MACHIAVELLI: GIUSTA È LA GUERRA PER COLORO AI QUALI È NECESSARIA
FABIO RAIMONDI
1. Da secoli, i tentativi di escogitare criteri grazie ai quali fosse possibile definire “giusta” una guerra sono stati numerosi: dal dikaios polemos di Aristotele fino a Just and Unjust Warsdi Michael Walzer(1977), passando per pensatori del calibro di Cicerone, Agostino, Tommaso, Graziano, Vitoria, Sepúlveda e Grozio (solo per citare alcuni dei più importanti). Basta poi fare una ricerca in rete per rendersi conto di quanto il problema sia studiato e dibattuto ancora oggi. Lo scopo delle teorie della guerra giusta non è giustificare una qualunque guerra; per questo basta un po’ di retorica ovvero una comunicazione performante. Al contrario, il loro obiettivo è limitare il ricorso alla guerra ricorrendo ad argomenti di tipo morale e politico basati su valori condivisi. Possiamo prendere come esempio di definizione del jus ad bellum quanto esposto da Tommaso nella Summa Theologiae (IIa.iiae, q. 40) che è diventata il riferimento classico di ogni teoria della guerra giusta. Riprendendo Agostino e per certi aspetti anche il Decretum di Graziano, Tommaso elabora una proposta compatibile col cristianesimo (ma Tertulliano, ad esempio, e non solo lui, non sarebbe stato d’accordo), secondo la quale una guerra può essere giusta solo se è strumento di difesa verso nemici esterni e a patto di rispettare tre condizioni: I) essere dichiarata dall’autorità legittima (la legitima auctoritas di Agostino), II) avere una iusta causa, ovvero punire un’offesa ricevuta, III) possedere una recta intentio, cioè voler riparare i torti, correggere i vizi e ripristinare la giustizia. Tale riparazione esige dunque l’uso della violenza reattiva.
2. La guerra è argomento onnipresente nella riflessione di Machiavelli anche in ragione del fatto che le “guerre d’Italia” erano ricominciate, dopo la tregua iniziata con la pace di Lodi (1454) e chiusasi di fatto con la morte di Lorenzo il Magnifico (1492), con la calata in Italia di Carlo VIII re di Francia (1494). Il tema della guerra giusta, però, è quasi del tutto assente dalle pagine delle opere maggiori di Machiavelli (il Principe, i Discorsi, L’arte della guerra e le Istorie fiorentine). L’espressione “guerra giusta”, infatti, non compare mai. Troviamo invece “iustum bellum”, due volte, come citazione, sempre un po’ rimaneggiata, da Tito Livio (Ab urbe condita, IX, 1, 10), una volta nel Principe (XXVI, 10) e un’altra volta nei Discorsi (III, 12, 17), e poi “guerre giuste”, nelle Istorie (V, 8, 8), dove Machiavelli traduce la citazione liviana usata nel Principe solo volgendola al plurale; la riportiamo qui pars pro toto: “sono solamente quelle guerre giuste che sono necessarie, e quelle armi sono pietose dove non è alcuna speranza fuora di quelle”. Tre citazioni con piccole differenze (chi fosse interessato a una disamina più articolata la può trovare in “Scienza & Politica”, vol. XXXVII, n° 73, 2025, pp. 119-132). Un po’ poco per capire cosa Machiavelli pensasse della guerra giusta.
3. Tale scarsità è uno dei motivi che ha spinto gran parte degli studiosi di Machiavelli a ritenere quasi irrilevante e solo cursorio il riferimento a essa e, dunque, a credere che Machiavelli non fosse interessato a adottare criteri già noti o a stabilirne di nuovi per definire che cosa si dovesse intendere con “guerra giusta”. Possiamo vedere questo giudizio icasticamente rappresentato da Roland Bainton nel suo Christian Attitudes Toward War and Peace. A Historical Survey and Critical Re-evaluation (New York-Nashville, Abingdon Press, 1960, pp. 123-127), dove Machiavelli è il sostenitore di una “virtù del sovrano dinamica ma non demoniaca, salvo in rare occasioni”, mossa da prudenza per salvaguardare l’esistenza dello Stato. Machiavelli diventa così l’antesignano della Ragion di Stato e proprio per questo abbandona “il codice tradizionale della guerra giusta”, dato che ogni guerra nell’interesse dello Stato è giusta di per sé e, dunque, ogni guerra è giusta, perché si può sempre trovare qualche argomento, benché specioso, per sostenerne l’utilità per lo Stato. A parte l’uso improprio di termini come “stato”, “sovrano” e “potere” che Bainton intende nel senso definito dal Leviatano di Hobbes e che invece per Machiavelli hanno un significato del tutto diverso – in Machiavelli non c’è alcun patto (o contratto) col quale gli individui deleghino l’esercizio del proprio jus in omnia al solo sovrano il quale, di conseguenza, rappresenta il popolo, che si costituisce proprio attraverso tale delega e che esercita un potere assoluto sul rappresentato proprio per volontà di quest’ultimo (cfr. Leviathan, 1651, capp. XVI-XVII) – l’esito è che, per Machiavelli, la guerra giusta coinciderebbe con la necessità di conservare lo Stato.
4. È stato correttamente notato che per Machiavelli ciò che rende giusta una guerra è la sua necessità, ma assai di rado ci si è soffermati a spiegarne il significato. Spiegazione essenziale visto che “una guerra non necessaria” è mossa dall’“ambizione e dall’avarizia dei potenti per sfogare gli appetiti loro e opprimere, per dominare, il popolo”, senza contare che ciò comporta “assoldare gente e porre nuove gravezze [tasse], le quali aggravano più i minori che i maggiori cittadini” (Istorie, IV, 4, 6). Precisiamo subito che per Machiavelli “la necessità non è soltanto una forza ostile che rende le azioni umane puramente meccaniche”, perché “può sforzare ad agire come richiesto dalla ragione” (F. Gilbert, Machiavelli e Guicciardini, Torino, Einaudi, 1970, p. 166) e che essa è “utile alle umane azioni”, perché “le mani e la lingua degli uomini non arebbero operato perfettamente, né condotte le opere umane a quella altezza si veggono condotte, se dalla necessità non fussoro spinte” (Discorsi, III, 12, 2). La necessità è un vincolo rigido, che obbliga l’agire senza impedirlo, è qualcosa di immodificabile che va affrontato per interagirvi in modo proficuo: è imposizione e possibilità, al contempo, in un contesto dinamico. Tuttavia, questo non basta per definire “necessità” in riferimento alla guerra, anche se questa esigenza mostra, come sostiene Bainton, il rifiuto machiavelliano delle dottrine classiche e cristiane della “guerra giusta”, nessuna delle quali fa riferimento alla necessità.
5. In un capitolo dei Discorsi dal titolo indicativo, “come uno capitano prudente debbe imporre ogni necessità di combattere ai suoi soldati, e a quegli degli inimici tôrla” (III, 12, 1), Machiavelli afferma che “essendo conosciuta la virtù di tale necessità”, i bravi comandanti “facevano ogni perché i soldati loro fussero constretti da quella [cioè dalla necessità] e dall’altra parte usavono ogni industria perché gli nimici se ne liberassero. E per questo molte volte apersono al nimico quella via che loro gli potevano chiudere, e ai suoi soldati proprii chiusono quella che potevano lasciare aperta» (III, 12, 3-4). L’esempio è l’infausta decisione di “Gaio Manilio di occupare tutti gli aditi” affinché i Veienti, entrati nell’accampamento romano, non potessero più uscire, con l’effetto che i Veienti “rinchiusi cominciarono a combattere con tanta rabbia che gli ammazzarono Manilio, e arebbero tutto il resto dei Romani oppressi, se dalla prudenza d’uno tribuno non fusse stato loro aperta la via ad andarsene” (III, 12, 19). Conclusione: “mentre la necessità costrinse i Veienti a combattere, essi combatterono ferocissimamente; ma, quando viddero aperta la via, pensarono più a fuggire che a combattere” (III, 12, 20). Non lasciare via di scampo ai nemici sembra rendere giusta la loro guerra, perché motivata da necessità, un vincolo che non può essere rimosso dato che non dipende da loro. La responsabilità di rendere giusta una guerra – l’assenza di ogni significato morale è evidente – è di ogni comandante che mette non solo i nemici, ma anche i propri soldati, nella condizione di non avere scampo se non combattendo. La necessità intesa in questo senso molto ristretto “è chiamata da Tito Livio ultimum ac maximum telum” (III, 12, 24). Bainton aveva ragione, anche se non la ragione che credeva di avere: con Machiavelli finisce la tradizione morale, religiosa e giuridica della guerra giusta, ma il concetto non scompare, anzi viene ridefinito.
6. Nell’Arte della guerra Machiavelli spiega più chiaramente (anche se non ancora in modo del tutto esauriente) cosa intenda per guerra necessaria e quindi giusta: “la necessità nasce quando tu vegga, non combattendo, dovere in ogni modo perdere; come è: che sia per mancarti danari e per questo lo esercito tuo si abbia in ogni modo a risolvere; che sia per assaltarti la fame; che il nimico aspetti di ingrossare di nuova gente. In questi casi sempre si dee combattere, ancora con tuo disavvantaggio, perch’egli è assai meglio tentare la fortuna dov’ella ti possa favorire, che non la tentando vedere la tua certa rovina» (IV, 97-98, cors. mio). La “necessità” è una situazione oggettiva (senza speranza, se non nella guerra) che ha bisogno però, per essere riconosciuta, di una valutazione che, pur dovendo essere il più obiettiva possibile, resta soggettiva (bisogna decidere, spesso velocemente, se ci si trova o meno nella situazione delineata), perché “i vantaggi qualche volta te gli dà il nimico e qualche volta la tua prudenza» (IV, 100). Machiavelli ribadisce poi che si è “constretti a combattere per necessità” quando viene «levata via ogni speranza di salvarsi fuora che nel vincere» (IV, 148, cors. mio), per concludere che “le necessitadi possono essere molte, ma quella è più forte, che ti constringe o vincere o morire” (IV, 152). In conclusione: “i buoni capitani non vengono mai a giornata se la necessità non gli strigne o la occasione non gli chiama” (VII, 174). Necessità e occasione non si escludono a vicenda, a conferma della struttura sempre aperta, anche se solo per un infimo spiraglio, della necessità. Possiamo allora affermare che la necessità machiavelliana, implicando una valutazione soggettiva, individuale o collettiva, dell’oggettività della situazione, è diversa dalla recta intentio perché non è riparativa. E anche rispetto all’extrema ratio possiamo dire che se per Agostino la guerra si identificava nell’unico mezzo per rispondere a un’iniuria e ripristinare la pace, in Machiavelli la necessità corrisponde solo a una situazione in cui la morte è imminente.
7. Ma che cosa significa che la guerra è la sola speranza? Nei Discorsi, ad esempio, Machiavelli scrive che per ottenere buoni effetti nel conferimento delle cariche pubbliche bisogna seguire una regola: che “non si può dare agli uomini disagio sanza premio, né si può tôrre loro la speranza di conseguire il premio sanza pericolo” (I, 60, 5). Ciò che conta è il nesso tra speranza e pericolo, e tra premio e disagio, perché la speranza implica sempre sia una fatica sia l’accettazione di un rischio. Il rapporto tra speranza e disperazione è molto più complesso della loro semplicistica opposizione, che viene fluidificata in un movimento, dove gli opposti non solo coesistono ma si sovrappongono fino a identificarsi ovvero a implicarsi logicamente. Nell’Arte della guerra, infatti, Machiavelli consigliava di non portare mai il nemico alla disperazione togliendogli la speranza di una via d’uscita, perché avrebbe combattuto con più foga. La disperazione porta a riporre speranza nelle armi; eliminarla, invece, facendo balenare una possibile via di fuga, toglie la necessità di ricorrere alle armi. Portare il nemico alla disperazione si ritorce contro chi lo fa, perché disperazione non implica mai una situazione del tutto chiusa: grazie a essa, infatti, la guerra diventa la sola ratio possibile e, quindi, giusta. La disperazione è più pericolosa della speranza, anche se non si tratta di una speranza illimitata, ma solo di quella che si può avere in una guerra: uscirne vivi. La disperazione è imprevedibile e, dunque, più pericolosa di una speranza suscitata o concessa in vista di un’opportunità ben precisa: salvare la pelle fuggendo. Se la sola speranza è nell’uso delle armi, vuol dire trovarsi nel punto liminare della disperazione e, dunque, di fronte alla sua imprevedibilità aprire alla speranza significa provare a canalizzare il pericolo per cercare di governarlo.
8. Giusta, cioè razionale, è solo una guerra necessaria, dove la necessità è data dal fatto che se non si combatte si muore. Di fronte a morte certa, la guerra è l’unica via di possibile salvezza, perché combattendo si può morire – e, dunque, l’esito resta invariato – ma ci si può anche salvare. Tanto vale sfidare la fortuna. “Guerra giusta” definisce allora un caso limite conoscitivo prima che fenomenico. Tutte le altre guerre, offensive o difensive, o di altra natura, benché reali, sono ingiuste: possono essere convenienti, opportune, legittime e perfino commendevoli (per liberarsi dalla schiavitù o dall’oppressione, per combattere un regime malvagio ecc.), nondimeno restano irrazionali. Non si tratta di subire tutto ciò che accade come fosse un destino, ma si tratta di escogitare soluzioni altre rispetto alla guerra, quando non necessaria, perché se non è giusta, cioè razionale, sancisce il fallimento della ragione e della politica per mancanza di logica e conoscenza, di immaginazione e inventiva, di strategie alternative. Se attaccati ci si difende, certo, ma non è questo il piano del ragionamento machiavelliano: la definizione di “guerra giusta” è data a livello di astrazione razionale, indipendentemente dagli esempi storici. Le guerre sono ingiuste perché irrazionali, punto. Il paradigma del tutto storico della “guerra giusta” serve per distinguere le fattispecie delle guerre attraverso il loro grado di approssimazione a esso, e misurarne così il tasso di irrazionalità per capire come farvi fronte. La definizione di “guerra giusta” non impedisce certo le guerre, ma contribuisce a definirle e classificarle in un ambito conoscitivo di natura prettamente militare e politica, rendendole così meno opache di quanto possano apparire. “Guerra giusta” è una definizione razionale, scientifica – il piano su cui Machiavelli lavora unitamente a quello realistico di chi, conoscendo la politica, esamina i fatti in modo freddo e cinico, badando più agli effetti dell’agire che alle sue cause – un piano prettamente filosofico dove si definiscono concetti come unità di misura utili, per quanto provvisorie, a comprendere le dinamiche della storia. Da questa prospettiva, la definizione di “guerra giusta” è l’esito di un’operazione politica e scientifica al contempo che arricchisce di un nuovo significato il lessico machiavelliano della “necessità”.
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