RAGIONE E PROVOCAZIONE: PER UNA FILOSOFIA SOLARE NELL’EPOCA DELLO SPETTACOLO PARTECIPATO

LUCA MANDARA

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Recentemente, ho avuto modo di vedere (finalmente!) uno degli ultimi film della saga di 007: Spectre. Il film è tutto giocato su un tema tipico di società che, come la nostra, uniscono una generale decadenza con grande potenziale di rinnovamento: quello del conflitto tra nuove e vecchie generazioni. In particolare, è tutto declinato sul rapporto tra spionaggio e nuove tecnologie digitali: a che servono spie vecchio stampo come Bond se oramai tutto è digitalizzato e, in un modo o nell’altro, reso visibile?

Insomma, il film sembra quasi cercare una giustificazione all’esistenza di questa saga da Guerra Fredda nell’epoca della globalizzazione digitale. Ed è M, la storica dirigente dei servizi segreti inglese, a darla: questo è un mondo ancora pieno zeppo di ombre – dice mentre viene accusata dal Ministro in persona di metodi antiquati – e noi dobbiamo stare lì, nelle ombre, perché il male sa ancora nascondersi proprio grazie a queste tecnologie. Certo, aggiunge l’attempata M, oggi non dobbiamo più combattere contro grandi poteri (leggi URSS), ma contro individui (leggi: terroristi, anarco-capitalisti o anarchici tout court: il comunismo oramai è roba vecchia), ma ciò non significa che non sia ancora l’invisibile a minacciarci.

M, insomma, è fermamente convinta di una grande massima della filosofia occidentale che forse nessuno meglio di Platone è riuscito a sintetizzare, ma la presenta in modo capovolto. Per Platone noi siamo incatenati ad un mondo di ombre, ombre proiettate in realtà da una fonte luminosa superiore origine dell’essere e della verità. Nondimeno, agli occhi pochi attenti, l’apparenza immediata, le ombre, sono la luce, mentre nella quotidianità si danno le spalle alla vera luce, fonte stessa della visibilità. Platone, a differenza di M, crede di dover andare oltre le ombre verso la luce; M, a differenza di Platone, crede di dover illuminare le ombre. La sostanza è la stessa: si tratta di andare al di là di ciò che è immediatamente visibile e di risalire alle sue origini, affermando perciò un’esistenza mediata e derivata a ciò che siamo abituati a vedere. In ciò risiede il potere della ragione: andare oltre, oltrepassare, rendere il fatto un derivato, il reale un processo. Hegel, ben al di là di Platone, riuscì a catturare questo senso di “ragione” nel formidabile metodo dialettico, che al di là delle sue tendenze di sistema assolutistici riuscì a cogliere che ciò che è esistente e immediatamente apparente, non necessariamente coincide con ciò che è reale e razionale. A volte, ciò che è divenuto oggettivo è, appunto, un divenuto che può essere superato. Tale superamento è la necessità relativa a quel momento, eppure è assolutamente invisibile e nascosta. Questa capacità razionale (che è relazionale e storica) è ciò che Marx svilupperà in senso materialistico, demistificando proprio le apparenze in cui gli uomini vivono e lottano (dalle forme giuridico-politiche fino alle forme della coscienza capovolta o ideologica passando per il “feticismo” delle merci) ma che nascondono i loro reali interessi, invisibili, che decidono dei fenomeni storico-sociali di lungo periodo: lo sviluppo delle loro capacità di controllare la natura e, insieme, gli interessi di classe che si sono finora accompagnati a tale dominio. Assunto questo senso di ragione – facoltà capace di ricondurre il moto apparente sul moto reale, ciò che è visibile all’invisibile (che non significa necessariamente trascendente come “al di là”, ma sicuramente come “al di là” dal mondo dell’apparenza) e quindi di mediare (dialetticamente) l’immediato; assumendo che l’invisibile del nostro tempo è una forte contraddizione tra un incredibile potenziale di libertà che preme per realizzarsi in una società che ancora tende a conservare diverse forme di schiavitù, vorrei fare delle considerazioni circa la nostra società assumendola, come ora cercherò di argomentare, come società della produzione industriale del visibile.

Secondo Guy Debord, brillante critico situazionista dello scorso secolo, siamo avvolti dallo spettacolo. È un teatro prodotto industrialmente che trova nei mass-media solo la sua manifestazione più eclatante. Lo spettacolo, infatti, non coincide con la TV né, si potrebbe dire, con quella TV fai-da-te che sono i social network. Lo spettacolo è, in un senso più profondo, l’epoca in cui l’ideologia diventa materiale, dove cioè il nascondimento dei reali problemi sociali e derivanti dai rapporti di produzione capitalistici viene operato direttamente dai prodotti di questa stessa società e non più unicamente dalle forme superiori della coscienza, le classiche ideologie (arte, religione e filosofia). Scrive Debord, che è l’epoca in cui il capitale raggiunge un tale livello di ricchezza da diventare immagine e da produrre anche l’immagine (capovolta) di sé oltre che se stesso: lo spettacolo del capitale, della sua logica di accumulazione, della sua logica della divisione in classi, della sua logica dello sfruttamento, direttamente in dinamiche e oggetti assolutamente materiali, assolutamente visibili, assolutamente tangibili e quotidiani. Ma lo spettacolo non si dà a vedere come tale, bensì come reale.

Così lo spettacolo è l’epoca in cui il denaro, cioè l’immagine astratta e a noi visibile di tutti i valori d’uso con cui viviamo la nostra relazione con la realtà, sembra prodursi spontaneamente senza alcun legame con la sua funzione di fa circolare i prodotti. Esso si accumula apparentemente senza neanche più la mediazione della forza lavoro. Sembra aver raggiunto tale autonomia da non avere più bisogno della propria base. Ci si perde nei suoi movimenti, li si crede autonomi come il più spinto idealismo filosofico riteneva lo “spirito” autonomo dai movimenti della realtà materiale. E così scoppiano crisi che sono dette “finanziarie”, che nascono da “avidi” investitori (gli individui di cui M parlava, si potrebbe supporre) o da “scellerati” consumatori affamati di case e poco previdenti sul loro risparmio. La crisi, forse la più grande mai vissuta finora dal capitalismo, generata da individui giudicati moralmente. E così, l’apparenza nasconde la logica che struttura questo specifico modo di produrre oggetti e rapporti sociali: produrre valore per il valore, accumulare per l’accumulare che equivale a succhiare il sangue di chi lavora al fine di poterne succhiare sempre di più. Fino a che la corda si spezza; il cappio è forse diventato troppo stretto; il sangue non circola più e lo stesso capitalismo si trova senza linfa ed è costretto a vivacchiare in borsa o a distruggere spietatamente la ricchezza finora accumulata (guerre, certo, ma anche la privatizzazione universale della ricchezza prodotta e nel dopoguerra parzialmente resa pubblica; l’aggressiva invasione di ogni spazio e tempo individuale e sociale collettivizzato nelle forme perverse del profilo social o del consumo collettivo di narcotici; l’altrettanto feroce distruzione della natura, che va dai sistematici incendi di foreste fino al famigerato effetto serra). L’organismo oramai è tumorale, sta per finire. Stiamo a un passo dal poterlo superare e guarire. Ma, intanto, tutto questo viene reso sistematicamente invisibile, oscurato da un’esplosione di apparente ricchezza di cui le scienze, le tecnologie, i nuovi dispositivi digitali diventano gli araldi. Giammai neutrali, una volta inseriti in tale rapporto di produzione essi diventano lo spettacolo del capitale: ciò che il capitale lascia vedere di sé per nascondere la nefandezza su cui poggia la sua stessa sopravvivenza. “Don’t be evil”, il motto di Google, ne è il non plus ultra: persino chi supporta il lato digitale della produzione bellica americana oggi può dire “non essere cattivo”. Eppure, come dimenticare l’immenso potenziale di socializzazione e liberazione che accompagna proprio questo sviluppo tecno-scientifico?

Invece lo spettacolo è provocazione della natura, come ebbe a dire, da una prospettiva indubbiamente lontana anni luce da questa, Martin Heidegger. Questi notava lucidamente una profonda differenza tra la poiesis antica e quella contemporanea: la prima, era una pro-duzione, un portare a, un far avanzare nel non-nascondimento, rendere visibile, lasciar apparire, ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto; la seconda, invece, pro-voca, cioè chiede ed estorce in maniera violenta l’energia stessa della natura, quanto più essa ha di suo e che mai avrebbe dato, per trasformarla in materiale da accumulare in un “fondo” di assicurazione permanente con senz’altro scopo che la medesima accumulazione. Tutto questo, per lui, era il progetto proprio della “volontà di volontà” di nietzschiana memoria (guada caso ciò che voleva eliminare l’invisibile a favore della sola apparenza immediata), esito ultimo della storia della metafisica quale oblio della verità dell’Essere (cioè che l’Essere è verità, e la verità è disvelamento che vela) e non l’epifenomeno del principio di accumulazione della società capitalistica. Nondimeno, si potrebbe aggiungere qualcosa al senso di provocazione che forse Heidegger non poteva cogliere dato lo spirito piuttosto oscuro del tedesco della Foresta Nera: la provocazione come vera e propria “presa in giro” della natura (e quindi l’uomo).

 La provocazione, infatti, richiede una reazione, ma qui non se ne vedono se non di meccaniche, almeno per ciò che ne possiamo sapere finora. Mentre il prendere in giro non sembra implicare nel suo concetto una reazione, ma a volte anche una condiscendenza della vittima. Così, è recente la notizia che, su idea dell’artista Trevor Paglen, Elon Musk, dopo aver lanciato nello spazio una Tesla, intende lanciare nel prossimo ottobre “Orbital Reflector”. Si tratta di una scultura lunga una trentina di metri, alta circa un metro e mezzo, che ambisce a rendere visibile l’invisibile. L’opera rifletterà la luce del sole mentre orbiterà intorno la Terra e l’idea è quella di fare da contraltare all’invisibilità delle infrastrutture satellitari. Come se in questo modo si potesse rendere visibile quel potere invisibile che dall’alto ci controlla. Finalmente, insomma, l’uomo può vedere quanto è bravo a sprecare energia e risorse per opere che di artistico sembra abbiano ben poco, ma che di spettacolare hanno tanto. Senza addentrarsi in una critica estetica di siffatto oggetto, e dando per supposta una “pre-comprensione” che chiamare cose del genere “opere d’arte” è come chiamare gli spaghetti al Ketchup pasta al sugo (cioè buttare fumo negli occhi), mi limito a richiamare il pensiero di Herbert Marcuse, un autore che nell’arte vedeva l’anticipazione di un futuro, di una nuova unità tra uomo e natura, tra sensi e spirito; l’anticipazione, cioè, di una realtà finalmente unita dopo essere stata divisa per necessità di sopravvivenza e, insieme (e oggi forse solo), per interessi di classe. Non è affatto una concezione elitaria dell’arte: chi lavora nel campo con un minimo di coscienza, passione e conoscenza, potrà apprezzare ovunque il senso che l’arte ha storicamente avuto col suo portato di verità sociale, quindi di sofferenza e insieme di speranza, di conflitto e di anelito a risolverlo definitivamente. Qui, invece, si concentra tutta la divisione che il capitalismo e il suo spettacolo operano tra l’uomo e la natura. Utilizzare risorse immani per manifestare la forza dell’uomo senz’altro fine che questo spettacolo; rispecchiare la propria maestà sull’universo, tenerla bene a mente, quasi per volersene convincere. Risorse non finalizzate ai reali bisogni dell’uomo, compresi quelli di uno sviluppo libero delle proprie facoltà estetiche; risorse che vengono trasformate e quindi consumate per affascinare e affabulare circa la giustezza di una società capace di mobilitare le forze della natura nascondendo, però, l’invisibile sfruttamento di essa (e dell’uomo che ne è parte). Il capitale diventa opera d’arte e ne neutralizza la funzione di immaginare un futuro diverso; l’ideologia diventa un vero e proprio oggetto visibile e toccabile così da ottundere del tutto il senso e la ragione di un’alterità immanente, e la meraviglia non attiva più alcuna ricerca delle origini della propria realtà, bensì solo l’acquiescenza del lavoratore-consumatore-spettatore addomesticato.

Ma lo spettacolo trova i suoi limiti, diremmo naturali. La spettacolarizzazione del boom degli anni ’60 crolla miseramente sotto la propria indifferenza verso la morte nella promessa della falsa eternità della propria esistenza accumulatrice. Ma anche il cemento armato si consuma, ancor di più se viene intensamente sfruttato. Ma subito si mobilita la macchina spettacolare per riproporre uno spettacolo sostitutivo fatto di polemiche vacue, parole false e vere, informazione mescolata a disinformazione per mantenere segreto e invisibile il nocciolo di questa società: la mescolanza tra miseria e ricchezza, tra crisi e potenziale rinascita. Così, anche chi illumina gli interessi privati che hanno contribuito al disastro umano (perché quello di Genova è il simbolo del crollo non di un ponte ma di un sistema sociale), in realtà lo addita a un singolo, a una proprietà addirittura presuntamente familiare quale quella dei Benetton, ammanigliati con il PD e quindi al PD. Ecco trovati i capri espiatori veri, ma falsi nella misura in cui diventano gli anti-eroi di paladini della giustizia altrettanto falsi e forse ancora più miseri. Almeno nell’altro campo si è spesso chiari nel presentarsi non come individui quali non si è, bensì come figure di rapporti sociali conflittuali. In questa commedia dell’arte all’italiana, si nasconde ancora il segreto, che tace: la contraddizione di un sistema sociale che per interessi particolari distrugge ciò che vi è di universale: la vita biologica, fisica, psichica, storica, quando in realtà, per le forze che ha oramai mobilitato, potrebbe potenziarla. Non costruire solo ponti fisici, ma universali. E l’infrastruttura digitale ne è indubbiamente un’anticipazione.

Compito di chi ha avuto i mezzi per poter sviluppare facoltà intellettuali, diventa oggi più che mai quello di smascherare il segreto: l’abituale sfruttamento a cui ci hanno talmente assuefatti da non sentirne neanche più la miseria. Illuminare l’invisibile e rendere noto ciò che è massimamente ignoto, come voleva il Nietzsche della Gaia scienza: imprimere all’essere il carattere del divenire. Non per deprimersi, ma per comprendere che solo sapendosi malati è possibile scoprirsi disposti alla guarigione. Una scienza dunque gaia, perché consapevole del potenziale di libertà che si nasconde in ogni misera schiavitù. Combattere nelle ombre contro le ombre, per riprendere da dove siamo partiti: perché i vampiri, si sa, agiscono di notte. Ben vengano le accuse di romanticismo se questo significa lottare per la luce.

CINEMA Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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