MACELLERIE DELLA STORIA

PIER MARRONE

Diciamoci la verità: il genere umano a uno sguardo complessivo non offre uno spettacolo entusiasmante, per quanto antropocentrici possiamo essere, per quanto possiamo essere convinti in base a qualche credenza religiosa oppure perché aderiamo a qualche filosofia della storia che ci assicurano che abbiamo un posto preciso nella storia universale, che svolgiamo una funzione positiva e che siamo destinati a un progresso, sebbene a tentoni e non lineare e non privo di regressi. A me che non ci sterminiamo in tutto il mondo continuamente, pare un miracolo che a differenza dei miracoli richiede una spiegazione diversa dalla fede.

La storia sembra essere percorsa da ondate di sadismo, di crudeltà gratuita, di volontà di arrecare male e sofferenza per il mero gusto di farlo. E questo sadismo che molte volte non conosce nessun limite, se non l’estinzione delle vittime verso il quale si esercita, non appare come qualcosa di episodico, ma, al contrario, come un dato strutturale della natura umana. Questa costante antropologica suscitava lo sconforto anche di un filosofo come Hegel, che pure era animato da una fede nella ragione, intesa come forza universale che si dispiega nell’universo che noi costruiamo, ossia nella storia. Però lo sconforto lo abbandonava presto, poiché Hegel era talmente fiducioso in questa potenza universale che addirittura intendeva la filosofia come una filosofia della storia, ossia come l’analisi della spinta che la ragione esercita nella storia umana.

La ragione è da intendere come un agente attivo che giustifica tutto ciò che accade, anche quanto appare come male assoluto, perché è sempre all’opera un’eterogenesi dei fini, che indirizza perfino il male sconfinato e senza condizioni verso qualcosa di positivo. Però, prima di chiederci come facesse Hegel a sapere tutte queste cose, va pur notato che anche in lui, dotato palesemente di un ottimismo che non si può qualificare che come cosmico, qualche dubbio deve pur averlo avuto. Nella introduzione alle Lezioni sulla filosofia della storia, Hegel riflette sul fatto che “Quando osserviamo lo spettacolo delle passioni e scorgiamo le conseguenze della loro violenza, della loro stupidità, quale si associa non soltanto alle passioni stesse, ma anche e perfino di preferenza a quanto c’è di meglio in materia di buone intenzioni, di fini conformi al diritto, quando vediamo nascere di qui il male, la malvagità, il tramonto degli imperi più floridi che lo spirito umano abbia prodotto, possiamo solo riempirci di tristezza per questa caducità in generale, essendo questo tramonto non soltanto un’opera della natura, bensì della volontà dell’uomo.”

Il male non nasce solo dalle intenzioni malvage, ma perfino dalle intenzioni buone delle quali è lastricata la via per l’inferno. Tutta la pace della quale godiamo, che ci sembra una condizione naturale destinata a permanere per lo meno per il corso delle nostre vite, null’altro è se non una nostra distorsione prospettica, che ci fa scordare tutte le sofferenze pregresse dell’umanità. Naturalmente, lo sconforto di Hegel durava ben poco, perché il suo ottimismo cosmico lo indirizzava verso un’altra interrogazione. “Ma mentre consideriamo la storia alla stregua di un tale banco da macellaio – immolate su di esso la felicità dei popoli, la saggezza degli Stati e la virtù degli individui –, ecco di necessità il pensiero anche domandarsi a chi, o in vista di qual fine, siano state offerte vittime in quantità così enorme.” La risposta di Hegel è che tutto deve essere interpretato in vista di una storia mondiale del quale lui si incarica di tracciare le coordinate.

Non so se questo compito enorme, che eccede qualsiasi titanismo superomistico, possa essere considerato ai nostri occhi qualcosa di diverso dal dispiegarsi ciclopico di un ottuso ottimismo. Questo ottimismo era certamente il retaggio di una teologia provvidenzialista che interpretava le vicende umane alla luce della trascendenza e della redenzione individuale, eppure aperta a tutti. Ma nel caso di Hegel non c’è trascendenza della storia, non esiste una salvezza individuale, esiste il dispiegarsi della ragione che indirizza in maniera per noi incomprensibile, ma evidentemente non incomprensibile a lui, la storia verso la sua realizzazione. Ma che cosa è questa realizzazione? La realizzazione medesima della razionalità. Tuttavia, che cosa intendesse Hegel con razionalità a me non è mai parso troppo chiaro. Si potrebbe certo dire che la storia è la ragione che si realizza e la razionalità si realizza nella storia, ma chiunque capirebbe che siamo di fronte a una bella e inestricabile circolarità alla quale i funambolismi linguistici e concettuali del suo idealismo hanno dato una patina di profondità. Oppure, e la cosa non è affatto assente in Hegel, si può dire che la razionalità si realizza in ogni momento in qualsiasi cosa accada, perché esiste una necessità dell’accadere di certi eventi, probabilmente tutti in realtà. Le mie vicende non hanno significato dal punto di vista della storia universale, ma dal momento che sono un componente, per quanto irrilevante, dell’umanità, anche quello che accade a me possiede un qualche senso, a me ignoto, ma non ignoto a Hegel.

Il celebre mantra hegeliano che “il reale è razionale e il razionale è reale” è una furba tautologia, ma non possiede nessuna funzione esplicativa, perché equivale a dire che “quello che c’è, c’è”. Viene da chiedersi chi si sia mai potuto accontentare di questo povero succedaneo di ben più ricche teologie, che non possiede nemmeno lo spessore di racconto fantasy che è proprio dei miti religiosi. Nella storia tutto deve essere in linea di principio spiegato, altrimenti non c’è conoscenza storica, ma semplice collezione di accadimenti, ma ci sono molte cose che sfidano la nostra capacità di trovare una spiegazione causale, per la vertigine di crudeltà e di sadismo nella quale ci precipitano. La parola che forse è una delle prime che ci viene in mente da associare a ondate di massa di sadismo e crudeltà è Olocausto. La parola è inestricabilmente associata allo sterminio di sei milioni di ebrei in Europa per mano dei nazisti tedeschi e dei loro sgherri. Ma l’Olocausto degli ebrei in Europa non è stato un evento eccezionale nella storia. Ovvero, ogni evento nella storia è unico e irripetibile, ma non mancano certo analogie con innumerevoli altre stragi che sono state commesse in altri luoghi e in altre epoche da volenterosi carnefici. Ed è precisamente qui che secondo me deve inserirsi la domanda su quale sia l’analogia tra eventi accomunati da incredibile sadismo e crudeltà. È uno dei dilemmi di un volume di David Stannard, Olocausto americano, che documenta con precisione le dimensioni dello sterminio al quale andarono incontro tutte le popolazioni insediate nei continenti che chiamiamo Americhe a partire dall’arrivo dell’uomo bianco e dei conquistatori spagnoli, portoghesi, inglesi.

Spesso nei manuali si dice che questo sterminio fu causato soprattutto dalle malattie che vennero importate dagli europei e alle quali le popolazioni native non erano immuni. Questa spiegazione è solo parzialmente vera, poiché un’immunità naturale avrebbe avuto il tempo di svilupparsi nel corso del tempo, e le epidemie non spiegano affatto la scomparsa di intere popolazioni e di intere culture delle quali solo ora cominciamo a comprendere la ricchezza. Certamente risponde a verità che le malattie introdotte dagli invasori europei hanno causato il numero maggiore di morti rispetto a qualsiasi altra causa di distruzione. Ma opereremmo un grave errore prospettico se sostenessimo che lo sterminio di decine di milioni di persone non sia stato parte di un progetto genocidario e sia stato invece la conseguenza di movimenti migratori. Sarebbe un errore che rientrerebbe in quello che alcuni studiosi hanno chiamato “il lato tenero del razzismo antindiano”, che esprime dolore per il triste destino delle popolazioni indigene, lasciando intendere che il loro destino era inevitabile e magari sottintendendo che le loro morti rientravano in un grande disegno darwiniano di sopravvivenza del più adatto e del più forte.

Queste distruzioni non furono né inevitabili né prive della pesantissima responsabilità personale e collettiva dei conquistatori. Il calo demografico complessivo delle popolazioni che entrarono in contatto con gli europei nelle Americhe si attesta secondo calcoli recenti tra il 95% e il 99%. Si tratta del più grande sterminio di massa documentato nella storia dell’umanità. Dal momento che non ritengo sia possibile rintracciare in tutto questo un qualsiasi posto in una storia progressiva dell’umanità, che realizzerebbe il destino della ragione, bisogna pur porsi il problema di quale sia la necessità di documentare questi avvenimenti. Ha indubbiamente senso e direi che si tratta in definitiva di un dovere morale ricordare i crimini del passato, soprattutto quando hanno la dimensione di eccidi di massa. Elie Wiesel ci ha avvertito sul rischio di dimenticare, perché scordare i morti, obliare le incredibili sofferenze delle vittime non riguarda le persone che sono morte, alle quali forse non importa nulla, ma riguarda noi, perché le sofferenze del passato, se conosciute, ci potrebbero far desiderare un futuro migliore.

Anche Elie Wiesel, tuttavia, potrebbe essere stato troppo ottimista, ma per i motivi sbagliati. Ripensiamo ai resoconti che ci sono stati trasmessi a proposito dei massacri compiuti dagli spagnoli in America del Sud e in Centro America. Non manca nulla al repertorio più sfrenato di un sadismo incontrollato: massacri di massa di popolazioni disarmate e che accoglievano gli spagnoli amichevolmente; donne stuprate e poi mutilate; seni tagliati e genitali asportati; bambini e neonati uccisi sbattendo le teste sulle rocce; adolescenti uccisi per scommessa per vedere se si era capaci di tagliargli in due con la spada; anziani decapitati; intere popolazioni schiavizzate nelle miniere di Potosì per estrarre l’argento; minatori che morivano in capo a poche settimane per la fatica e la denutrizione; cani addestrati a squartare neonati; orecchie tagliate per rubare gli orecchini; nasi tagliati; cadaveri profanati per rubare i gioielli con i quali alcune popolazioni seppellivano i morti.

A un certo punto ci fu qualcuno che mise a confronto la conquista spagnola con quella inglese del Nord America, imputando alla prima un più elevato tasso di crudeltà. Ma i resoconti e le indagini storiche chiariscono che non c’è stata nessuna competizione nella crudeltà e stilare una classifica non ha alcun senso. Anche inglesi e americani si sono distinti per l’efferatezza delle opere di sterminio, per gli inganni ai danni delle popolazioni locali, per i numerosi e continuati genocidi di popoli e culture dei quali riusciamo con fatica a immaginare la grandezza e la ricchezza culturale. Benjamin Franklin si lamentava dell’attrattività dello stile di vita dei nativi per gli europei, una circostanza segnalata da numerosi autori. Si potrebbe pensare che ci sia molto del mito del buon selvaggio dietro a considerazioni del genere. In fin dei conti, anche i nativi erano uomini e per questo stesso fatto non immuni dalla crudeltà. Ma se la carta si lascia scrivere, abbiamo notizie di numerosi coloni che nel corso di almeno tre secoli si recarono spontaneamente a vivere tra le popolazioni locali. Non si conoscono casi, invece, di nativi che spontaneamente si siano recati a vivere presso inglesi e americani e ne abbiano abbracciato lo stile di vita. Cosa c’era di attraente nello stile di vita indiano? Dai resoconti che ci sono stati trasmessi sembrerebbe che quanto veniva apprezzato era soprattutto l’egualitarismo e il senso comunitario, virtù necessariamente deficitarie in una prolungata guerra di sterminio e di conquista condotta da individui momentaneamente aggregati nelle falangi degli aggressori. Si cominciò a parlare di migliaia di europei che si erano trasferiti a vivere tra gli indiani, mentre si lamentava che nemmeno un nativo avesse abbracciato volontariamente lo stile di vita degli invasori. Del resto, quali attrattive avrebbe potuto avere, ammesso che fosse stato possibile demolire il muro di razzismo che giustificava stermini, stupri, ladrocini, profanazione di cadaveri, uccisione di neonati?

Inoltre, a tutta questa incredibile quantità di sadismo genocidario si aggiungeva il fattore religioso. I colonizzatori inglesi ritenevano i nativi bugiardi, pigri, ma soprattutto adoratori del diavolo. In realtà, si distinguevano poco da coloro che non accettavano la pacificazione armata nell’Irlanda, la colonia interna dell’Inghilterra, anche se nessuno forse si sarebbe spinto a definire i cattolici adoratori del diavolo. Se c’era un divario di civilizzazione, forse questo doveva essere ricercato nella diversa concezione della guerra, che molte delle popolazioni sterminate avevano. Una concezione altamente ritualizzata, che non sembrava prevedere lo sterminio genocidario, dove i conflitti erano spesso originati da offese personali che potevano molte volte essere sanate con il pagamento di tributi. La vastità degli spazi disponibili, l’abbondanza di risorse, che garantivano una riproduzione sociale relativamente sicura attraverso le generazioni, non rendevano conveniente una guerra di stile europeo, alla quale le popolazioni indigene non erano in alcun modo preparate e che le fece soccombere nonostante l’enorme preponderanza numerica. Inoltre, gli europei furono abili a sfruttare le rivalità presenti tra diverse popolazioni.

Lo sterminio di donne e neonati e adolescenti fu il meccanismo fondamentale per provocare il disastro demografico che fece scomparire, come si diceva, oltre il 95% delle popolazioni native. Lo sterminio degli ebrei in Europa fece scomparire 6 milioni di individui. Ma questa cifra ci racconta l’intera verità demografica? Ovviamente no, perché mancano all’appello oltre 30 milioni di ebrei che non sono potuti nascere. Nel caso delle popolazioni americane, quale dovrebbe essere questa cifra? I numeri dello sterminio sono basati su stime, che raffinandosi gli strumenti, si sono incrementate nel corso degli anni. Forse sono morti oltre cento milioni di individui. Quante persone non sono potute nascere? Quanti talenti sono stati sottratti alla storia dell’umanità? Hegel forse si chiederebbe dal basso del suo ottuso ottimismo che cosa abbiamo avuto in cambio di questo numero impressionante di morti? Qualcosa che vale la pena? Come si può solo pensarlo? Come può esistere qualcosa che redime questa serie apparentemente inestinguibile di crimini?

Un elemento che accomunava spagnoli, portoghesi, inglesi e poi americani era la religione cristiana. Questo è fattualmente vero, come sono attendibili i resoconti di religiosi che giustificavano gli stermini con la religione, ad esempio quando insistevano che i nativi fossero battezzati prima di essere ammazzati. Ma questo elemento semplicemente si aggiunge al sadismo che si scatenò incontrollato e lo ritroviamo in altre forme anche nella storia recente. Nello sterminio dei kulaki in Ucraina da parte di Stalin; nello sterminio genocidario della popolazione cambogiana da parte dei khmer rossi; negli stupri di massa dell’esercito sovietico che avanzava in Europa nella marcia che portò alla sconfitta del nazismo: ha senso dire che quanto accomuna questi crimini sia stato il fatto che vennero perpetrati da comunisti? Il comunismo, come la religione cattolica si aggiunse al sadismo proprio degli esseri umani, che non vedono l’ora di esercitarlo quando pensano di poterlo fare impunemente. Non c’era né nel cattolicesimo né negli scritti di Lenin o di Stalin una chiara, reiterata, esplicita volontà genocidaria. Questa volontà era invece presente nell’ideologia nazista.

Sappiamo da numerose indagini che coloro che si abbandonarono a queste orge di sangue erano spesso degli individui come noi, che fecero ciò che fecero solo perché ebbero l’occasione di commettere i loro crimini protetti dall’impunità. Sarebbero possibili massacri di queste dimensioni al giorno d’oggi? Un ragionevole pessimismo antropologico mi inclina a immaginare una risposta positiva, ma è chiaro che questa deve essere in parte mitigata dal fatto che sembrano improbabili, almeno nell’orizzonte del tempo breve. Perché? Una delle ragioni è che otterrebbero una quasi immediata pubblicità presso l’opinione pubblica mondiale, che non tollera o non è più abituata alla pianificazione di stermini di massa. In un mondo connesso questo potrebbe avere delle ripercussioni a vari livelli (economico e politico, soprattutto). Ma forse c’è un’altra ragione, che non riguarda tutti i sistemi politico, ma solo le democrazie rappresentative, dove vige un sistema periodico di selezione dei governanti basato sul suffragio universale. Sembrerebbe che questi sistemi non si fanno la guerra tra di loro. Al momento questo è un asserto empirico, ma ci potrebbero essere delle ragioni sostanziali perché le democrazie non sono portate alla pianificazione di guerre e stermini di massa. Se così fosse, allora si potrebbe concludere, con un certo ottimismo questa volta, che un antidoto al sadismo, che quasi ogni essere umano alberga dentro di sé, esiste e merita di essere diffuso nelle istituzioni di tutto il mondo.

La storia mondiale è percorsa da un’irredimibile ingiustizia. Ne trovo una conferma teorica forse dove non ci si attenderebbe di incontrarla, ossia nell’opera di un filosofo libertario e ultraliberale, Robert Nozick, Anarchia, stato e utopia. Per Nozick l’unico sistema economico moralmente giustificabile è un capitalismo basato su “atti economici tra adulti consenzienti”, come ironicamente li qualifica. Questo significa che ogni esisto distributivo è giustificato solo se è derivato storicamente da esiti distributivi antecedenti che siano stati liberi e immuni da violenza e costrizione. Ma questo significa inoltre una sola cosa: che dal momento che gli assetti distributivi attuali sorgono inevitabilmente da qualche atto che nel passato è stato ingiusto, allora non possono essere giusti. La speranza di un mondo più giusto deve essere allora abbandonata? Credo che quasi nessuno tra di noi sia pronto ad ammetterlo, ma per farlo dobbiamo riconoscere onestamente questo fondo oscuro di malvagità che esiste nella costituzione dell’essere umano. Il katéchon (freno) del quale parla Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, che impedisce che il potere si inabissi nelle tenebre del male, come pure accadrà per lui prima della seconda venuta del Cristo, è fuori di noi, è nelle istituzioni che preservano, imperfettamente e in maniera contingente, le nostre, imperfette e contingenti, libertà.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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