LA GUERRA CHE COMBATTIAMO OGNI GIORNO – EDITORIALE

MAURIZIO BALISTRERI

Questa mattina mio figlio mi ha domandato perché le storie girano sempre intorno al tema della guerra. Persone che minacciano di fare guerra, che combattono e cadono in battaglia, che seminano morte e distruzione intorno a sé e che lasciano ai propri figli il compito di uccidere i propri nemici. Non è facile rispondere a questa domanda e non è facile spiegare perché ci facciamo sempre la guerra. Questo vale non soltanto per i popoli e le comunità, ma si può estendere anche alle singole persone. In fondo si potrebbe dire che una delle ragioni per cui la guerra con i carri armati e gli aerei che sganciano bombe non ci sorprende più di tanto, è che passiamo in trincea la maggior parte del nostro tempo: nel nostro spazio di lavoro, quando ci muoviamo per le nostre città e nelle nostre relazioni affettive. Difendiamo posizioni, cerchiamo riconoscimento, reagiamo a ciò che percepiamo come minaccia. A volte senza accorgercene, trasformiamo le differenze in opposizioni e le opposizioni in scontri. Per questo, la guerra che ci viene raccontata nelle storie non è altro che una versione amplificata, resa visibile e drammatica, di conflitti più piccoli e quotidiani che attraversano le nostre vite.

Non sono stato sincero con mio figlio. A mio figlio ho detto ch raccontare la guerra e le sue brutture è semplicemente un modo per esorcizzarla, e ho cercato di spiegargli i benefici dell’effetto catartico che si produce quando, attraverso il racconto, sperimentiamo la violenza e la sofferenza senza esserne travolti. Ho poi aggiunto che le storie possono aiutarci non soltanto a comprendere meglio chi siamo, ma anche a immaginare un’alternativa alle forme di convivenza basate sul conflitto e sulla morte dell’altro. Non ho avuto il coraggio di dirgli quello che pensavo davvero ovvero sia che non siamo capaci, non siamo ancora capaci, di vivere insieme senza sentire il bisogno di seminare morte e sofferenza. In fondo non è passato molto tempo da quando siamo usciti dalle caverne e abbiamo iniziato a modificare il mondo intorno a noi, inaugurando quella stagione che abbiamo chiamato civilizzazione. Le nostre istituzioni, le nostre leggi, le nostre idee di giustizia sono costruzioni relativamente recenti, mentre le paure, gli impulsi e le reazioni che ci attraversano hanno radici molto più profonde.

Fino a poco tempo fa potevamo anche far finta di ignorare questa scomoda verità e lasciarci confondere dall’idea di un progresso lineare, che trasforma le guerre in un ricordo lontano e non più attuale. Erano gli altri che facevano la guerra perché non avevano ancora raggiunto il nostro livello di sviluppo o semplicemente perché ci faceva comodo che comprassero e consumassero le nostre munizioni. Ci raccontavamo che le tragedie più recenti del passato avevano prodotto i necessari anticorpi e che tutt’al più potevamo impegnarci in operazioni di polizia ma non più in guerre fratricide. Nel volgere di un attimo la situazione è radicalmente cambiata e oggi facciamo i conti con la quotidianità di una guerra che, senza che ce ne accorgiamo, si avvicina sempre di più alle nostre case. Lo avvertono anche i bambini, che iniziano a chiederci se la guerra riguarda anche noi e cercano rassicurazioni.

Ragionare sulla guerra non è più un passatempo filosofico, ma un’esigenza pratica sempre più urgente. Non si tratta però soltanto di comprendere le cause dei conflitti o di interpretarne le dinamiche, ma di interrogarsi sul nostro modo di vivere, di relazionarci e di reagire alle differenze. Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare di poterlo fare da soli, abbiamo bisogno di imparare le tecniche per affrontare e gestire il conflitto, abbiamo bisogno di coltivare la nostra immaginazione per trovare soluzioni originali che possano contribuire a costruire comunità sempre più inclusive e accoglienti. Abbiamo bisogno di sviluppare una sensibilità che ci permetta non soltanto di essere più solidali con coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo, ma anche di prenderci cura di chi non è stato capace di essere al passo con le aspettative e le richieste di questo sistema di sviluppo. Fino a quando non impareremo a prenderci cura di noi e degli altri in un modo veramente soddisfacente continueremo a farci guerre nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nei nostri spazi quotidiani. Ma soprattutto continueremo ad aver bisogno anche delle guerre combattute con i carri armati e le bombe, non solo per ragioni politiche o strategiche, ma perché ci permettono di spostare altrove il conflitto (esternalizzarlo), di renderlo visibile fuori di noi e quindi, in qualche modo, più sopportabile. In questo modo le guerre “lontane” rischiano di diventare una forma di autoinganno: un modo per convincerci che la violenza non ci appartiene davvero, che riguarda altri, altri luoghi, altre storie.

 

 

 

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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