GUERRA E COLPO DI STATO NELL’EPOCA CONTEMPORANEA E NELL’ATENE DI TUCIDIDE
GIUSEPPE IERACI
“Io odio questo mio libro. Lo odio con tutto il mio cuore.” Sono le parole che Curzio Malaparte scrive da Parigi nel maggio 1948 per introdurre la prima edizione italiana del suo Tecnica del colpo di Stato (p. 9 dell’edizione Adelphi, 2011, dalla quale sono anche tratte le citazioni successive), apparso in origine nel 1931 presso Bernard Grasset, nella collezione “Les écrits” diretta da Jean Guéhenno. Malaparte odia il suo libro per tutto il male che gli avrebbe procurato, la prigione e il confino, ma soprattutto la perdita dell’alone dell’artista e dello scrittore, per finire scambiato per “un essere cinico e crudele, una specie di Machiavelli nei panni di un Cardinal de Retz”. Trattasi invece di un libro bellissimo, che solleva una questione centrale dal punto di vista politico, ovverosia se il colpo di Stato sia un fatto meramente tecnico, riproducibile ovunque se appunto si abbia cura di seguire i passaggi tecnici opportuni, oppure possa essere ridotto ad un epifenomeno, dove i fattori davvero necessitanti sono di altra natura. Questo dilemma teorico viene esplicitato in modo molto gustoso nel primo capitolo del libro, quando Malaparte riferisce di un episodio a cui assistette a Varsavia nell’estate del 1920 durante una riunione del Corpo Diplomatico nella sede della Nunziatura Apostolica, dove si discuteva della situazione corrente in Polonia (cfr. nell’edizione sopra citata le pp. 44-45). Sappiamo infatti che la Polonia è in quel periodo governata dal Maresciallo Pilsudzki e per quanto il suo “Colpo di Maggio 1926” sia ancora da venire, certo la sua condotta è dura e ferma, forse anche non propriamente tollerante nei confronti dei suoi oppositori, che vengono sistematicamente imprigionati. Si discuteva sulle rivoluzioni e Sir Horace Rumbold, ministro inglese, ha uno scambio con Monsignor Ratti (il futuro Papa Pio XI) che – nelle parole di Malaparte – “difendeva senza accorgersi le opinioni di Trotzki” e cioè che la rivoluzione è possibile tanto in un paese civile e organizzato come l’Inghilterra che in un paese “abbandonato all’anarchia, com’era la Polonia in quel momento”. Possiamo immaginarci il volto improvvisamente avvampato di Sir Rumbold – anche se Malaparte non lo descrive così – quando, evidentemente risentito per l’offesa arrecata al suo paese, esclama: “Oh, never!”.
Per molto tempo ho pensato che l’incredulità e lo sdegno del ministro inglese fossero giustificati, tuttora penso che in buona sostanza lo siano e a spiegarne le ragioni teoriche altrove mi sono dedicato, tuttavia alcune recenti letture e riflessioni m’inducono ad allargare il raggio delle mie considerazioni e ritenere che nello schema rassicurante di Sir Rumblod, e molto più modestamente nel mio, possano intervenire fattori perturbanti, che mostrino qualche ragione di validità del “teorema Trotzki-Ratti-Malaparte”. Queste riflessioni mi sono state suggerite dall’incontro con la descrizione del colpo di Stato ad Atene nel 411 a.C. che si trova nell’ottavo libro de La guerra del Peloponneso di Tucidide. Del resto, lo stesso Malaparte fa sovente riferimenti tratti dalla storia antica e in particolare alla congiura di Catilina del 63 a.C., giungendo a chiamare catilinari i partiti di estrema destra e di estrema sinistra, cioè fascisti e comunisti, “che pongono il problema dello Stato sul terreno rivoluzionario”, quelli perché “temono il pericolo del disordine” e “sono gli idolatri dello Stato, i partigiani dell’assolutismo statale”, questi perché “mirano alla conquista dello Stato per instaurare la dittatura della classe proletaria” (op. cit., p. 36). Dobbiamo innanzitutto presentare quello che ho definito il “teorema Trotzki-Ratti-Malaparte”, cioè in cosa consista la riduzione del colpo di Stato ad una tecnica dell’abbattimento del potere costituito e del conseguente Machtergreifung. La tecnica del colpo di Stato, secondo Malaparte, comporta che i catilinari – per dirla nei suoi termini – eleggano come obiettivi i gangli vitali dello Stato inteso come “macchina tecnica”, quindi le stazioni ferroviarie, le centrali elettriche, i centri di raccolta dati e trasmissione delle informazioni, gli ospedali, le fabbriche e le industrie, infine gli apparati amministrativi esecutivi, tralasciando o comunque ponendo in subordine la conquista dei ”palazzi del potere” e dei luoghi istituzionali. Tutti abbiamo nella mente l’assalto al Palazzo d’inverno di Pietroburgo nel 1917, anche per le scene del film Ottobre di Ejzenštejn, ma si tende a sottacere l’azione preliminare dei bolscevichi che, come sostenuto da Malaparte, avevano già occupato stazioni ferroviarie e centrali elettriche, uffici amministrativi e altri centri nevralgici del funzionamento quotidiano della macchina statale, insomma “gli organi tecnici della macchina dello Stato e della città” (op. cit., p. 149). L’intento degli autori del colpo di Stato è di far precipitare il paese nel caos, rendendo il governo al potere incapace di risolvere i problemi organizzativi. Non a caso John Reed nei Ten days that shook the world (1919), la vivida descrizione della rivoluzione bolscevica, sottolinea la difficoltà principale, e non sorprendente alla luce dell’ipotesi di Malaparte, che i rivoluzionari devono affrontare: l’ostinazione di alcuni funzionari zaristi del tesoro a rilasciare i cordoni della borsa, a rimettere in circolo le risorse materiali e finanziarie per far funzionare la macchina statale. Così come può sembrare spiazzante la tesi di Malaparte (cfr. op. cit., p. 220-226) che lo sciopero generale possa costituire un impedimento formidabile al successo del colpo di Stato e dunque un’arma paradossalmente a disposizione dello Stato borghese. Infatti, con lo sciopero generale i sindacati si pongono inconsapevolmente al fianco dello Stato liberale-borghese, impedendo il funzionamento tecnico della macchina statale e vanificando gli sforzi dei rivoluzionari.
La ragione dello sbigottimento del ministro inglese, per tornare al punto di partenza, e anche delle mie perplessità rispetto alle tesi di Malaparte, sta nella constatazione che non tutti i regimi sono uguali, certamente nel 1920 l’Inghilterra di Giorgio V, transitata per la prospera epoca edoardiana, non può essere paragonata alla caotica Polonia creata come nazione indipendente nel 1918. In Inghilterra la democrazia come “stato parlamentare” (per riprendere l’espressione di David Judge, The Parliamentary State, 1993) esisteva da ormai oltre duecento anni ed era decisamente consolidata, mentre tutto era ancora in divenire in Polonia. Detto in termini più asettici, questo confronto molto impressionistico ci porta a sospettare che il processo politico in Inghilterra fosse ormai stabilizzato ad un livello di istituzionalizzazione che non aveva riscontro al tempo in altre parti del mondo. Insomma, possiamo suppore che alcuni indicatori dell’istituzionalizzazione del processo politico (ad esempio, la regolarità elettorale e livelli relativamente significativi di ricambio del governo nel tempo, l’assenza di polarizzazione ideologica tra i partiti, un parlamentarismo efficiente, governi stabili e duraturi, livelli di produzione di politiche pubbliche che garantiscano vaste quote della cittadinanza) siano chiaramente associati alla natura eccezionale del colpo di Stato e in ogni caso al suo probabile fallimento. Al contrario, laddove il processo politico è scarsamente istituzionalizzato – come era in Polonia nel 1920, ma in quegli stessi anni in Italia e in Germania -, oppure dove l’accesso al potere politico è bloccato – come nella Russia zarista – o soffre di un eccesso di centralizzazione, i colpi di Stato possono essere più frequenti e di successo. Quella tecnica della quale ci parla Malaparte e che ha anche descritto John Reed può funzionare nei contesti a bassa istituzionalizzazione politica, non dove vale il contrario.
Senonché su questo quadro teorico sufficientemente confortante e plausibile irrompe la descrizione che Tucidide dà del colpo di Stato ad Atene nel 411 a.C., e per la verità anche suffragata da Aristotele circa un secolo dopo ne La costituzione degli Ateniesi. Infatti, come ha modo di sottolineare proprio Tucidide, ad Atene la democrazia era un regime già ben consolidato ed istituzionalizzato, esisteva ormai da cento anni, cioè dalle riforme di Solone e Clistene, funzionava bene e in definitiva gli ateniesi erano legati e fedeli alla loro polis e alla sua forma di governo. Dunque, perché in queste condizioni favorevoli alla democrazia ha comunque successo la tecnica del colpo di Stato attuata dagli oligarchi nel 411 a.C.? Hanno ragione Malaparte e Monsignor Ratti a pensare che un colpo di Stato sia possibile anche in uno Stato civile e organizzato? Questi interrogativi fanno sospettare che ci potesse essere qualche fattore di “disturbo” nell’Atene del V secolo a.C., che come si può intuire potrebbe essere ricondotto agli effetti destabilizzanti prodotti dalla Guerra del Peloponneso sulle strutture sociali, economiche e politiche di Atene. Ma prima, forse ad uso del lettore, è bene riassumere brevemente i fatti del 411 a.C.
Secondo Tucidide, tutto sortisce dal desiderio di Alcibiade di rientrare in Atene, si trattasse anche di far crollare il regime democratico. Dopo aver vinto il confronto politico contro Nicia e convinto l’Assemblea a votare a favore dell’impresa in Sicilia, Alcibiade era stato travolto dallo scandalo delle Erme (cfr. Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 60-61), costretto dagli eventi all’esilio, riparerà prima a Sparta (414-15 a.C.) e poi lo ritroveremo presso il satrapo persiano Tissaferne in Asia minore (412 a.C.), al tempo in cui la flotta ateniese si trovava di stanza a Samo, rimastale ancora fedele. Alcibiade riesce a ottenere da Tissaferne l’impegno a sostenere militarmente e finanziariamente Atene, in cambio dell’abbattimento del regime democratico e l’instaurazione di una oligarchia, che gli sarebbe valsa la possibilità di rientrare ad Atene (cfr. ib., VIII, 46-49). Questo suo programma politico è sostenuto in Atene da Pisandro e da altri oligarchi (Antifonte, Teramene e Frinico, anche se quest’ultimo ha un atteggiamento piuttosto critico e riluttante che gli costerà la vita). L’Assemblea popolare, così narra Tucidide, inizialmente è sospetta, ma infine “decretò che Pisandro, alla testa di una commissione formata da dieci concittadini, s’imbarcasse per trattare con Tissaferne ed Alcibiade, nei tempi e nei modi che ritenevano più opportuni” (VIII, 54). A seguito degli accordi intervenuti con Tissaferne e Alcibiade, Pisandro e gli oligarchi rientrano ad Atene, facendo scalo in varie città dove abolivano gli statuti democratici (VIII, 65). Giunti ad Atene, convocano l’assemblea popolare e avanzano la mozione di nomina di un “comitato costituente” composto da dieci membri con pieni poteri. Nella proposta di riforma che segue, è prevista la nomina di cinque poedri (presidenti) che avrebbero scelto cento cittadini, ciascuno dei quali, “a proprio arbitrio”, se ne associava altri tre, dando dunque vita al governo dei Quattrocento che doveva “insediarsi nell’ufficio del Consiglio e amministrare con pienezza di poteri lo stato, applicando i metodi da loro ritenuti più efficaci”. Sempre questi Quattrocento – sul cui ruolo tanto ha dibattuto la storiografia – avevano “anche l’autorità di convocare i Cinquemila nel caso paresse opportuno” (VIII, 67, sottolineatura mia). Dunque, venivano abrogate “tutte le cariche previste dal sistema politico vigente” (ib.), il potere passava nelle mani dei Quattrocento oligarchi e l’assemblea – convocata “nel caso paresse opportuno” – era ridotta al numero di Cinquemila, che secondo gli storici dovevano essere i cittadini di rango oplitico e dunque di classe e lignaggio superiore. Fin qui saremmo nei limiti di una “rivoluzione legale”, per citare il titolo di un libro di Marco Tarchi (La rivoluzione legale. Identità collettive e crollo della democrazia in Italia e in Germania, 1993), ma i Quattrocento prendono possesso dell’aula del Consiglio (la bulè dove in regime democratico sedevano i consiglieri estratti a sorte), presentandosi e “tenendosi sotto un pugnale ciascuno […] si avvicinarono ai consiglieri estratti a sorte che si trovavano nell’aula consiliare e suggerirono loro di accettare l’indennità e filarsela” (Guerra del Peloponneso, VIII, 69).
Questa la sintesi del resoconto nudo e crudo che Tucidide ci dà del colpo di stato oligarchico del 411 a.C., con un epilogo molto importante sul quale rifletteremo nelle conclusioni. Infatti, i Quattrocento inviano a Samo – dove si è detto era di stanza la flotta ateniese – dieci rappresentanti con il compito di “addomesticare l’esercito e ad illustrare le finalità della rivoluzione oligarchica” (VIII, 72). Tuttavia, “a Samo serpeggiava un movimento contrario alla costituzione oligarchica”, che già era insorta contro le autorità aristocratiche (VIII, 21) e aveva dato vita ad un “partito popolare”, come lo definisce Tucidide (VIII, 73). Pisandro è abile a spostare questo “partito”, o un suo ristretto circolo di trecento individui, dalla sua parte, ma la maggioranza democratica di Samo “ebbe il sopravvento, eliminò una trentina sui trecento della cospirazione e punì con l’esilio i tre più responsabili del moto” (VIII, 73). Questo episodio è riportato da Tucidide e poi sempre citato dagli storici come la “reazione antioligarchica” di Samo (VIII, 74).
Si pongono due problemi, che non so fino a che punto siano stati affrontati di petto dalla storiografia antica. Perché crolla la democrazia ad Atene, che la praticava a oltre cento anni? Perché è proprio l’esercito, o meglio la marina militare ateniese, ad opporsi al colpo di Stato o rivoluzione oligarchica, quando generalmente i militari sono la forza principale che spalleggia un colpo di Stato? Non ho trovato risposte dirette a questi quesiti in due libri recenti di storici italiani. Luciano Canfora è molto preso da questioni filologiche nel suo libro Tucidide e il colpo di Stato (2021), che poco affascinano chi come me sia interessato alla concretezza dei fatti e alla loro interpretazione, e sostiene la visione tucididea che il colpo oligarchico in fondo sarebbe la riproposizione di una “democrazia moderata”, come doveva esser prima della riforma di Clistene e come lascia intendere la restrizione dei diritti politici ai Cinquemila della classe oplitica. La cosa non pare uno scandalo a Tucidide, visto che egli stesso sottolinea la natura mediata della democrazia ateniese: il Consiglio era estratto a sorte ma ormai “i decreti di quegli organismi ricalcavano con fedeltà le scelte politiche espresse dai cospiratori […] il testo dei discorsi era sottoposto a censura preventiva […] Il popolo stava ritirato” (VIII, 66, sottolineatura mia). Dunque in Atene il popolo non aveva più un ruolo effettivo e la città era di fatto già governata o dominata da una oligarchia, prima ancora che si desse mano alla controriforma costituente sopra descritta. Cinzia Bearzot riecheggia Malaparte nel titolo del suo libro Come si abbatte una democrazia. Tecniche del colpo di Stato nell’Atene antica (2013) ed è più analitica nel suo resoconto, indicando tre fattori che avrebbero favorito la svolta oligarchica del 411 a.C., il ruolo delle eterie (sorta di consorterie partitiche o di frazioni), della propaganda politica diffusa da abili oratori (e sappiamo quanto Tucidide sia prezioso come fonte d’informazione sull’oratoria classica), infine il ricorso da parte dei cospiratori a violenza e intimidazione.
Credo però che un fattore esplicativo cruciale e non abbastanza sottolineato da questi studiosi sia l’impatto politico e socio-demografico della Guerra del Peloponneso – “Oh, never!”. Atene è già stata sfiancata dall’epidemia, forse peste, scoppiata nei primi anni del conflitto, inoltre, pur sfruttando la sua potenza militare per estorcere ricchezze ai suoi alleati, è sul baratro economico, come testimonia la sua inclinazione ad accettare le profferte di Tissaferne per bocca di Alcibiade e dei suoi soci oligarchi. La recente spedizione in Sicilia si è rivelata un disastro economico e miliare. La potenza militare ateniese è essenzialmente navale e gran parte degli episodi narrati da Tucidide sono operazioni anfibie condotte dalla marina militare e dai corpi oplitici trasportati sulle triremi. Dobbiamo brevemente confrontarci con alcuni dati tecnici. (Qui e in seguito, mi affido a Victor D. Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre. Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso, 2008). Le triremi sono unità non particolarmente grandi, ma facili da costruire e rimpiazzare, ciascuna misurava trentasei metri ed era larga sei metri. Poteva trasportare circa duecento uomini tra rematori, ufficiali e combattenti. I rematori erano 170, 108 dei quali erano rinchiusi all’interno dello scafo e destinati a morte certa in caso di affondamento. Dunque, solo una trentina di uomini trasportati da una triremi erano destinati al combattimento, per operazioni di sbarco, o più sovente per la lotta sui ponti di comando una volta effettuato lo speronamento di una nave nemica. I cittadini-rematori appartenevano alla classe dei teti, la più bassa tra quella della strutturazione socio-economica ateniese, le postazioni più scomode e remote erano quelle dei cinquantaquattro talamiti (da thalamos, il punto più basso dello scafo), sopra di loro stavano i cinquantaquattro rematori zigianti del livello superiore (da zyga, travi orizzontali della nave), il primo ordine di rematori, quello con le postazioni preferite e spesso meglio pagate, erano occupate dai sessantadue traniti (a dritta e a babordo). Questi ultimi, pur essendo soggetti ai proietti e ai colpi nemici, avevano in battaglia più possibilità di salvarsi se la nave speronata dall’avversario veniva affondata. Gli altri morivano affogati o passati prima a fil di spada: “Se una nave perdeva i suoi difensori, gli opliti nemici potevano agevolmente massacrare i rematori intrappolati sotto coperta mentre tentavano di raggiungere il ponte, seminudi e privi di armi” (V.D. Hanson, op. cit., p. 311). Si può capire perché dunque “alla fine della guerra, dopo la morte di migliaia di cittadini-rematori, vennero arruolati i poveri, gli stranieri, i residenti e gli schiavi, messi tutti assieme in una caotica uguaglianza sconosciuta persino all’assemblea democratica” (ib., p. 305). Su questo punto converge anche Luciano Canfora (La grande guerra del Peloponneso, p. 70): “Sulle triremi della ‘città tiranna’ infatti ateniesi erano soprattutto i combattenti, gli opliti in assetto di combattimento […] da un certo punto in avanti col proseguire del conflitto e ancor più dopo le perdite immani in Sicilia, rematori non ateniesi o schiavi-rematori entrano in scena”.
Vediamole queste “perdite immani”. Gli scontri navali, come implicito nella organizzazione degli equipaggi e sopra descritta, potevano mandare a picco l’intera flotta di una città-stato con tutto il suo impressionante capitale umano. Cito i dati stimati che riporta Hanson (op. cit., p. 339): nel 433 a.C. a Sibota sono distrutte 300 navi e 60 mila uomini; a Cinossema (411 a.C.) 162 navi e 33 mila uomini; alle Arginuse (411 a.C.) 263 navi e 55 mila uomini; a Egospotami (405 a.C.) oltre 30 navi e 60 mila uomini; le due spedizioni in Sicilia costarono ad Atene la perdita di 216 navi e 45 mila uomini. Conclude Hanson: “In teoria queste perdite potevano abbattere un intero stato in poche ore” (ib.). Secondo le stime degli storici e dei demografi, la polis ateniese e il territorio circostante dell’Attiva dovevano contare nel V secolo a.C. circa duecentocinquantamila abitanti, quattro decimi dei quali (centomila) erano schiavi, i quali vengono sì impiegati sulle triremi nello sforzo bellico, come abbiamo visto, ma non concorrono certamente a rinforzare le schiere oplitiche dei cittadini titolari di diritti politici. “In teoria – scrive Hanson (ib., p. 339) – Atene aveva più di 20 mila teti che potevano mettersi ai remi.” Ma allora, non sembrerebbe implausibile sostenere che la Guerra del Peloponneso, con il suo costo in termini di vite umane stimabile – in base ai calcoli di Hanson sopra riportati – in circa 243 mila perdite, su una popolazione di 250 mila, abbia completamente stravolto il profilo socio-demografico della polis ateniese. Ad Atene, le classi più povere del demos non ci sono più, quel poco che è rimasto della classe dei teti è imbarcato sulle triremi ed è sì disposto a difendere la democrazia, come mostrerebbe l’episodio della rivolta anti-aristocratica a Samo. Ma se ad Atene il popolo minuto non c’è più, allora può sembrare necessario agli oligarchi ridefinire il profilo costituzionale della città, riportarne il governo saldamente nelle mani dei Cinquemila individui di alto lignaggio e di grande possibilità economica, dunque nel controllo delle classi di coloro che combattevano tra le file oplitiche o erano nominati ufficiali, strateghi o navarca. Di fatto, ad Atene “una parte sostanziale del budget militare dello Stato veniva ricoperta da contributi privati […] il che spiega perché la flotta poteva costare più di quanto incamerava la città” (ib., p. 337). Ciascuno dei quattrocento cittadini più facoltosi di Atene (e questo forse suggerisce perché la riforma oligarchica del 411 a.C. punti su questo numero) era precettato come possibile trierarca (comandante di triremi), che “doveva farsi carico delle spese quotidiane della nave – riparazioni, cibo e acqua per l’equipaggio – e di solito fungeva da capitano durante le operazioni di pattugliamento” (ib., p. 322).
“Oh, yes my dear!”, può succedere se il quadro sociale ed economico di uno Stato viene sconvolto da un evento bellico di portata epocale, se intere generazioni d’individui vengono sacrificate sui campi di battaglia e sugli oceani, se nella madre patria questi sono stati rimpiazzati da altre classi o ceti, oppure se le vecchie classi sociali ritornano in auge riappropriandosi degli spazi politici lasciati vuoti da chi è si è sacrificato nella guerra. Così, paradossalmente, la marina militare ateniese a Samo, fatta di teti, schiavi e apolidi, da “the scum of the earth” come Wellington definì la soldataglia inglese nel 1813, resta l’ultimo baluardo contro il colpo di Stato dell’oligarchia cittadina, che approfitta del ribilanciamento delle forze sociali e di classe per tentare di ristabilire vecchi principi e di moderare la spinta democratica.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Endoxa marzo 2025 Giuseppe Ieraci
