NESSUN AUTOMA, TUTTI AUTOMI

Canard Automatique

SIMONE POLLO

Il nome di Cartesio è uno spauracchio per chiunque si occupi della questione del riconoscimento di una qualche forma di status morale agli animali non umani e delle responsabilità umane che conseguono a tale riconoscimento. Cartesio, infatti, sostenne l’idea per la quale gli esseri umani sarebbero gli unici viventi dotati del privilegio di una mente, mentre tutti gli altri animali dovrebbero essere considerati nient’altro che macchine. È certo vero, sosteneva Cartesio, che gli animali sono capaci di comportamenti sofisticati che potrebbero fare presumere una qualche attività mentale come loro causa, eppure quei comportamenti non sono altro che l’esito del lavoro di parti materiali finemente congegnate allo scopo produrli. Gli animali, cioè, non sarebbero altro che orologi. I loro comportamenti sarebbero il frutto delle cieche operazioni di ingranaggi, biologici ma pure sempre ingranaggi. Il progettista di automi così sofisticati sarebbe il Creatore, che all’inizio dei tempi decise di attribuire la res cogitans solo all’essere umano, lasciando gli animali al loro destino di semplice res extensa, semplice anche se organizzata in modi sofisticati. Tale destino – e qui risiede la ragione dell’essere Cartesio uno spauracchio – era quello di non avere alcuna possibilità di riconoscimento morale. Agli animali non solo mancava l’anima secondo Cartesio, ma anche le loro sofferenze non erano autentiche. I versi strazianti di un cane torturato non sarebbero altro che reazioni automatiche di un sofisticato meccanismo che, tuttavia, non ha alcuna esperienza in prima persona delle torture subite. Qualsiasi forma di simpatia verso quelle sofferenze, quindi, sarebbe per Cartesio mal riposta: sarebbe come provare simpatia per i rumori prodotti dalle martellate che fracassano un orologio.

C’è da dire che la posizione di Cartesio non è esemplare della storia del pensiero occidentale, tanto nella riflessione filosofica quanto nel senso comune, che frequentemente hanno riconosciuto agli animali capacità mentali ed emozioni. Di fatto, però, la posizione di Cartesio è divenuta esemplare e paradigmatica dell’atteggiamento di esclusione degli animali dalla sfera morale sulla base della loro presunta mancanza di capacità mentali. L’affermazione di questa mancanza è oggi privata di qualsiasi attendibilità scientifica. Dopo Darwin non si può più dichiarare l’esistenza di confini netti e invalicabili fra le varie specie viventi, e così fra l’Homo sapiens e il resto degli animali. Proprio a partire dalla rivoluzione scientifica di Darwin, inoltre, nel nuovo quadro della biologia si sono aperte linee di ricerca che hanno mostrato la ricchezza e la complessità delle capacità mentali degli animali non umani. Oggi, grazie all’etologia cognitiva, l’idea che gli animali non umani siano privi di capacità mentali e di emozioni deve essere considerata come un’idea priva di alcun riscontro empirico e, pertanto, semplicemente falsa. Per raggiungere questo dato l’etologia cognitiva, nel corso del suo sviluppo, ha dovuto superare le obiezioni e lo scetticismo di quanti (non senza ragioni di fondo metodologicamente valide) ritenevano che la ricerca e il riconoscimento di capacità mentali negli animali corressero il rischio di essere pericolosamente minate da errori di antropomorfizzazione, ovvero da indebite attribuzioni di caratteristiche umane agli animali non umani.

In realtà, come ha mostrato brillantemente il primatologo Frans de Waal nel suo libro Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (Raffaello Cortina 2016) di sviste antropomorfiche nel corso della storia dell’etologia cognitiva ce ne sono state parecchie, ma non nel senso originariamente previsto dai critici dell’impresa di indagine delle capacità mentali degli animali. Gli stessi etologi cognitivi (e con loro molti filosofi della mente), infatti, hanno “tarato” le proprie aspettative e i propri quesiti scientifici, e quindi i protocolli di ricerca, su parametri umani, troppo umani. Le capacità mentali di cui si andava alla ricerca (e i comportamenti che avrebbero dovuto rivelarle) erano modellate sul parametro umano. Ciò ha talora generato errori che a posteriori appaiono assai divertenti, come quando si è giunti alla conclusione che gli elefanti non avessero capacità di riconoscersi allo specchio sulla base di esperimenti che mettevano i poveri pachidermi a confronto con specchi minuscoli, adatti ad esseri umani ma non ad animali di quella stazza. Quando gli elefanti sono stati stati finalmente messi davanti a specchi di dimensioni adeguate si è constatata la loro capacità di riconoscere l’immagine nello specchio come la propria, e quindi – forse – di avere anche una qualche consapevolezza di sé. Questo genere di errori manifestano residui di antropocentrismo, anche se probabilmente inconsapevoli, nella misura in cui continuano ad affermare l’idea che l’essere umano sia misura di tutte le cose, e quindi anche delle capacità mentali degli animali. La prospettiva darwiniana, tuttavia, ci obbliga ad abbandonare qualsiasi pretesa del genere, nella misura in cui nel mondo vivente non si danno posizioni centrali o di vertice. Le capacità mentali umane non sono “superiori” a quelle animali, non rappresentano il meglio che l’evoluzione possa produrre e pertanto non possono essere considerate misura di alcunché. È vero, invece, che, essendo il mondo darwiniano un mondo di parentele, si possono trovare affinità e somiglianze fra gli esseri viventi.

Il mondo darwiniano, tuttavia, non è solo un mondo di somiglianze, ma è anche un mondo di differenze. L’errore di una ricerca sulle menti non umane tarata sulle capacità umane è proprio quello di oscurare queste diversità. L’Homo sapiens, come ogni altro vivente, deve le sue capacità alla particolare storia evolutiva che lo ha portato ad essere quello che è. Per dirla in termini molto generali, la mente umana è quanto di meglio le variazioni genetiche casuali dei nostri antenati sono riuscite a produrre nell’incontro con le sfide ambientali che si sono di volta in volta presentate nel corso della storia evolutiva. Per comprende le capacità mentali (e non) di un essere vivente bisogna quindi considerare la sua storia evolutiva e l’ambiente nel quale si trova a vivere. Adottare questo criterio è un vaccino contro il criterio antropomorfico di cui si è detto.

Se si assume seriamente il vaccino darwiniano antiantropocentrico e si cessa di considerare le capacità umane come metro di riferimento si deve abbandonare l’idea che la coscienza sia il criterio decisivo per riconoscere la presenza di una mente o comunque di capacità mentali. Come sottolinea Peter Godfrey Smith nel suo Altre menti (Adelphi, 2018) dovremmo fare retrocedere la nostra indagine a una capacità più primitiva ed elementare della coscienza. Questa capacità è definibile – sostiene Godfrey Smith – come quella di “avere esperienza”. Un essere ha esperienza di qualcosa nel momento in cui ha delle capacità di valutare il proprio ambiente e interagire con esso. In termini molto schematici, avere esperienza per un essere vivente, quindi, significa essere in grado di discriminare e comportarsi conseguentemente. Per un essere sapere discriminare significa che ciò che gli accade gli fa una differenza, ovvero che quell’essere ha un punto di vista. Per avere esperienza e quindi un punto di vista non sembra necessario, quindi, avere una coscienza, intesa come una qualche capacità di attribuire consapevolmente a se stessi i proprio contenuti mentali e sensoriali (ammesso che sia così semplice identificare la presenza di una coscienza così intesa).

Focalizzarsi sulla nozione di esperienza consente di rendere i confini del “mentale” molto più incerti e indefiniti. Questa sfocatura dei confini consente un ulteriore ampliamento oltre il mondo animale. Le recenti e sempre più note ricerche sulle capacità cognitive delle piante sono, fra l’altro, l’esito di una ridefinizione di criteri di ricerca sulla cognizione che li allontana da parametri non solo antropocentrici, ma anche animalocentrici. L’osservazione del mondo vegetale secondo questi criteri porta a scoprire capacità di cognizione e apprendimento in quei viventi che, anche dopo la caduta del pregiudizio cartesiano, sono stati considerati come una sorta di automi organici, ovvero meccanismi fatti di materia biologica ma sostanzialmente inerti. Le ricerche sulla cognizione vegetale ci mettono di fronte a piante capaci di fare esperienza, in quel senso detto sopra, di apprendere e di orientare di conseguenza il proprio comportamento (per avere idea del fatto che anche le piante hanno un comportamento è sufficiente osservare un filmato in stop motion di una pianta e vedere come questo ne riveli i movimenti e le interazioni con l’ambiente).

Di Cartesio, quindi, sembra non rimanere nulla, dal momento che nel mondo vivente non sembra restare alcuna traccia di automi. Anche le piante sono organismi capaci di esperienza, cognizione e apprendimento e quella divisone fra un solo essere dotato di res cogitans e un mondo di orologi fatti di res extensa cade del tutto. In modo un po’ provocatorio possiamo concludere che in verità l’idea di Cartesio va rifiutata non perché non ci siano più automi nel mondo vivente, ma perché va riconosciuto che tutti gli esseri capaci di mente ed esperienza, umani inclusi, sono di fatto automi. Quello che ci insegna la prospettiva darwiniana è che è la materia, la res extensa, attraverso i lunghi e tortuosi percorsi dell’evoluzione, è riuscita a diventare res cogitans, ovvero materia vivente capace di avere esperienza in modi diversi e articolati, a seconda delle diverse storie filogenetiche. Umani, animali non umani, vegetali: siamo tutti automi, meccanismi biologici capaci di esperienza, una facoltà che non è altro che una sofisticata organizzazione della materia, ma che nulla ha a che fare con presunte anime o spiriti.

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