ALLA PACE PERPETUA
PIERPAOLO MARRONE
Eppure, sarebbe così facile evitare di fare la guerra. Sarebbe sufficiente che ognuno se ne stesse per conto suo. Avrete notato che non ho scritto: “basterebbe che ce ne stessimo per conto proprio”. No, intendo proprio che ciascuno di noi, singolarmente, se ne stesse per conto proprio. Voi direte che non è una pensata poi così brillante, e io sarei d’accordo con voi. Fortunatamente, non sono io l’autore di questo pensiero così bizzarro, ma forse qualcuno di voi si sorprenderà nell’apprendere che si tratta di uno dei filosofi più apprezzati nella storia della filosofia, ossia Jean-Jacques Rousseau. Nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini, Rousseau svolge alcune considerazioni sullo stato dell’essere umano prima della civilizzazione. Per noi, che siamo anche figli dell’illuminismo, la civilizzazione è la fonte del nostro affrancamento dalla natura, che può essere fonte di meravigliata contemplazione solo se siamo in grado di dominarla oppure se siamo a distanza di sicurezza dai danni che la natura può procurarci in moltissime forme. Per Rousseau, invece, la civilizzazione è fonte di “disuguaglianza funesta introdotta fra gli uomini dalla distinzione degli ingegni e dall’avvilimento della virtù”.
Se le cose stanno così, se il prezzo da pagare per acquisire tutti quegli strumenti che consentono la riproduzione sociale è la produzione della diseguaglianza e la distruzione della virtù, allora la conclusione che si potrebbe essere tentati di trarre è che sono gli strumenti della riproduzione sociale, precisamente quanto noi chiamiamo civilizzazione, a dover essere abbondonati, almeno per lo spazio di un esperimento mentale. Rousseau, in effetti, è pronto a percorrere questa strada, che per lui è ben più di un esperimento mentale. Mentre sulla costituzione degli antenati dell’essere umano possiamo fare solo delle congetture, corroborate da poche prove dell’anatomia comparata come era al tempo di Rousseau, sulla condizione umana antecedentemente alla civilizzazione, ossia alla riproduzione sociale, possiamo dire qualcosa di molto più solido. Le prove empiriche non ci sono, ma dovrebbe essere sufficiente, secondo Rousseau, spogliare l’uomo di tutti i doni innaturali che ha ricevuto nel corso della su storia, quei doni che hanno consentito il dominio dell’uomo sulla natura assieme all’esaltazione delle diseguaglianze tra gli individui. “Spogliando quest’essere così costituito di tutti i doni soprannaturali che abbia potuto ricevere, e di tutte le facoltà artificiali, che non ha saputo acquistare che per via di lunghi progressi; considerandolo, in una parola, tal quale ha dovuto uscire dalle mani della natura, vedo un animale meno forte di alcuni, meni agile di altri, ma, nell’insieme, organizzato più vantaggiosamente di tutti: lo vedo saziarsi sotto una quercia, dissetarsi al primo ruscello, trovare il suo giaciglio ai piedi dello stesso albero che gli ha fornito il suo pasto; ed ecco i suoi bisogni soddisfatti.”
Questo uomo è un essere solitario, che ha pochi bisogni, solo quelli naturali, che per altro sono molto facili da soddisfare. Certamente, c’è il problema delle intemperie atmosferiche, ma a tutto ci si abitua, soprattutto se non esistono alternative. Ci sono le fatiche fisiche della giornata e il fatto di doversi difendere a mani nude, poiché ovviamente le armi sono un prodotto della civiltà, dalle belve per avere salva la vita e per non condividere le prede che si sono catturate (ma come sono state catturare? A mani nude, bisogna rispondere, perché i prodotti della civilizzazione, tra i quali la tecnica e la cooperazione tra i propri simili, non esistono). I figli di questi uomini solitari, frutto di fugaci incontri sessuali, ereditano la forza fisica dei padri. “La natura usa con loro precisamente come la legge di Sparta coi figli dei cittadini; essa rende forti e robusti quelli che son bene costituiti, e fa perir tutti gli altri.”
Quello di Rousseau è un racconto fantasy basato su nient’altro che sulla sua fervida immaginazione e sul suo odio per la civiltà. Né si può dire che sia coerente con la sua idea dello stato di natura come una condizione che non sappiamo se sia effettivamente esistita, ma che mette in risalto le condizioni strutturali di qualcosa, che si tratti della società politica o della razionalità della cooperazione. No: qui siamo in presenza di una ipotesi che non ha alcuna rilevante portata esplicativa. Tuttavia, non è priva di utilità, appunto come un racconto fantasioso e mitologico, in definitiva, che deve essere rifiutato non solo in base alle evidenze archeologiche, antropologiche, cognitive che abbiamo acquisito sulla natura umana, evidenze che magari non erano disponibili ai suoi tempi, ma in base a semplici riflessioni, che devono farci concludere due cose:
(1) l’essere umano è un animale sociale. Nessun individuo, salvo rarissimi casi che si verificano in situazioni estreme, può bastare a sé stesso per la sua sopravvivenza;
(2) l’essere umano è costretto per la sua debolezza fisica a ibridarsi con la tecnica.
Ora, la prima condizione, la socialità dell’essere umano, ha degli aspetti decisamente inquietanti. Infatti, forse intuitivamente, quando qualcuno ci parla di cooperazione a noi vengono in mente immagini prevalentemente positive, se non addirittura ireniche: gli uomini che vogano insieme su una barca per raggiungere una meta comune; gli abitanti di un villaggio che collaborano nel tempo del raccolto, prima dell’industrializzazione dell’agricoltura; il patto matrimoniale e familiare tra individui che formano una cooperativa di affetti e interessi; gli sport di squadra, dove i talenti individuali possono tanto essere esaltati quanto risultare addirittura dannosi al raggiungimento del traguardo della vittoria comune.
Sono tutte cose che ci fanno guardare con fiducia al futuro dell’umanità, soprattutto perché molte di queste forme cooperative sorgono spontaneamente, anche se poi sono normate o dalle consuetudini oppure da regolamenti e leggi. Questa fiducia è ben riposta? Ci sono molte ragioni per credere che così non sia, ma ce ne è una in particolare: la presenza della guerra è una costante nella storia umana come recentemente ha con perizia e con argomenti convincenti sostenuto Giancarlo Sadun Bordoni nel suo Guerra e natura umana. La guerra è un’impresa cooperativa, dove gli sforzi congiunti degli attori sono impegnati nella conquista, nello sterminio, nel furto, nella violenza. Questa interminabile scia di sangue è anche all’origine degli stati moderni e nessun regime politico né immune. A questa constatazione della natura sanguinosa dell’essere umano qualcuno a tentato di obiettare mettendo in campo il concetto di “guerra giusta”, ma la guerra giusta è tale per ognuna delle due parti che la stanno combattendo e allora non risulta chiaro su che cosa debba basarsi, soprattutto quando, come accade ripetutamente almeno da quando sono stati teorizzati, la finzione dei diritti umani rimane una considerazione in grandissima parte ipocrita alla quale nessuno è in grado di affidarsi con una qualche briciola di credibilità.
Forse è vero quanto pensava Rousseau: l’essere umano è buono se rimane da solo. Ossia è buono se non ha la necessità di misurarsi con qualcun altro. Non appena se ne presenta l’occasione o si allea o lo combatte, forse non con le armi, ma con l’ostracismo, la violenza, l’isolamento del contendente, che sono tutte forme mascherate di violenza. Questa violenza si origina dall’esaltazione di chi vuole primeggiare, si tratti di un individuo o si tratti di un gruppo, dei membri di una setta, di una religione, di un partito. La politica stessa, quale noi la conosciamo nei nostri regimi fortunatamente democratici, è una forma di guerra regolata in assenza di armi. E dal momento che l’alleanza rende più forti, l’essere umano si è sempre mosso in gruppo per acquisire risorse dalla natura o per sottrarre risorse ai suoi simili con la violenza e la rapina.
Ci sono delle tendenze nella riflessione anche contemporanea a considerare la guerra un prodotto culturale, che potrebbe essere in futuro anche non esistere più, magari in seguito alla guerra che “porrà fine a tutte le guerre”, che era il titolo di una serie di articoli dello scrittore Herbert George Wells, non a caso considerato l’iniziatore del genere fantascientifico. Non, si badi bene, una tregua tra le nazioni, ma la scomparsa della guerra come fenomeno umano, quello che Kant chiamava un generoso, ma ingenuo “dolce sogno”. “O poniamo fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità.” Questo era anche il monito che John Fitzgerald Kennedy rivolse all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’espressione “guerra che porrà fine a tutte le guerre” mi fa piuttosto venire in mente l’olocausto nucleare, una eventualità che finora è stata evitata con l’invenzione di una tecnologia, quella della deterrenza nucleare, chiamata anche MAD (Mutual Assured Distruction).
Ma le evidenze che sono state accumulate tragicamente in gran numero smentiscono questa interpretazione sull’origine culturale della nostra aggressività sociale. Hegel pensava che la storia senza la violenza sarebbe stata una noiosa pagina bianca, per la sua idea che la spirito si sviluppa attraverso la lotta (idea che pensava di condividere con Eraclito, che lui riteneva un profondo predecessore della sua dialettica). C’è da chiedersi a che cosa sia servito tutto il nostro progresso nella nostra storia filogenetica, se gli scheletri di un gruppo di cacciatori-raccoglitori ritrovati a Nataruk in Kenia, ricordino una premeditata e sistematica opera di sterminio attuata diecimila anni fa, durante il periodo del Paleolitico superiore. In particolare, lo scheletro di una donna in avanzato stato di gravidanza con le mani legate dietro alla schiena e le ginocchia spezzate, fa venire in mente un’esecuzione intrisa di sadismo, che ricorda le vittime ucraine legate e lasciate marcire all’aperto durante il massacro russo di Bucha. Questi ritrovamenti frutto della ricerca dei paleoarcheologi si ritrovino in giro per il mondo: in Africa, in Europa, in Asia, nelle Americhe. Spesso furono probabilmente il frutto di incontri tra gruppi di cacciatori-raccoglitori e le nascenti comunità agricole: guerre brevi, intense, crudeli, che si concludevano con lo sterminio dei nemici e la riduzione in schiavitù dei superstiti. Non esiste periodo della storia dell’umanità che non sia stato costellato da una molteplicità innumerevole di conflitti.
La guerra è un fenomeno comparso sulla faccia della terra solo con l’Homo sapiens? Sembrerebbe che la risposta debba essere negativa anche in questo caso. Innanzitutto, è un fenomeno presente anche in altri primati. Tribù di scimpanzè fanno la guerra tra di loro. Jane Goodall, la scienziata che ha dedicato la sua vita allo studio degli scimpanzè, era inizialmente convinta della natura pacifica di questi nostri parenti prossimi, prima di assistere esterrefatta alla guerra dei quattro anni tra due diverse tribù di primati, che si concluse con lo sterminio di un gruppo e la conquista del suo territorio. Tra gli scimpanzè non solo è diffuso l’assassinio, ma anche l’infanticidio e episodi di cannibalismo. Efferatezze che si ripetono con frequenza anche tra gli esseri umani. Per quanto riguarda la nostra storia evolutiva, è oramai accertato che sulla crosta del nostro pianeta hanno convissuto per lunghi periodi diverse specie di ominini. Nel nostro patrimonio genetico sono evidenti tracce del DNA sia dell’uomo di Neanderthal sia dell’uomo di Denisova. Queste specie hanno convissuto e si sono ibridate. Dove sono allora sparite? Per migliaia di anni hanno soltanto convissuto pacificamente? Le evidenze che si stanno accumulando (anche ritrovamenti di scheletri di Neanderthal con ferite frutto di traumi e con tutta probabilità di armi da taglio) suggeriscono uno stato di guerra tra queste differenti specie, nelle quali alla fine la nostra ha avuto il sopravvento grazie alla maggiore intelligenza e grazie alla capacità di sviluppo tecnologico, del quale le altre dovevano essere dotate in misura minore.
Ci sono abbastanza evidenze per ritenere che la guerra sia parte della natura umana. Certo: siamo portati a cooperare. Su questo presupposto si basa sia l’ottimismo di numerose utopie politiche, ad esempio l’anarchismo, sia il pessimismo di chi vede quanto facilmente possiamo, noi esseri umani, dedicarci anima e corpo allo sterminio dei corpi e delle anime dei nostri simili, che appartengono a gruppi diversi. A quale scopo? Credo che la risposta sia terribilmente semplice: avere di più. Più territori, più risorse, più ricchezza, più sesso, più onore, più riconoscimento internazionale, più capacità di incutere timore negli altri. Dal momento che ogni gruppo, ogni nazione, ogni stato ritiene di valere in qualcosa di più di qualcun altro questo genera inevitabilmente meccanismi di competizione, che possono sfociare nel confronto violento.
L’utopia della pace perpetua, che ora ci appare come una sorta di fantasia new age, da considerare sullo stesso piano delle terapie con i cristalli. A questa utopia Kant ha dedicato un celebre saggio, Per la pace perpetua, titolo che può essere reso dal tedesco anche con “Alla pace perpetua”, che sembra fosse l’insegna di una taverna olandese nei pressi di un cimitero. Il witz si diffuse nelle élite intellettuali europee ed è ricordato sia da Leibniz sia da D’Alambert. L’idea della pace perpetua richiama sia il cimitero dove siamo tutti destinati a finire, sia secondo Kant una possibile organizzazione federalistica degli stati, finalizzata al superamento definitivo della guerra come mezzo di risoluzione delle dispute. Ma questa idea è una idea regolativa, sostiene Kant, rivolta all’infinità del futuro, perché presupporrebbe lo smantellamento degli eserciti, che esistono appunto per fare la guerra.
Smantellare gli eserciti dovrebbe essere una mossa da realizzarsi contemporaneamente da parte di tutti gli stati, perché altrimenti qualcuno si ritroverebbe a avere un vantaggio competitivo, che è proprio quanto gli stati tendono a preservare e a promuovere rispetto ai propri rivali. Ma poi, come si potrebbe rendere effettiva questa misura? Ci dovrebbe essere qualche autorità deputata a implementare l’applicazione della norma che abolisce tutti gli eserciti e a farla rispettare a chi potrebbe essere recalcitrante. E come farla rispettare se non ci sono gli eserciti? Dovremmo addestrare i soldati, improvvisamente disoccupati, all’esercizio del thai chi e della disputa dialettica per far valere le ragioni degli innamorati della pace a tutti i costi rispetto a chi non aspetta altro che di essere l’attore con l’esercito più potente? Noi non abitiamo le menti di coloro che sono i nostri rivali, né sappiamo fino in fondo le intenzioni di coloro che collaborano con noi.
La cooperazione tra partner anche tendenzialmente paritari è sempre momentanea. I matrimoni più solidi possono finire, le alleanze strategiche possono esaurirsi, i leader cambiano e le continuità delle politiche estere delle potenze mutano in ragione di molte cose. Gli stati non tollerano la potenza degli altri stati, a meno che non siano alleati e possibilmente alleati non egemoni. Ma, a meno che non ci siano forti affinità storiche e culturali, gli alleati sono sempre parzialmente riluttanti, perché ogni stato persegue i propri interessi, anche se si trova nelle condizioni di non poter essere in alcun modo egemone, ossia di non poter realisticamente che essere un vassallo di uno stato egemone. Ma nemmeno questo è del tutto vero, perché il Canada e il Regno Unito, con la sua special relation, sono sempre stati molto affini agli Usa, eppure questa prossimità è stata messa in fortissima discussione dall’amministrazione Trump (sia detto per inciso, ma non troppo: la special relation non ha impedito agli Usa di esigere il pagamento dei debiti di guerra per gli aiuti prestati al Regno Unito durante la secondo guerra mondiale, debiti che sono stati estinti nel 2006).
E poi c’è la “cosiddetta trappola” di Tucidide, un’espressione coniata da Graham Allison nel suo Destinati alla guerra, dedicato alla contesa tra gli Usa e la Cina, divenuta potenza globale. È indifferente che la Cina abbia o non abbia ambizioni egemoniche (dichiarazioni ufficiali dei vertici del Partito Comunista Cinese lo smentiscono), ciò che importa è che le élite Usa non credono non le abbia. E allora ecco profilarsi la prossima guerra, che molti pensano si possa evitare, ma che si farà, se noi portiamo la maledizione di essere gli eredi di quei gruppi di cacciatori-raccoglitori che si contendevano le risorse a colpi di sterminio. La nostra storia pregressa non induce all’ottimismo, anche se l’umanità è stata capace di inventare degli strumenti per evitare la guerra, in alcuni casi portando nello stesso tempo l’avversario al collasso, ad esempio la deterrenza nucleare e la dottrina del contenimento, formulata negli anni 50 da un giovane diplomatico statunitense, George Kennan, strategie con cui gli Usa hanno vinto la guerra fredda “senza sparare un colpo” come disse con la consueta icasticità Margaret Thatcher.
Tempo fa Edward Luttwak argomentò che oramai viviamo in un tempo di guerre post-eroiche, intendendo con questo che il progresso tecnologico renderebbe l’idea stessa di perdite umane in guerra una eventualità tragica e psicologicamente insostenibile, soprattutto per l’Occidente nutrito dalla retorica dei diritti umani. Penso che la guerra in Europa, innescata dall’aggressione russa all’Ucraina, ampiamente smentisca questa visione. Il campo di battaglia grazie alle nuove tecnologie diviene sempre di più trasparente e visibile a molti in tempo reale, ma questo stesso progresso stimolerà le consuete contromosse per acquisire vantaggi competitivi sul nemico e su ogni potenziale rivale, ossia su chiunque, se possibile, lasciandoci ancora una volta prede dei nostri desideri di acquisire e di distruggere. James Hillman, psicanalista junghiano, nel suo libro Un terribile amore per la guerra ricorda la battuta del film di Franklin Schaffner, Patton. ““l generale d’acciaio” si aggira a battaglia terminata sul campo di combattimento tra macerie, mezzi distrutti, cadaveri, uomini agonizzanti. Si accosta a un ufficiale morente, lo bacia e pronuncia solenne queste parole: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita.” Patton era un devoto cristiano, ma credeva nella reincarnazione. In un’altra scena del medesimo film Patton sostiene di essere stato presente alla battaglia di Zama nel 202 avanti Cristo, un particolare sfuggito forse a Hillmann. Fosse vero oppure no, qualcuno di sicuro è stato presente a quel massacro, uno degli innumerevoli nella storia sanguinaria dell’umanità, qualcuno che è ancora presso di noi, nella nostra mente. Un amico o forse un nemico: non importa.
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