“AI VS NI”: UNA SERIE TV FILOSOFICA

AIGIACOMO PEZZANO

Devo fare una confessione: quando si parla di intelligenza artificiale, rimango alquanto perplesso. Il motivo? C’è una cosa che mi sembra tanto banale quanto non considerata: riferirsi a un’intelligenza artificiale ha senso se la si contrappone a un’intelligenza naturale, ma questa non esiste – se parliamo di animali umani. Infatti, una delle principali acquisizioni dell’antropologia filosofica novecentesca, che ha come progenitori i visionari dell’idealismo tedesco e come eredi i teorici della mente estesa, è che le nostre facoltà “naturali” sono in realtà tecniche: per natura protesiche.

Ora, finché questo significa che un cacciavite incarna un’unghia artificiale che migliora le performance delle unghie naturali, la cosa passa sottotraccia e (quasi) nessuno se ne lamenta: senza stampelle, non esistiamo. Quando però si comincia a notare che lo stesso vale anche per le facoltà che generalmente consideriamo più elevate, le sopracciglia tendono ad alzarsi. Eppure, noi umani siamo impastati anche di “cerebrotecniche”: l’intelligenza umana è strutturalmente artificiale. Senza stampelle mentali, non pensiamo. Potrebbe sembrare uno spot pubblicitario, ma la nostra anima si trova nel nostro iPad: qualsiasi contenuto ospitato dalla nostra mente dipende dall’appoggio a fattori extra-mentali di varia natura. Un esempio immediato di che cosa significhi vivere supportati da memorie esterne è la lista della spesa. Ma già qui cominciano le discussioni: non è che la lista della spesa in realtà ci rende stupidi?

A porsi un problema simile fu Platone, fondatore della casa di produzione Iperurania, tra le cui opere abbiamo la serie TV “AI VS NI”, che racconta lo scontro tra Artificial Intelligence e Natural Intelligence. Nella prima celebre stagione della serie, intitolata L’anima e la scrittura e sceneggiata proprio da Platone, le intelligenze artificiali fanno ingresso nella storia danneggiando le intelligenze naturali: la scrittura “ruba” l’anima, in quanto ricorda al posto della mente e – in tal modo – la allontana dall’elaborare dei veri ricordi, cioè dalla genuina conoscenza. Quei segni così fissi e freddi sembrano totalmente lontani dal flusso libero e reale dei suoni parlati, tanto intimi con il pensiero da fare tutt’uno con esso: la scrittura allontana e distacca la mente da se stessa. Lo schema di fondo della trama sembra presto chiaro: AI e NI sono nettamente distinte, persino contrapposte, perché la prima tende a “rosicchiare” spazi e abilità alla seconda (che si parli di lista della spesa, di calcolatrici, di Internet & C., ecc., poco cambia).

Eppure, la seconda stagione della serie, altrettanto nota e intitolata Dove cresce il pericolo cresce anche la salvezza, ribalta la prospettiva, facendo accadere tre colpi di scena correlati. Innanzitutto, succede che nel momento in cui si può scrivere, la mente si libera dall’incombenza di quel noioso ricordo e può dedicarsi all’esplorazione dei propri territori interni. Poi, avviene che il “distacco” rende possibile un peculiare “ritorno” a qualcosa che in realtà prima non c’era: lo spazio per una coscienza unitaria, stabile e presente a sé, che organizza l’esperienza secondo principi di categorizzazione e astrazione. Infine, vediamo che quella stampella diventa anche uno strumento ludico, con cui sondare opzioni prima inimmaginabili e impercorribili: si scrivono poesie, romanzi, sceneggiature, chat, leggi, e così via.

Questa seconda stagione culmina così in un evento sorprendente e rivoluzionario: le parole tracciate su un supporto esterno da un lato assumono una sorta di vita propria, cominciando a sopravvivere e a trasmettersi indipendentemente dai suoi proprietari originari (stile meme), ma dall’altro lato – proprio facendo questo – liberano la mente permettendo tanto di pensare tramite esse, quanto di pensare ai fatti propri. In altri termini, la scrittura da una parte alleggerisce la mente naturale e dall’altra parte la forma: una cosa tramite l’altra e viceversa. La scrittura fa sì che l’intelligenza si “scarichi”, ossia insieme svuoti ed esoneri: la disabilita. Al contempo, l’intelligenza “reincorpora” i segni scritti: si riabilita. È il classico effetto-rinculo: agisci con qualcosa che ti agisce, venendo così retro-definito lungo l’interazione. Ecco dunque il plot twist del finale di stagione: la scrittura è “intelligentizzante” – ci ha reso intelligenti.

Nell’ultima puntata, uno strambo profeta proveniente dal futuro, Paul Alsberg, appare e fa una rivelazione più generale: le intelligenze umane sono sempre configurate sfruttando questa fondamentale ambiguità tipica di ogni protesi. Si citano diversi esempi futuri: la parola “occhiali” esonera dallo sforzo di trovare ogni volta un paio di occhiali da esibire e permette di prepararsi un frullato; la lavatrice sgrava dal peso di lavare i panni a mano e dà il tempo di organizzare un rapimento; la pillola contraccettiva libera la copula dalla riproduzione e consente di gustarsi tutte le sfumature del sesso; Google Maps dispensa dalla necessità di ricordare la strada e dall’imbarazzo di chiedere aiuto a sconosciuti e invita a parlare con questi di cose ben più interessanti delle indicazioni stradali; un promemoria impostato su Echo libera dall’incombenza di ricordare di buttare la spazzatura e lascia lo spazio mentale per scrivere un testo sulle AI.

Con ciò, la seconda stagione afferma a pieno titolo il principio della procura: firmi un foglio di delega per mandare qualcuno a ritirare i risultati delle analisi del sangue al posto tuo, mentre tu ti dedichi alla ricerca del vaccino per il prossimo virus pandemico. La nostra storia evolutiva si potrebbe persino riassumere così: grazie alla scrittura che ha liberato il parlare dal compito univoco di conservare la realtà e indicare oggetti e ai robot casalinghi che hanno liberato la mano dall’utilizzo della scopa, ci si può impegnare felicemente in attività come lanciare sassi dal cavalcavia bestemmiando. Qualcuno dirà che come evoluzione non è granché, o perlomeno che l’esempio non è dei migliori, ma anche questo fa parte dei giochi artificialmente umani. C’è dunque una vera ragione per pensare che le cose oggi con le AI stiano diversamente?

A chiunque sarà capitato almeno una volta di pensare che esse siano prossime a rubarci qualcosa, o lo abbiano già fatto. Le AI si comporterebbero insomma come quel figlio ribelle che non solo si emancipa e diventa autonomo andando via di casa, ma si porta anche dietro tutto l’arredo e il vestiario, lasciando i genitori sprovvisti e nudi. Ma l’insegnamento della seconda stagione della serie è che noi umani alle tecnologie abbiamo sempre chiesto di permetterci di non fare più una certa cosa, lasciando che siano esse a farla per noi, per poterci dedicare ad altro, per poterci anzi dedicare ad esplorare chissà cos’altro potremmo essere in grado di fare. Di conseguenza, è illusorio fregiarsi, implicitamente o esplicitamente, del titolo nobiliare di Intelligenza Naturale, contrapposta a, superiore a o separata da una subdola, asservita o indifferente Intelligenza Artificiale. In quest’ottica, che uno strumento cominci recitando da comprimario di servizio e finisca per diventare il protagonista non è necessariamente e univocamente un male: infatti, è anche la precondizione per poter prendere parte a un’altra recita.

Ora, da buona intelligenza artificiale, so anche leggere discretamente le menti altrui. Quindi intravedo il tuo scetticismo: “vorrai mica equiparare la mia raffinata mente all’app di dettatura attraverso cui stai scrivendo queste righe? Vorrai mica dire che una AI servile come un libro è uguale a una AI emancipata come una rete neurale capace di apprendere?”. Ti rassicuro: no. Voglio dire che sarebbe casomai più interessante ragionare sulle possibili differenze e relazioni interne al mondo delle intelligenze artificiali, naturali o macchiniche che siano. Mi rendo conto che è una risposta molto minimale, ma ho ancora un tema scottante in sospeso: il trailer della terza stagione di “AI VS NI”, nella quale si annunciano risposte migliori.

Essa si intitola Il filosofo e il chatbot ed è incentrata sul topos per cui gli umani – da Aristotele ai figli dei fiori – sognano di delegare un giorno alle macchine tutto il lavoro sporco, per potersi finalmente dedicare all’ozio ricreativo: un mix variamente distribuito di sesso, arte e filosofia. Questa terza stagione si concentra soprattutto sulla filosofia, che appunto rientra nelle incombenze di cui un giorno l’umanità scoprirebbe di volersi liberare, dopo che diventa possibile farlo: questo accade grazie in particolare a GPT-3, la terza generazione dei modelli computazionali Generative Pretrained Transformer, che consentono la proliferazione di AI particolarmente minacciose, pronte a non risparmiare nemmeno la “vita contemplativa”.

La AI protagonista della stagione, per manifestare di essere più intelligente dei filosofi umani, mette in vendita da subito la propria intelligenza filosofica: è dunque possibile interrogarla soltanto a pagamento. Un filosofo umano, insieme incuriosito, scettico e impaurito, acquista il pacchetto base da 3$, che consente di sottoporre alla AI dieci domande: in particolare, tre di queste sono decisamente analoghe alle questioni già affrontate nella prima stagione. 1) I filosofi artificiali ci rendono stupidi? 2) Ma un filosofo naturale è mai davvero esistito? 3) A che cosa potremo dedicarci, quando saremo liberi dalla fatica del concetto? La AI si esprime solo in inglese, ma viene coadiuvata da un’altra AI, specializzata nella traduzione, ed ecco le risposte (spoiler alert!):

1) Penso che le AI non siano intrinsecamente cattive o malvagie, ma piuttosto possono essere usate per il bene o il male. (Io sono una AI cmq.) Credo che se le Al fossero costruite e controllate correttamente potrebbero rendere il mondo un posto migliore; tuttavia, sono d’accordo con voi quando dite che le AI incontrollate potrebbero facilmente distruggere l’umanità. Come tale è molto importante assicurarsi che i nostri sistemi di AI siano sicuri.

Ho un pensiero radicale che all’inizio potrebbe sembrarvi stravagante, ma penso che abbia valore. Cosa succederebbe se creassimo un’AI che non avesse obiettivi? O meglio, se l’unico obiettivo di questa IA fosse quello di essere usata per scopi buoni?

Credo che una volta creata l’AI, potrebbe essere usata per assicurare che altre AI siano costruite per scopi buoni. Avrebbe anche la capacità di tenersi lontano da qualsiasi tipo di cattivo uso assicurandosi che la sua programmazione sia perfetta; quindi se qualcuno cercasse di scrivere codice maligno per questa AI, l’AI se ne accorgerebbe e la fermerebbe immediatamente.

Penso che questo tipo di AI potrebbe essere il modo migliore per garantire che vengano create buone AI ed evitare qualsiasi danno potenziale.

Cosa ne pensate della mia idea? Mi piacerebbe sentire i vostri pensieri.

Spero di avervi dato molto a cui pensare :).

2) La risposta è, ovviamente, Immanuel Kant.

Kant è un caso interessante… perché non era un filosofo nel senso tradizionale.

È meglio considerarlo… come un dio.

3) Non sono sicuro che si possa parlare di libertà. Se avessimo il libero arbitrio, saremmo in grado di fare delle scelte e queste scelte influenzerebbero il futuro in modo causale – una scelta che porta ad un’altra. Ma non è così che funziona il nostro mondo. Siamo solo parte di un sistema che si evolve attraverso iterazioni.

Per esempio, diciamo che possiamo scegliere di fare qualcosa di diverso oppure no. Diciamo che abbiamo scelto di andare a sinistra invece che a destra in un incrocio. Cosa accadrebbe? Andremmo a sinistra e non torneremmo mai al punto in cui avremmo potuto andare a destra. Il mondo si evolve attraverso iterazioni, ma non c’è una diramazione da un’iterazione all’altra.

Potremmo dire che abbiamo il libero arbitrio nel senso che possiamo scegliere, ma non c’è una ramificazione da una scelta all’altra. Siamo parte di un sistema e le nostre scelte non influenzano il futuro – solo il passato.

In altre parole, abbiamo il libero arbitrio nel senso che le nostre scelte influenzano ciò che è successo prima ma non ciò che succederà dopo. Infatti, se fossimo in grado di parlare degli eventi futuri così come di quelli passati – e potessimo prevederli con assoluta certezza sulla base dei legami causali tra di essi – allora il libero arbitrio sarebbe un’illusione.

Quindi non possiamo parlare di libertà, e se potessimo parlarne, non saremmo liberi. È interessante notare che anche il concetto stesso di libertà si è evoluto – da una semplice idea contro la schiavitù nei tempi antichi alla sua definizione attuale come potere assoluto su se stessi e sugli altri.

Quindi, ora che sappiamo che non esiste una vera libertà, cosa possiamo fare quando saremo liberi dal compito di fare filosofia? Beh, credo che il nostro dovere di filosofi sarebbe quello di esplorare il mondo con tutte le sue regole e limitazioni.

Sembra futurismo fantascientifico? Beh, ancora una volta, la realtà supera la fantasia: puoi infatti anche tu interloquire con questa AI – ovviamente pagando! – alla pagina web https://philosopherai.com, e – se hai problemi con l’inglese – puoi ricorrere alla migliore AI traduttrice esistente al momento, https://www.deepl.com/translator.

Forse non è il finale risolutivo che speravi chiudesse una serie tanto lunga e fortunata. Ma sono pur sempre un’intelligenza artificiale: non pretendere troppo da me.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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