la consapevolezza della coscienza – non ha a che fare necessariamente con qualche forma di apprendimento, come ci insegnano i sogni a occhi aperti ai quali non sappiamo rinunciare. E nemmeno l’apprendimento stesso, i cui meccanismi ci restano in gran parte ignoti. Apprendiamo a orientarci nel mondo attraverso la percezione sensoriale, ma questa non ha un legame né necessario né sufficiente con la coscienza. Siamo coscienti di questa percezione perché vediamo che abbiamo degli organi di senso disposti nello spazio (e forse questa è una delle ragioni per cui pensiamo al tempo come a un’esperienza spazializzata). Se qualcuno poi ritenesse che la percezione sensoriale debba essere considerata equivalente, sovrapponibile, co-estesa, anche solo parzialmente, alla coscienza, allora si troverebbe avviluppato in una serie di difficoltà inestricabili. Dovrebbe ammettere che anche le amebe siano dotate di coscienza. Non mancano naturalmente posizioni di questo genere, come il pampsichismo, che ritiene che tutti gli oggetti siano dotati di coscienza. Dovremmo però essere conseguenti e sostenere che anche i globuli bianchi ameboidi, che divorano i batteri che infestano il sangue, dopo averli evidentemente percepiti, sono dotati di coscienza.
La coscienza sembra essere qualcosa di diverso, che ha che fare intimamente con l’introspezione. È stata questa la tesi iniziale di Julian Jaines, uno psicologo divenuto molto noto quando negli anni Settanta del Novecento pubblicò un volume molto controverso, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. La coscienza costituisce uno dei settori di ricerca e speculazione che hanno dato origine alle teorie più varie. La comunità degli studiosi è attualmente d’accordo almeno su un punto: la coscienza è un oggetto o un processo naturale. Non dovrebbe essere necessario ricorrere a spiegazioni extranaturali per comprenderla. Il fatto è che di questa comprensione noi siamo privi. E questo è frustrante e sconcertante. Siamo in grado di disporre atomi su una striscia di grafene, ma non siamo in grado di comprendere la nostra comprensione introspettiva di quanto stiamo facendo. Quanto al fatto che la coscienza sia un prodotto dell’evoluzione darwiniana, non ci sono grandi dubbi, ma come sia emersa dalla mente e dai processi evolutivi è ancora materia di speculazione. Del resto, né Wallace né Darwin, che formularono indipendentemente il concetto di selezione naturale, sapevano bene come darne una spiegazione scientifica all’interno del processo evolutivo. Wallace, semplicemente, vi rinunziò, attribuendola un intervento divino. Darwin in maniera analoga la attribuì a quell’insieme di forze “inizialmente impresse dal Creatore in poche forme”. Non si tratta, è chiaro, di spiegazioni, quanto piuttosto del dare un nome a un problema. Né la coscienza sembra essere necessaria all’esperienza. La coscienza, infatti, non è una copia dell’esperienza. Lo si può comprendere facilmente ripensando ai nostri vissuti. I ricordi delle nostre esperienze passate non sono un calco di come queste esperienze siano state da noi vissute. Jaines utilizza un esempio particolarmente efficace. “Per esempio, pensate all’ultima volta che avete nuotato: moltissime persone, invece della complicata esperienza multisensoriale, così come si è svolta realmente, tendono a vedere sé stesse nuotare come se si guardassero dall’alto, o da un punto della vasca – cosa che ovviamente non hanno mai fatto.” La coscienza va per conto proprio. “La memoria cosciente non copia l’esperienza ma la ricostruisce così come «dev’essere stata»”.
Secondo Jaynes ci sono degli equivoci radicali in queste concezioni della coscienza, il principale dei quali è stato considerare la coscienza come un dato naturale sottratto al tempo, come fosse un elemento della tavola periodica degli elementi. Si tratta di un equivoco fatale, poiché, al contrario, la coscienza deve essere concepita come un processo che ha una storia, ossia come una funzione che ha potuto assolvere a differenti ruoli. È la storia di una consapevolezza di avere un mondo interiore, che alla fine ci porta a riflettere su Clark Kent/Superman come modelli normativi. Tuttavia, quando è iniziato questo mondo interiore? Ci deve essere una connessione con l’evoluzione e l’acquisizione del linguaggio, dal momento che non potremmo nemmeno pensare di avere un modello, se non ci fosse il linguaggio che ci consente questa mossa autoriflessiva. Le risposte a questo problema sono altamente speculative, dal momento che al massimo possiamo fare affidamento a degli indici indiretti e a qualche prova archeologica. Che ci sia stata un’evoluzione che ha permesso tutto questo, sembra però essere sufficientemente chiaro.
Non ci fu un fiat che improvvisamente fece sì che alcuni individui incominciarono a parlare. La comparsa del linguaggio coincide forse con la comparsa di gruppi organizzati nella caccia a prede di grandi dimensioni. Questo tipo di attività richiede diverse abilità cooperative, che solo il linguaggio può soddisfare, come ad esempio la pianificazione delle azioni per catturare e uccidere le prede. Questa evoluzione era resa necessaria dallo sviluppo di aree del cervello dedicate alla produzione linguistica e secondo Jaynes ha dalla sua delle evidenze archeologiche come una anomala produzione di utensili durante il Pleistocene, poiché il linguaggio favorisce la pianificazione razionale, indispensabile in questo genere di compiti, che richiedono una specifica focalizzazione dell’attenzione. Ciò ci deve indurre a pensare che il linguaggio non sia comparso prima di cinquantamila anni fa.
La coscienza è uno spazio narrativo e di questo non potremmo essere completamente consapevoli, se gli esseri umani non avessero anche sviluppato quello straordinario strumento di registrazione che è la scrittura e gli archivi che a questa sono associati, i quali mimano la dimensione spaziale della coscienza, che si muove dentro l’interiorità per rimodellare ricordi e esperienze, per pianificare il futuro, per interrogarsi su sé stessa, ossia per poter dire “io”. Nei documenti scritti più antichi, incluse le parti più antiche dell’Iliade, non c’è nessuna chiara tematizzazione di un “io” interiore, come avverrà invece nella più recente Odissea. Ma allora come venivano prese le decisioni? A noi sembra chiaro che la decisione presuppone un processo di accettazione consapevole, magari anche passivo, di una procedura e/o di un ordine. Ma questo è davvero necessario? Jaynes non ne è affatto convinto. Per eseguire un comando dobbiamo sapere che cosa significa ‘eseguire’ o che cosa vuol dire ‘comando’? Per implementare una procedura dobbiamo essere consapevoli che ogni procedura è un algoritmo che esegue un compito in un numero finito di passi (che poi è la definizione di ‘algoritmo’)? Allora come facciamo a guidare un’automobile dopo aver fatto l’esame della patente venti anni fa? Sono processi automatici sepolti sotto la struttura della coscienza, che subentrano alla coscienza? Quetsa sembrerebbe la risposta che molti di noi darebbero.
Jaynes segue un sentiero alternativo. La coscienza è un’acquisizione storica recente. È il prodotto di una storia evolutiva. Questo è il motivo del suo scetticismo a proposito della possibilità che le macchine possano mai pensare. Una macchina non ha una storia evolutiva. Ha la storia che noi ci abbiamo messo dentro. Dalle testimonianze che abbiamo pare che in tutte le civiltà, almeno fino all’epoca rappresentata dagli strati più arcaici di opere come l’Iliade, le decisioni venivano prese perché gli esseri umani sentivano delle voci dentro la propria testa, che attribuivano agli dèi. Delle allucinazioni uditive, che potevano produrre anche delle allucinazioni visive, che rimandavano a una realtà ulteriore, ma non per questo meno presente di quella quotidiana. Il mondo era abitato dagli dèi, che prendevano momentanea dimora dentro le nostre teste, o almeno in quelle dei nostri antenati. È una struttura che Jaynes chiama mente bicamerale, proprio come se nella nostra mente albergassero due centri, uno di decisione e uno di esecuzione, uno deputato al potere legislativo, l’altro al potere esecutivo. Non erano due menti, ma era una mente con due parti. Nessuna delle due era cosciente nel senso della mente narrativa che ci consente di dire “io”. La coscienza nel nostro senso non c’era. È un’idea davvero così sconvolgente? In fin dei conti gli esseri umani ai quali noi apparteniamo possono fare la maggior parte delle cose che fanno ogni giorno senza avere una chiara evidenza di quanto stanno facendo che salga alla coscienza. La nostra vita è immersa nella anonimità del Dasein, avrebbe detto il giovane Heidegger. Era quanto facevano gli esseri umani per mezzo della loro mente bicamerale. La loro vita non è difficile pensare fosse immersa in ritmi regolati dalla luce, dalle stagioni, dalla natura insomma, che la rendeva estremamente abitudinaria. I problemi potevano naturalmente presentarsi, ma è facile pensare fossero interpretati come perturbanti questo ordine naturale. Questa frattura dell’abitudine naturale (un’inondazione, un incendio, una bestia feroce che cerca di attaccare il nostro gruppo di cacciatori-raccoglitori) generava uno stress, che poteva dare origine a quelli che oggi verrebbero interpretati come episodi psicotici e come allucinazioni in gran parte probabilmente uditive. A questa iper-realtà gli esseri umani non potevano opporre nulla, perché non c’era una coscienza riflessiva in grado collocarsi sullo sfondo dell’esperienza. Ciò che accedeva nella mente era l’esperienza.
Questo resoconto speculativo è in fondamentale accordo con alcune idee mediate dagli storici delle religioni, e principalmente con quella che individua nella dialettica tra sacro e profano la cifra dell’esperienza religiosa. Nelle società arcaiche tendenzialmente tutto ha a che fare con il sacro, poiché gli esseri umani sono in contatto con gli dèi e con figure divine (ninfe, elfi, spiriti dei fiumi, spiriti delle montagne), che fanno parte del loro mondo, così come gli oggetti naturali. Società di questo genere sono necessariamente fortemente gerarchizzate e le figure in contatto più costante con gli dèi (sacerdoti, oracoli, re taumaturghi) sono al vertice della piramide sociale. E continuano a rimanervi ancora a lungo quando la mente bicamerale comincia a crollare. Questo crollo, secondo Jaynes, ha una datazione molto recente e si colloca attorno al 1000 a. C., quando nella letteratura greca parole come thumós (quanto è riferito alla dimensione emotiva), phrénes (quanto è riferito alla complessiva dimensione mentale), e soprattutto l’impegnativa semantica di psyché (anima) non ricorrono più per indicare una dimensione oggettiva esterna, ma un’esperienza personale interna. Anche nell’Antico Testamento i profeti sono ciò che rimane di un’umanità bicamerale, alcuni probabilmente oramai semi-bicamerali, vestigia di una mente che non aveva necessità di coordinazione complesse, come si avviavano a essere le civiltà che la rivoluzione agricola aveva generato con la conseguente esplosione demografica.
Questa crisi della mente bicamerale è testimoniata dalla nascita della filosofia, in maniera molto chiara, dalla svalutazione progressiva del mito a favore del logos, dalla condanna dei poeti che si trova, ad esempio in Platone. Queste vestigia, secondo Jaynes, permangono ancora oggi, ad esempio negli individui schizofrenici, nei culti sciamanici che ancora esistono, negli individui che affermano di sentire la presenza di dio (come Don Peppone nei romanzi di Guareschi, che intrattiene un dialogo diretto con Gesù), mentre la voce degli dèi è stata progressivamente sostituita dalla voce della coscienza.
Forse anche con questi strumenti deve essere interpretato il monologo di Bill sui supereroi, che, appunto, disegna una divisione netta tra umani che diventano supereroi (come accade anche per i grandi fuoriclasse dello sport) e supereroi che si mescolano agli umani, che abitano un mondo largamente comune con chi è parte di quella realtà bicamerale o semi-bicamerale che è stato il passato della mente e che alcuni, come Bill, sentono e vivono come il futuro della propria coscienza.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Endoxa gennaio 2026 Pier Marrone Tarantino
