PERSONALITÀ, ANIMALITÀ E IL SENSO DELLE CATEGORIE MORALI

FEDERICO ZUOLO

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Negli ultimi anni vi sono stati diversi casi in cui associazioni, intellettuali o giudici hanno utilizzato la categoria di persona a proposito degli animali. Il caso probabilmente più famoso è quello del Great Ape Project, un’associazione internazionale formata da filosofi, etologi e attivisti nel campo dei diritti animali, che sta combattendo da anni per il riconoscimento dei grandi primati come persone aventi un pacchetto di diritti di base (vita, libertà, non sofferenza) analoghi a quelli umani. Diverse iniziative politiche sono state promosse a partire da questo movimento. Da menzionare per la sua importanza simbolica è la legge presentata dal governo socialista spagnolo e approvata nel 2008 che si proponeva di implementare tali principi. Sul versante giuridico la sentenza forse più avanzata e simbolicamente rilevante è il riconoscimento nel 2016 da parte di un giudice argentino del diritto all’habeas corpus per uno scimpanzé. Un’analoga battaglia legale è stata promossa da Steve Wise e si sta tutt’ora svolgendo nello stato di New York. 

Senza entrare nei dettagli di casi che hanno radici e principi comuni ma storie differenti, non si può non notare il tentativo di estendere in pratica una categoria tradizionalmente ed eminentemente umana, quella di , anche ad alcuni animali. Come vedremo più avanti, già da alcuni decenni diversi filosofi hanno sostenuto la necessità di estendere alcune categorie umane agli animali. Ma la portata del riconoscimento della personalità ad (alcuni) animali è sicuramente maggiore dato che pare poter permettere un effettivo riconoscimento pratico e giuridico di alcuni principi e non si limita solamente ai dibattiti filosofici.

Queste proposte, che intendono usare l’idea la personalità morale per alcuni animali, possono essere indice di una certa esigenza sociale, ma non avere necessariamente i crismi di un uso teoricamente appropriato. Per verificare che tutti questi usi dell’idea di personalità morale siano proposte teoricamente fondate e non meri appelli aventi uno scopo puramente pragmatico di difesa degli animali, dobbiamo interrogarci preliminarmente sul senso della nozione di personalità e sulla sua funzione.

In primo luogo la nozione di personalità ha un significato eminentemente giuridico. In tal senso personalità significa soggettività ed è posseduta da individui naturali o entità artificiali che sono capaci di rispondere delle proprie azioni, cioè hanno capacità autonoma decisionale rispetto agli altri soggetti. Avere personalità significa essere soggetto di diritti e doveri nei confronti delle altre personalità e risponderne in proprio. Affinché si possa essere titolari di personalità giuridica si deve soddisfare certi requisiti anagrafici (avere la maggiore età per le persone) e certe capacità mentali, o avere un certo statuto, capacità organizzative e patrimoniali nel caso degli enti artificiali e collettivi.

Lasciando da parte la questione degli enti artificiali e collettivi, questa risposta alla questione giuridica può essere considerata soddisfacente per i nostri scopi ma limitata poiché non risponde alla domanda fondamentale: quali sono gli individui a cui può e deve essere riconosciuta la personalità? Per rispondere a questa domanda dobbiamo uscire dal campo del diritto ed entrare in quello della morale. Non ogni entità individuale o collettiva, infatti, può e deve essere un soggetto giuridico non solo perché non ne avrebbe le capacità, ma anche perché attribuire la personalità indiscriminatamente farebbe perdere il senso normativo proprio alla personalità stessa.

Quindi dobbiamo porre nuovamente la domanda su quali siano quelle entità che hanno il diritto a essere riconosciute come portatrici di personalità e chiederci sulla base di quali criteri possiamo attribuire la personalità. Contestualmente si dovrà tenere in considerazione la funzione che l’idea di personalità deve svolgere.

La personalità morale è, infatti, un attributo di status, non una proprietà naturalmente posseduta dagli individui. Ovvero, è una sorta di riconoscimento formale da parte di altri. Tuttavia, deve essere attribuito sulla base di proprietà possedute dagli individui. Così come lo status di onorevole deputato è attribuito a coloro che sono eletti, ci si può chiedere quali siano le proprietà che determinano il possesso della personalità. Tali proprietà possono essere naturali, convenzionali o non-naturali. Partendo dalle proprietà non-naturali, cioè quelle proprietà non empiriche degli individui, si potrebbe pensare che la personalità debba essere attribuita sulla base di proprietà come il possedere l’anima o l’avere un’entità nuomenica kantiana. Ma a prescindere dalle preferenze filosofiche è difficile stabilire in maniera non controversa se un individuo possieda effettivamente l’anima o abbia un noumeno. E per capire se la personalità possa essere attribuita agli animali abbiamo bisogno di verificare delle proprietà riconoscibili da tutti. Quindi è il caso di scartare le proprietà non-naturali. Alternativamente si può pensare che l’attribuzione di personalità si possa basare su proprietà convenzionali, ovvero stabilite in maniera contestuale da parte di altri individui (tipicamente persone) che riconoscono lo status di personalità e lo impongono sulla base di regole sociali convenzionali. Ma anche questa soluzione non sembra funzionare perché non ci permette di chiarire se tale attribuzione sia corretta, e non soddisfa le esigenze di generalità e indipendenza dai contesti che solitamente richiediamo all’idea di personalità morale.

Non rimangono infine che le proprietà naturali. Ma quali sono? E perché dovremmo (e potremmo) attribuire uno status morale così importante sulla base del mero possesso di qualità naturali, cioè empiriche? Non stiamo commettendo un errore categoriale, se non una fallacia, cioè una moralizzazione della natura?

Diverse teorie sono state proposte per rendere conto di queste domande. Focalizzandoci sull’attribuzione della personalità morale agli animali si devono almeno menzionare i seguenti approcci. In primo luogo, si potrebbe pensare che la mera appartenenza alla specie umana possa garantire la personalità morale. Tuttavia questa risposta può essere tacciata di specismo ovvero di indebita valorizzazione di un dato naturale (la mera appartenenza di specie) che non dovrebbe avere valore morale, analogamente alla mera appartenenza di razza. Anche se si possono nutrire dei dubbi su questo tipo di argomento critico che intende estendere agli animali i predicati morali solitamente riservati agli esseri umani, è sicuramente vero che attribuire la personalità morale sulla base della mera appartenenza di specie non rende conto del fatto che anche all’interno della stessa umanità vi sono casi in cui sospendiamo l’attribuzione di personalità morale. Gravi handicap mentali, forme avanzate di demenza, o gli stati iniziali dello sviluppo individuale costituiscono condizioni in cui si trovano individui che si ritiene solitamente non posseggano le capacità proprie per essere persone morali. E quali sarebbero quindi queste capacità? Solitamente si ritiene che siano un insieme di razionalità, capacità di agire autonomamente, riflessività e/o altre virtù del carattere che rendono un individuo capace di agire moralmente, ovvero di essere responsabile, di seguire principi etc.

Tutte queste capacità sono variamente intrecciate e possono essere definite in maniere differenti. Pertanto, per dare unità e semplicità al discorso, molte teorie prendono la capacità di agire (agency) in senso proprio come fattore qualificante per la personalità. La capacità di agire significa in tal senso essere l’origine delle proprie azioni, esserne responsabile ed eventualmente essere in grado di saper giustificarle.

Se la capacità di agire è un criterio adeguato per fondare la personalità morale, possiamo su questa base estendere la personalità anche agli animali? Se la capacità di agire è all’origine del nostro essere morali, non si può pensare che almeno alcuni animali siano capaci di agire dato che mostrano dei comportamenti che paiono connotati moralmente? Diversi studi di etologia e primatologia hanno mostrato che diversi mammiferi hanno capacità proto-morali, ovvero, tra le altre cose, le capacità di comportarsi in maniera cooperativa e reciproca, e anche di avere esperienze empatiche. Non è chiaro però se dal fatto che degli animali esprimono questi comportamenti osservabili possiamo inferire che gli animali in questione abbiano la capacità sottostante che attribuiamo agli esseri umani. Infatti, sebbene molti animali sappiano apparentemente empatizzare o collaborare, non sanno rendere conto delle proprie azioni, non agiscono in base a ragioni e principi, e nemmeno pretendiamo che lo sappiano fare.

Questo elemento di dubbio è ulteriormente corroborato da un altro aspetto strutturale della nozione di personalità che è indipendente dal tipo di capacità su cui la personalità si basa. L’idea di personalità è solitamente intesa come uno status morale che viene attribuito in toto oppure che non viene attribuito. È vero che nell’ambito del diritto si stanno discutendo casi di personalità parziale, ad esempio, a proposito di minori ai quali viene riconosciuta una parziale capacità di autodeterminarsi. Ma dal punto di vista morale la questione rimane spinosa. Certamente si può pensare che i minori o le persone adulte con minori capacità di agire autonomamente siano in un certo senso persone morali solo parzialmente. Questo tipo di idea sembrerebbe poter lasciare uno spazio per un analogo riconoscimento a favore degli animali.

Tuttavia l’idea della personalità morale parziale mi pare essere un uso problematico della nozione di personalità stessa. L’idea di personalità, infatti, è stata tradizionalmente pensata come uno status il cui riconoscimento garantisce un insieme di diritti e doveri uguali. In tal senso l’idea di personalità è strettamente connessa a quella di uguaglianza. Solo presupponendo che abbiamo uno status uguale di persone, possiamo pretendere uguali diritti e doveri. In altre parole, la personalità è solitamente intesa come una proprietà di campo, non come una proprietà scalare, che si può possedere o non possedere ma una volta che viene riconosciuta è posseduta ugualmente. Questa distinzione serve per risolvere l’annoso problema delle basi dell’eguaglianza. Come abbiamo appena visto, l’attribuzione dello status di personalità si basa su delle proprietà naturali che gli individui debbono possedere. Ma tali proprietà naturali sono possedute in maniera ineguale dalle persone. Intelligenza, capacità di agire autonomamente, capacità di rispondere alle richieste altrui, empatia, sensibilità morale, sono tutte abilità e disposizioni che variano anche tra individui con simili altri caratteri naturali e acquisiti. Come potremmo sostenere, quindi, che le persone debbono essere trattate come eguali? Lo possiamo fare, appunto, se concepiamo la personalità morale non come una proprietà scalare, cioè posseduta in gradi, bensì come una proprietà di campo che è posseduta ugualmente da tutti coloro che hanno almeno un livello essenziale della proprietà naturale su cui si basa la proprietà di status della personalità.

Pertanto si può obiettare che attribuire la personalità morale anche a (certi) animali è una mossa problematica dato che non possiamo presumere che le proprietà rilevanti per attribuire la personalità siano uguali tra lo standard umano e lo standard di quegli animali che si vorrebbero includere (ad esempio i grandi primati). Se è così, non si pone un problema per le basi dell’uguaglianza? Non si rischia di attribuire come uguale uno status le cui basi non sono proprio uguali?

Con questo si può riprendere l’ipotesi precedente di personalità parziale e mostrare come sia difficilmente accettabile perché la parzialità di cui si faceva cenno era una parzialità temporanea (i minori che stanno per diventare adulti, cioè personalità morali in senso pieno) o una parzialità da perdita (ad esempio, nel caso di un essere umano che ha perso la capacità di essere una persona a seguito di un incidente o di una malattia).

Se, quindi, queste strade portano a un vicolo cieco, non si potrebbe abbandonare l’idea che la personalità debba necessariamente essere un attributo eguale, e aprire la strada a diversi livelli di personalità morale? Su questa idea ritornerò alla fine di questo intervento. Ma prima di fare ciò è il caso di vedere brevemente le soluzioni proposte dalle due principali teorie filosofiche sugli animali: l’utilitarismo di Peter Singer e la teoria dei diritti di Tom Regan.

Peter Singer in Etica pratica (1993) propone di riconoscere lo statuto di persone agli animali auto-coscienti, ovvero a tutti gli animali che si caratterizzano per avere un qualche senso del sé, dato dalla capacità di proiettarsi nel futuro, avere memoria, carattere e aspettative. Tali animali non sono “rimpiazzabili” con altri esemplari della stessa specie e sono, in un certo senso, unici. Nel novero degli animali di questo tipo, Singer include sostanzialmente la gran parte degli animali con cui abbiamo a che fare. Gli animali esclusi sarebbero in linea di principio rimpiazzabili in quanto meramente coscienti, cioè soltanto capaci di avere esperienze sconnesse senza una continuità e dimensione temporale. Agli animali auto-coscienti, secondo Singer, si dovrebbe riconoscere un pacchetto base di diritti, analogamente a quelli umani; mentre gli animali meramente coscienti sono moralmente rilevanti solo per quel che riguarda la loro capacità di soffrire o avere esperienze piacevoli. Tali esperienze, come tutte le altre esperienze rilevanti, debbono essere prese in considerazione nel calcolo utilitaristico ma non possono garantire la tutela del diritto alla vita.

Tom Regan, invece, in I diritti animali (1983) elabora una teoria dei diritti animali sulla base del principio secondo cui almeno alcuni animali (mammiferi di età di almeno di un anno) sono soggetti-di-una-vita, ovvero individualità irriducibili. A differenza di Singer, agli animali soggetti-di-una-vita dobbiamo riconoscere diritti uguali, poiché sono portatori di un valore intrinseco (l’essere delle soggettività) che non può essere ridotto ad altro e non può essere scambiato con altri valori per il perseguimento di un qualche altro fine.

Quale di queste due teorie meglio si adatta a rendere conto dei caratteri della personalità morale di cui abbiamo discusso sopra? Da un lato, sembra che la teoria di Regan sia la più adatta perché attribuisce ugualmente una proprietà morale (il valore intrinseco della soggettività) e conferisce un insieme di doveri deontologici. Dall’altro, però, anche la teoria di Singer sembra significativa in tal senso perché accoglie molti più animali al proprio interno e quindi sembra una vera estensione agli animali dell’idea di personalità. La teoria di Regan, del resto, ha un doppio ordine di problemi. In primo luogo, non è chiaro che cosa si debba fare con gli animali che rimangono fuori dall’inclusione nella soggettività. Sarebbe strano non attribuire un qualche status moralmente rilevante ai mammiferi esclusi dalla soggettività o agli esemplari troppo giovani per averla ancora sviluppata. In secondo luogo, la proprietà moralmente rilevante che basa la personalità, l’essere soggetti-di-una-vita, sembra essere un carattere molto umano, forse troppo, quasi fosse una mera proiezione sugli animali di ciò che riteniamo dotato di valore negli umani. Ma come possiamo essere sicuri che gli animali in questione tutti e ugualmente posseggono tale carattere così propriamente umano?

Dall’altro lato, la teoria di Singer è sicuramente più accogliente, ma tende, volontariamente, a togliere la dimensione egualitaria dalla personalità. Per Singer, infatti, l’uguaglianza di status tra gli individui è una chimera o una vacua illusione dato che ciò che conta sono solo le diverse capacità naturali e gli interessi che gli individui hanno. Rispetto a questi dobbiamo applicare il principio di uguale considerazione degli interessi e trattare in maniera ugualitaria lo stesso interesse, ad esempio a non soffrire o ad essere nutrito, di individui di specie differenti. Ma così facendo la nozione di personalità, con la sua caratteristica spinta verso l’uguaglianza, perderebbe di senso poiché per valutare ciò che dobbiamo a certi individui dovremmo considerare esclusivamente i loro interessi, indipendentemente dal loro eventuale status. Infatti, se ancora volessimo usare la nozione di personalità morale dovremmo individuare diversi livelli di personalità a seconda dei tipi di individui che stiamo considerando e delle loro rispettive capacità rilevanti. (A margine, si può notare come questa soluzione sia quella proposta da Jeff McMahan in The Ethics of Killing. Problems at the Margins of Life 2002).

Di fronte a queste difficoltà concettuali riguardanti l’estensione dell’idea di personalità morale agli animali, credo sia giunto il momento di smettere di chiedere all’idea di personalità morale ciò che non può garantire. Come abbiamo visto, l’idea di personalità ha caratteristiche proprie – essere uno status esigente, tendenzialmente ugualitario, e riconosciuto solo sulla base del possesso di caratteri come la capacità di agire che pochi esseri hanno – le quali mal si attagliano all’estensione agli animali, se non a una ristrettissima classe di essi. Ciò non vuol dire, però, che dobbiamo abbandonare le motivazioni alla base di questa esigenza di estensione. Tali motivazioni, ovvero l’esigenza di riconoscimento degli interessi degli animali, della loro importanza e specificità, possono, invece, essere accolte in altro modo, ovvero dalla nozione di status morale.

Cos’è lo status morale e in cosa di differenzia dalla personalità morale? Per status morale si intende la considerabilità morale di un essere, ovvero il fatto che questo essere non sia di per sé moralmente indifferente. Si tratta in tal senso di una nozione che comprende anche la personalità morale ma che è molto più ampia. Si dice solitamente che un ente può avere status morale solo se ha interessi propri, ovvero se può essere beneficiato o subire un torto in quanto essere individuale. Ad esempio, si può danneggiare un quadro e possiamo anche riconoscere un valore al quadro, ma il quadro non ha status morale perché nel danneggiarlo non facciamo un torto al quadro stesso ma al valore e al senso che ha per l’umanità o per tutti gli esseri in grado di apprezzarlo. A differenza di un quadro, invece, si può fare un torto a un animale o beneficiarlo nella sua individualità: ad esempio, se un animale soffre o viene ucciso, vengono colpiti gli interessi propri a non soffrire o a vivere dell’animale stesso.

Vi sono diverse teorie per determinare quali sono le proprietà che un essere deve possedere per avere uno status morale. Mi limito qui a ricordare la più diffusa e meno controversa. Secondo quest’insieme di teorie per avere uno status morale è sufficiente essere un essere senziente, ovvero essere capace di avere esperienze positive o negative, di benessere o dolore. Questa nozione è ovviamente molto più ampia di quella di personalità e inclusiva di gran parte degli animali (per lo meno di quelli aventi un sistema nervoso centrale).

Perché sostengo che è sufficiente utilizzare la nozione di status morale per rendere conto degli interessi degli animali invece che imbarcarsi in una complicata riformulazione dell’idea di personalità? Questa domanda non è peregrina perché la nozione di status morale è non solo molto vasta ma può anche essere molto debole tanto da non rappresentare uno strumento sufficiente per difendere gli interessi di un essere. Infatti, si può benissimo pensare che un certo essere abbia uno status morale ma che i suoi interessi non siano sufficientemente importanti per costituire un vincolo alle nostre azioni. Se così fosse non riusciremmo a venire incontro alle motivazioni alla base della proposta di estendere la personalità morale agli animali.

È per questo motivo che all’interno del vastissimo mondo dello status morale si dovrebbe differenziare tra diversi livelli di valore, a partire da quelli molto bassi degli animali con una minima capacità di essere senzienti, attraverso la gran parte degli animali e i mammiferi, fino ai primati e a una parte dell’umanità a cui si può propriamente attribuire la personalità morale. Volendo, per descrivere questi diversi livelli di status morale e i corrispondenti diversi pesi morali degli interessi, si potrebbero identificare nomi e categorie differenti per rendere conto della diversità. E si potrebbe anche rendere più articolata la teoria in modo da non prendere in considerazione unicamente la capacità di essere senziente, così da includere anche altre proprietà moralmente rilevanti.

A parte questo, la cosa che mi premeva sottolineare è che nel riconoscimento doveroso dell’importanza morale degli animali si deve prestare attenzione al tipo di categorie che vengono utilizzate. La nozione di personalità morale mi sembra in tal senso non adatta perché tipicamente pensata per riconoscere uno status egualitario, esclusivo ed esigente con dei diritti e dei doveri annessi. Sarebbe il caso, invece, di investire maggiormente nell’esplorazione dell’idea di status morale e svilupparne la potenziale ricchezza. A differenza della personalità, l’idea di status morale può benissimo essere formulata come una categoria avente diversi gradi e livelli. Questo ci permetterebbe di rendere conto della diversità del mondo vivente e animale in particolare, senza necessariamente appiattire tutto sulla somiglianza con l’umanità, cadendo così nel vizio dell’antropocentrismo. Sebbene ci sia in generale una qualche difficoltà nel prendere sul serio gli status morali e le attribuzioni di valore che non siano categoriche, e a dare senso al peso del valore morale degli animali senza equipararli agli esseri umani, è una sfida che dobbiamo cogliere da un punto di vista teorico e pratico.

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