GUERRA, AMICIZIA E VERITÀ
CESARE VETTER
Come si affronta una discussione sulla guerra con un amico che ha convinzioni molto diverse o addirittura opposte rispetto alla guerra? Il dissenso può riguardare sia la guerra in quanto tale sia una specifica guerra. Nella situazione attuale tutti e due questi aspetti sono presenti.
Dopo il 1945 ci sono stati centinaia di conflitti armati in tutto il mondo. Qui in Europa però ci sembravano lontani geograficamente e emotivamente. Eccezione rilevante la guerra del Vietnam, che in Europa è stata vissuta da alcuni come un episodio delle magnifiche sorti progressive di una rivoluzione in cammino, per altri come una crociata contro le forze del male incarnate dal comunismo. Le guerre balcaniche degli anni ‘90 dopo la dissoluzione della Jugoslavia ci erano sembrate guerre lontane, figlie di una terra e di una cultura da sempre litigiose. Anche l’intervento della Nato in Serbia del 1999 non è stato vissuto come un ritorno della guerra in Europa. La motivazione addotta – fermare una feroce e spietata pulizia etnica – toglieva all’intervento armato le caratteristiche di una guerra.
La guerra ritorna in Europa
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022 è stata invece subito vissuta come un ritorno della guerra in Europa. Per la mia generazione è stato un risveglio brusco, imprevisto e doloroso: il cigno nero della mia generazione. Tutti noi ci siamo trovati in una disagevole condizione di liminalità cognitiva, l’esperienza di vivere in un mondo che non è più interpretabile con le vecchie categorie e non è ancora abitabile con le nuove. In questo quadro magmatico e in continua evoluzione molti si sono irrigiditi, sono diventati assertivi, hanno cercato riparo in comunità emozionali e discorsive che li potessero rassicurare a fronte dello smarrimento. Io ho cercato rifugio in verità provvisorie. Ho tentato di usare al meglio gli arnesi del mio mestiere di storico. Ho incrociato fonti primarie e fonti secondarie, ho letto e approfondito documenti e saggi, ho ascoltato le voci discordanti di autorevoli analisti e opinionisti. Ho tentato anche di confrontarmi con gli amici, ma l’esito è stato deludente. Il confronto con gli amici è stato devastato dall’improvvisa irruzione della guerra. La guerra ha radicalizzato gli animi, ha aperto il vaso di pandora delle passioni timotiche, è intervenuta nelle dinamiche cognitive, irrigidendo i bias di conferma. Effetto nefasto della guerra: la guerra ti costringe a schierarti, a metterti l’elmetto, annulla gli spazi di mediazione, atrofizza il confronto, militarizza il linguaggio e le parole, attiva investimenti libidici che rimodellano la psiche e le identità. Mi riferisco ovviamente alla discussione sulla guerra, che è situazione esperienziale ben diversa dalla guerra agita e praticata in prima persona. Dopo il 24 febbraio 2022 si sono formate due solide comunità emozionali e discorsive in netta contrapposizione tra di loro. Le comunità emozionali e discorsive sono di per sé rigide, esclusive ed escludenti, condividono verità certe e definitive, non lasciano spazio a verità provvisorie. Con la guerra queste caratteristiche si sono accentuate. Se hai solo verità provvisorie vaghi in solitudine e cerchi gli amici. Ma gli amici in gran parte hanno trovato ospitalità nei comodi fortini delle comunità emozionali e discorsive.
Che fare allora? Rinunciare ad esporre le proprie verità provvisorie per salvare le amicizie, o forzare il confronto, con il rischio di rotture, magari dissimulate? Salvare l’amicizia o salvare le proprie verità provvisorie? La scelta rientra in pieno nelle problematiche del pluralismo etico, così come configurate da Isaiah Berlin: amicizia e verità sono infatti due valori, anche se l’amicizia oltre ad essere un valore può essere declinata pure come virtù. Nel corso della mia oramai lunga esperienza di vita quotidiana, privata, pubblica e professionale non mi ero mai trovato davanti a un simile dilemma.
Dopo il 24 febbraio 2022 mi trovo a vivere in prima persona – con le dovute differenze perché non rischio la ghigliottina – i dilemmi che hanno provato e vissuto i protagonisti di un periodo storico che ho studiato a lungo e che conosco bene: la rivoluzione francese. Negli anni della rivoluzione la scelta tra amicizia e verità è una scelta lacerante, che coinvolge e scuote le coscienze.
Io non ho rischiato e non rischio la ghigliottina fisica ma solo una sorta di ghigliottina morale. Minaccia sufficiente per procurarmi molto disagio. Per alleviare questo disagio ho chiesto aiuto ai filosofi. Alla fine di questo mio contributo ripercorrerò sinteticamente le risposte di Friedrich Nietzsche e di Hannah Arendt. Sono due risposte filosofiche radicali sul rapporto tra amicizia e verità e prospettano due strategie comportamentali opposte e inconciliabili.
Mi sono rivolto anche ad altri autori, che si collocano con autorevolezza e originalità nell’ampio spettro delle soluzioni prospettate. Aristotele, per esempio, per il quale la verità è un elemento irrinunciabile e strutturale dell’amicizia, anche se il consiglio è di dire la verità all’amico facendosi guidare dalla phronesis, la saggezza pratica, che consente di valutare il momento e il modo adeguato. O Cicerone, che rispetto ad Aristotele accentua la dimensione pubblica dell’amicizia e che nel Laelius definisce l’amicizia come “un accordo, con benevolenza e amore, su tutte le cose divine e umane”.
Le mie verità provvisorie: le cause della guerra russo ucraina
Prima di arrivare a Nietzsche e alla Arendt, riassumerò sinteticamente la mia verità provvisoria sulle cause della guerra russo/ucraina. Io ritengo che una delle cause della guerra russo – ucraina vada cercata nelle politiche di espansione della NATO. Non abbraccio una spiegazione monocausale, ma ritengo l’espansione della NATO una causa molto importante. Nello stesso tempo valuto che l’opzione della guerra e dell’invasione da parte della Russia sia stata una scelta sciagurata sia sotto il profilo morale che sotto il profilo politico. Tra le due convinzioni non c’è nessuna dissonanza cognitiva, perché sono compatibili in presenza di alternative praticabili all’invasione e alla guerra. Individuare una delle cause della guerra russo ucraina nell’allargamento della NATO non mi impedisce inoltre di apprezzare il coraggio e la determinazione con cui il popolo ucraino e il suo esercito hanno difeso il loro paese. La risposta del popolo ucraino e del suo esercito (al netto delle diserzioni, delle fughe all’estero e dei malcontenti di settori anche significativi del fronte interno, che sono presenti in ogni guerra) ha accelerato un processo di nation building, in corso in Ucraina ben prima dell’invasione del 24 febbraio 2022. Sotto questo profilo, si può forse già fin d’ora affermare che l’opzione guerra, scelta dalla Federazione russa, si sta rovesciando per la Russia in una clamorosa eterogenesi dei fini e che se l’Ucraina riuscirà a mantenere, pur con perdite territoriali, la sua indipendenza e la sua sovranità avrà ottenuto una vittoria. Perché di fronte ad un’invasione come quella del 24 febbraio 2022 la nozione di vittoria va risemantizzata fino a comprendere la capacità di resistere e di mantenere indipendenza e sovranità, al di là delle cessioni territoriali. Ma a quale prezzo? Le stime più recenti parlano di due milioni di morti complessivi tra i militari di entrambi gli eserciti. Poi bisognerebbe aggiungere le vittime civili e i feriti in modo grave. Un bagno di sangue che poteva e doveva essere evitato e che mi turba profondamente.
Nel tentare di comprendere la guerra russo ucraina mi sono attenuto alla lezione di Georges Lefebvre, che invitava a guardare non solo ai fatti ma anche e soprattutto alla percezione dei fatti: “non basta raccontare come le cose si sono in realtà svolte, alla Corte e al castello: bisogna, anche e soprattutto, esporre in qual modo i rivoluzionari hanno creduto che le cose sarebbero o fossero andate” (Folle rivoluzionarie, 1931). Il “percepito” è uno dei motori della Storia. La storia deve tentare di documentare le verità fattuali ma deve misurarsi anche con le verità percepite. Dentro il perimetro dei fatti storici coabitano e interagiscono tra di loro verità fattuali e verità percepite. In questa chiave – la chiave del “percepito “– si potrebbe e si dovrebbe affrontare anche la questione dell’allargamento della NATO, mettendosi dentro la testa (un’espressione molto amata da John Mearsheimer) delle élites russe, o almeno di una parte delle élites russe, al di là delle intenzioni (generose, amichevoli, ostili, non ostili?) dei protagonisti e dei promotori dell’allargamento della NATO dopo il 1991. È una chiave che può essere arricchita con i suggerimenti della sociologia comprendente di Max Weber ma soprattutto con le categorie di “spazio dell’esperienza” e “orizzonte dell’attesa” elaborate da Reinhard Koselleck, che declinano in modo raffinato il “percepito”. Lo spazio dell’esperienza è l’insieme delle esperienze passate rese significative nel presente: il passato così come viene selezionato, rielaborato, ricordato. Lo spazio dell’esperienza struttura le coordinate interpretative del presente. L’orizzonte dell’attesa è l’insieme delle attese, speranze, paure e previsioni del futuro. Riguarda ciò che gli attori storici credono possibile o probabile e le aspettative che orientano l’azione. Le due realtà sono correlate e producono l’agire storico. Il perno è costituito dalla verità percepita: le azioni storiche dipendono non dai fatti in sé, ma da come l’esperienza passata viene interiorizzata, da come il presente viene interpretato e da come il futuro viene atteso o temuto sulla base della rielaborazione selettiva del passato.
Mi si potrebbe rimproverare di avere “verità provvisorie “sulle cause della guerra russo-ucraina perché non ho letto e non ho studiato abbastanza. Ma non è così. Sono inevitabilmente “verità provvisorie” per lo statuto epistemologico delle scienze storiche. La nozione di causa in storia è una nozione fragile e deve essere maneggiata con cautela. Ogni evento storico è contingente. La contingenza è sia ontologica (assenza di leggi causali fisse, necessitanti e ripetibili che rendono inevitabile l’evento stesso) che epistemica (intervento soggettivo del ricercatore nel selezionare certe cause e non altre e nell’inserirle in specifiche trame narrative). In questo quadro concettuale, il “percepito” delle élites russe dopo il 1991 – se sufficientemente documentato – può trovare una legittima collocazione tra le cause della guerra russo ucraina.
Ritengo che l’allargamento della NATO dopo il 1991 – se analizzato con le categorie di “spazio dell’esperienza” e di “orizzonte dell’attesa” nel “percepito” delle élites russe – possa essere considerato un difference maker tra i più importanti della guerra russo-ucraina.
Fare storia: verità fattuale, verità percepita / verità vissuta, verità narrativa
Le narrative truths (Hayden White) e i grands récits (Jean-François Lyotard) di un evento storico (che sia la rivoluzione francese o la guerra russo ucraina) sono fin dall’inizio plurali e in competizione tra loro. Possono presentarsi come grandi narrazioni più o meno solide, coerenti e documentate ma resteranno sempre provvisorie. Le verità acquisite possono sempre essere assemblate e organizzate in modo diverso, la scoperta di nuove verità fattuali e di nuove verità credute e percepite è sempre possibile. Non ci sarà mai una storia definitiva della rivoluzione francese così come – anche nel futuro – non ci sarà mai una storia definitiva della guerra russo ucraina. È per questo motivo che nelle lezioni universitarie ho sempre preferito la storia concettuale alla storia-narrazione.
La provvisorietà non è un difetto, ma una condizione epistemologica del fare storia. La provvisorietà può apparire una debolezza delle scienze umane, ma è un punto di forza perché ci costringe a interrogarci continuamente, a cercare sempre nuovi documenti, a porci sempre nuove domande sul senso e il significato di ciò che è accaduto. Nell’ambito delle discipline storiche le grandi narrazioni sono appaganti, perché soddisfano il nostro bisogno antropologico di certezze, ma sono riduttive e spesso fuorvianti. Con riferimento alla guerra russo-ucraina, tra le grandi narrazioni occidentali si collocano la lettura del conflitto come contrapposizione tra democrazie e autocrazie, l’evocazione del dispotismo orientale, l’orientalismo e l’appiattimento della storia russa entro il rigido perimetro di una continuità imperiale di lunga durata. Tra le grandi narrazioni russe mi limito a ricordare l’eurasianesimo classico, il neo-eurasianesimo di Aleksandr Dugin, la visione spirituale e nazionalista del Russkiy mir (“mondo russo”) e le suggestioni di Ivan Aleksandrovič Il’in, un filosofo molto amato da Putin.
Abbandonare le grandi narrazioni significa entrare nei territori inospitali dell’incertezza. Ma tutti noi – per primi gli storici – dovremmo muoverci con più umiltà e non nascondere le nostre incertezze. Mostrare le nostre incertezze non indebolisce la storia, ma la rende più onesta e più scientifica. L’incertezza non indebolisce, ma rafforza la solidità epistemica della ricerca storica. Nelle discipline storiche (e più in generale nelle humanities) il tema dell’incertezza non è nuovo, ma negli ultimi anni è diventato oggetto di riflessione metodologica consapevole, soprattutto nel mondo accademico anglo-americano. La storia è fatta di scelte, che sono fatte in condizioni di incertezza. Per restare nell’ambito della guerra russo ucraina: dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991, l’amministrazione americana si è trovata a scegliere tra la strategia suggerita da Zbigniew Brzezinski e quella suggerita da George Frost Kennan e ha scelto l’impostazione di Zbigniew Brzezinski. Se guardiamo agli eventi del passato e già conclusi, un piccolo o un grande scarto nelle scelte di un momento poteva portare la storia in altre direzioni. E ciò vale ovviamente anche per la storia che si svolge davanti ai nostri occhi, rispetto alla quale non possiamo collocarci né backwards, né forward. Io suggerirei di collocare il nostro punto di osservazione di lato, per osservare meglio i percorsi non lineari e la continua incertezza nelle scelte degli attori storici. Suggerirei di non imprigionare la storia che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi nelle grandi narrazioni, che sacrificano la sua complessità.
Gli amici, i filosofi, la russofobia
Gli storici mi hanno fornito delle verità provvisorie ma non potevano aiutarmi a risolvere il problema se comunicare o no le mie verità provvisorie agli amici. Ed ecco allora che sono entrati in scena i filosofi. Che dire a questo punto dei due filosofi che qui presento sommariamente e a cui ho chiesto aiuto per superare o almeno attutire il disagio nel confronto con gli amici? I suggerimenti di Nietzsche (dire sempre la verità agli amici, amicizia agonistica) posso dire di essere riuscito ad applicarli raramente. Con tanti amici e con tante amiche ho virato nella direzione suggerita da Hannah Arendt (sacrificare la verità all’amicizia) e mi sono prevalentemente autocensurato. Almeno nelle discussioni private, perché nei miei interventi pubblici ho esposto e tentato di argomentare le mie convinzioni.
Ho già accennato alla mia verità provvisoria sulle cause della guerra russo ucraina. Affronterò ora due mie verità provvisorie che riguardano gli amici e le amiche con cui non riesco a dialogare. Cominciamo con la russofobia. Ho nascosto la mia sensazione che alcuni dei miei interlocutori siano affetti da russofobia, una patologia del sentire europeo che nasce in Inghilterra a ridosso della Guerra di Crimea e che ha trovato nuova linfa con la rivoluzione russa del 1917. L’invasione del 24 febbraio 2022 ha risvegliato prepotentemente la russofobia non solo nelle classi dirigenti europee ma anche in vasti strati di opinione pubblica e quindi anche tra i miei amici. In alcuni la russofobia è la continuazione e per così dire l’aggiornamento di un consolidato anticomunismo, inteso in senso ampio, non solo come fondata critica dei disastri e dei crimini del comunismo sovietico, ma come rifiuto alla radice – sulla base di una visione pessimistica della natura umana – degli ideali di questa grande utopia, che ha attraversato come un fiume carsico l’Occidente sin dall’antichità. In altri la russofobia è il prezzo che pagano al senso di colpa di essere stati comunisti in gioventù.
Riscontrare russofobia nell’amico mi ha impedito di parlargli del mio sogno dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991: costruire una grande, democratica e pacifica casa comune europea, inglobando la Russia e declinando la controversa nozione di Occidente nell’accezione che preferisco: l’Occidente culturale (un Occidente inclusivo e plurale, che affonda le sue radici nel mondo greco-romano, nel cristianesimo e nell’Illuminismo), diverso e distinto dall’Occidente del XV e del XVI secolo (quello che dà l’avvio alla successiva espansione coloniale) e dall’Occidente politico euro-atlantico della guerra fredda. Sembra che il sogno della casa comune europea fosse il sogno di Michail Sergeevič Gorbačëv, ma la compagnia non mi imbarazza, tanto più che era un sogno condiviso da tanti altri statisti lungimiranti dell’epoca.
Ma tra le mie verità provvisorie una è decisamente imbarazzante. Riguarda la risposta che mi sono dato in questi anni sul perché di tanta rigidità, sul perché di tanta permalosità, sul perché di tanta animosità, sul perché di tanta reattività aggressiva, sul perché di tanta indisponibilità a un ascolto e a un dialogo pacato e sereno. La mia provvisoria verità è che la guerra e l’individuazione di un nemico hanno tonificato molte vite che stavano languendo, che non trovavano più nella quotidianità emozioni vivificatrici, che stavano smarrendo il senso del nostro stare al mondo, che si stavano annoiando, che stavano tramontando senza aver imparato a tramontare. Assumere posture marziali, sentirsi dalla parte giusta della storia è stato per molti riassaporare il gusto di esistere, riacciuffare la dimensione eroica che solo la guerra sembra poter restituire. È quello che era capitato alle giovani generazioni negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, annoiate dalla tranquillità della Belle Époque. Ci sono pagine bellissime di Winston Churchill che descrivono il clima di quegli anni. Anche Stefan Zweigh nel suo libro di memorie Il mondo di ieri (1942) racconta l’euforia collettiva nell’Impero austro-ungarico allo scoppio della guerra: giovani che cantano nelle strade, bande musicali, bandiere che sventolano. Questa volta è toccato alle generazioni più vecchie, prevalentemente maschi in età matura ma non solo, perché il contagio ha colpito anche molte donne. Rousseau mi avrebbe consigliato di tacere. Anche Hannah Arendt mi avrebbe consigliato di tacere. Nietzsche mi avrebbe consigliato invece di comunicare anche questa mia verità scomoda agli amici ed alle amiche. Vediamo quindi sommariamente questi consigli di Hannah Arendt e di Friedrich Wilhelm Nietzsche.
Hannah Arendt: sacrificare la verità all’amicizia
Hannah Arendt affronta la questione del rapporto tra verità e amicizia in molti suoi lavori ma io qui mi limiterò a prendere in considerazione un suo saggio su Lessing. Nel saggio su Lessing la Arendt fa riferimento soprattutto a Nathan il saggio (Nathan der Weise), un dramma in cinque atti di Lessing, pubblicato nel 1779. Il dramma è ambientato nella Gerusalemme della Terza Crociata e mette in scena il mercante ebreo Nathan, il sultano musulmano Saladino e un giovane cavaliere templare cristiano, che attraverso dialoghi e incontri cercano di superare pregiudizi e diffidenze tra ebraismo, islam e cristianesimo. Al centro del testo sta la celebre parabola dei tre anelli, invito alla tolleranza religiosa e alla convivenza pacifica tra fedi diverse.
E cosa dice Arendt in questo testo su Lessing? Dice che se si deve scegliere tra la verità e l’amicizia bisogna scegliere l’amicizia: “La tensione drammatica del dramma risiede unicamente nel conflitto che si crea tra amicizia e umanità da una parte e la verità dall’altra [……] Alla fine, dopo tutto, la saggezza di Nathan consiste unicamente nella sua disposizione a sacrificare la verità per l’amicizia”.
Come interpretare correttamente questo invito?
Nel saggio su Lessing non c’è traccia della distinzione tra “verità di ragione” e “verità di fatto”, che Arendt tematizzerà solamente nel saggio Verità e politica (1967). Quando parla di verità, Arendt usa la parola nella latitudine più ampia possibile: se si deve scegliere tra la verità in ogni sua forma e l’amicizia in ogni sua forma bisogna scegliere l’amicizia.
Il filo conduttore del dramma di Lessing e della riflessione di Arendt è ben riassunto dalla celebre invocazione di Nathan: “Dobbiamo, dobbiamo essere amici!”.
Nietzsche: amicizia, verità e agonismo
La posizione di Nietzsche si colloca in aperta tensione con ogni concezione dell’amicizia fondata sulla sospensione del conflitto. Nella filosofia di Nietzsche verità e amicizia sono strutturalmente connesse: la verità vive di lotta interpretativa e l’amicizia agonistica è una delle forme relazionali in cui la verità può fiorire e svilupparsi. L’amicizia autentica non solo non può rinunciare alla verità, ma trova nella verità la propria prova più esigente e rischiosa.
L’interpretazione di Robert Miner, che definisce la concezione dell’amicizia di Nietzsche come “agonistic friendship”, trova solido riscontro soprattutto in Così parlò Zarathustra (1883 -1885).
Ecco alcuni degli aforismi più significativi di Nietzsche:
«Nel tuo amico devi avere il tuo miglior nemico»
«Se vuoi avere un amico, devi anche voler fare la guerra per lui: e per fare la guerra, bisogna
saper essere nemici»
«Se ami il tuo amico, sii spesso per lui come il suo nemico»
«Col tuo cuore devi essergli più vicino proprio quando gli resisti»
«Tu ami il tuo amico: ma io ti dico: sii per lui un pungolo»
Dire il vero all’amico significa esporsi, assumersi il rischio dell’isolamento e della rottura: «Fummo amici, e siamo diventati estranei. Ma ciò era giusto. Noi siamo due navi, ciascuna con la propria meta».
Il fragile equilibrio delle amicizie e i suggerimenti di Emily Dickinson
Tra tutte le guerre, che insanguinano il nostro presente e agitano le nostre coscienze, quella russo-ucraina è quella che mi turba di più. È anche la guerra rispetto alla quale ho più difficoltà a parlare con gli amici. E tra le difficoltà che ho elencato ritengo che la russofobia costituisca l’ostacolo maggiore. La russofobia è uno spettro spesso agitato strumentalmente dalla propaganda della Federazione russa, ma è anche un sentire che ho riscontrato in molti amici e in molte amiche. È un veleno tossico che non solo rende quasi impossibile un confronto sereno e pacato con gli amici ma che rischia di portare l’Europa in una nuova catastrofe.
Chiudo queste mie brevi riflessioni tornando su Nietzsche e sulla Arendt e inserendo i preziosi suggerimenti che possono venire dalla poesia e in particolare da una poetessa che amo molto: Emily Dickinson.
Il confronto tra Hannah Arendt e Friedrich Nietzsche mette in luce due concezioni radicalmente differenti — e per molti aspetti incompatibili — del rapporto tra amicizia e verità.
Arendt suggerisce di sacrificare la verità all’amicizia. Se la verità può compromettere un’amicizia, Arendt invita a privilegiare l’amicizia e a tacere.
Nietzsche teme l’amicizia quando essa rinuncia alla verità per preservare se stessa. L’amicizia che evita il conflitto diventa un rifiuto della vita, un rifugio dalla vita, una forma di complicità nella debolezza. La verità è per Nietzsche ciò che distingue l’amicizia autentica dalla semplice vicinanza affettiva. Si può e si deve dire sempre la verità anche a rischio di far naufragare un’amicizia. Anche a rischio di rimare soli.
Tutte e due le alternative hanno costi affettivi e cognitivi notevoli e sono difficili da praticare. Tacere con l’amico comporta una perdita di confronto e del conseguente arricchimento cognitivo. Sfidarlo con verità per lui indigeste può comportare la perdita dell’amicizia. Le amicizie si reggono – come suggerisce brillantemente il titolo di una raccolta di lettere scritte da Giuseppe Mazzini alla contessa Marie d’Agoult – su un fragile equilibrio tra i “perché “e i “nonostante”. Dire la verità all’amico e verificare che è in grado di accoglierla può rinforzare i “perché”. Se l’amico non è in grado di accogliere la tua verità, i “nonostante” guadagnano spazio e portano l’amicizia sul piano inclinato della rottura. Anche tacere va ad accumularsi tra i tanti “nonostante” di ogni amicizia.
Forte è il disagio e forte è la tentazione di rispondere all’amico, che inizia un discorso sulla guerra, con la frase di Bartleby lo scrivano “I would prefer not to”. Ma esiste un’altra strada, forse più produttiva. Per disattivare o per lo meno depotenziare l’amor proprio degli amici, che, come suggerisce Rousseau, è uno dei maggiori ostacoli a dire la verità agli amici, potremmo iniziare ogni confronto con l’amico con le parole di Emily Dickinson:
I’m Nobody! Who are you?
Are you – Nobody – too?
Then there’s a pair of us!
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