L’ANZIANITÀ E L’EROS INVISIBILE

DOROTEA SOTGIU

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Due le polarità in cui si distribuiscono i vari modelli di vecchiaia nell’immaginario della nostra società: una positiva, aderente al modello platonico e ciceroniano, in cui la vecchiaia, vissuta come liberazione rispetto alla passionalità carnale, è considerata l’età privilegiata per dedicarsi alla speculazione filosofica; l’altra negativa, legata a un paradigma economico di produttività, di cui Simone de Beauvoir è una delle più fini analiste.

È celebre a questo riguardo la sua decostruzione del paradigma suddetto, a cui il soggetto anziano viene indegnamente sottoposto, risultandone, così, assai svalutato rispetto al giovane. Più complesso ancora si fa il discorso nel tentare di individuare una qualche uniformità tra i modelli di eros senile nell’immaginario collettivo. La negatività dominante che li avvolge si compone, infatti, di mille differenti sfaccettature, ognuna coi suoi seguiti problematici.

Nel suo scritto autobiografico sull’invecchiamento la saggista tedesca Silvia Bovenschen, recentemente scomparsa, ha tratteggiato con tagliente sincerità l’ombra della parabola negativa che sovrasta l’idea di eros nella vecchiaia: se, da un lato, si può certamente concepire che le persone anziane abbiano desideri erotici e che li vogliano ancora esprimere ed esperire in forma sessuale, dall’altro non è piacevole, a un livello meramente estetico, dare uno sfogo troppo vivido all’immaginazione o alla narrazione di una tale possibilità. Quattro secoli prima, Michelangelo si esprime in toni ancora più amari in merito al corpo vecchio e alla mancanza di sensualità e di grazia che lo contraddistingue: la vecchiaia, nella sua sgradevolezza, fungerebbe qui – secondo l’interpretazione di Thomas Mann degli scritti michelangioleschi – da contrappeso alla bellezza stessa nella configurazione erotica dell’esteta toscano, innamorato platonicamente del bello. Questa «buia notte dell’anima e del corpo» avrebbe, pertanto, il solo merito di dare risalto al suo opposto. Il corpo vecchio, in sostanza, per Michelangelo, non gode più della bellezza necessaria ad arrogargli il diritto e il privilegio di esser contemplato. Artisticamente ed eroticamente parlando, quello del vecchio è un corpo invisibile.

Cosa dire, inoltre, andando ancora più nello specifico, del corpo della vecchia? Si apre qui un’altra breccia nel discorso, che conduce ad accennare alle differenze di genere all’interno di una generica fenomenologia della vecchiaia. A questa appartengono, indistintamente, ad esempio, il senso di stanchezza e di solitudine, l’indebolimento generale del corpo e della mente, unito a una conseguente perdita di autonomia e, pertanto, di privacy del soggetto anziano, nonché una sorta di torpore emotivo, quasi una scoloritura nel modo di vivere emozioni e sensazioni. A tali fattori, frutto di una valutazione che pone come unità di misura l’uomo nella sua giovinezza, si sommano, nel caso della donna, ulteriori discriminanti se si considera il parametro – anch’esso relativo all’età giovanile – della fertilità e della procreazione: la donna, perdendo la fertilità prima dell’uomo, perde precocemente, rispetto a lui, il suo fascino e la sua desiderabilità. È doppia, pertanto, la forma di svalutazione della donna anziana: da un lato subisce la discriminazione generale dell’età, chiamata anche ageism; dall’altro, soffre il peso ulteriore di una discriminazione di genere, che rende la sua figura ancora più indesiderabile e sgraziata rispetto a quella dell’uomo anziano.

Questa tesi, sviluppata da Simone de Beauvoir ne La terza età e ripresa da Francesca Rigotti nel suo De senectute, individua alla radice di tali problematiche l’esaltazione sociale del mito della giovinezza o giovanilismo. A partire da ciò Beauvoir definisce la vecchiaia come un problema maschile di potere. Secondo tale dicitura, la vecchiaia costituisce un problema per coloro che esperiscono un’alterità irriducibile tra la propria situazione e quella della categoria emarginata in questione. A percepire tale alterità tra sé e il vecchio è, pertanto, secondo Beauvoir, il giovane attivo e produttivo. In secondo luogo, la vecchiaia costituirebbe un problema di potere per il fatto che i vecchi cercheranno sempre di mantenere il prestigio di cui in certe società godono, salvo essere inevitabilmente scalzati da un altrettanto inevitabile conflitto con le giovani generazioni. Infine, la vecchiaia sarebbe un problema maschile perché, per lungo tempo, quasi unicamente le figure maschili hanno avuto rilevanza storica: essendo l’uomo il detentore sociale del potere, è chiaro che, nel momento in cui si parla dell’uno, ci si riferisce anche all’altro.

Attualmente il quadro appare ancora più complesso rispetto a quello diagnosticato da Beauvoir e la giovinezza andrebbe meglio definita per decidere se e in che termini si possa ancora parlarne in toni quasi mitologici, viste le attuali difficoltà di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro che contribuiscono a svilirne le tanto mistificate virtù. Di sicuro però, è in atto nel mondo scientifico una meditazione profonda sul problema della vecchiaia, riconosciuta esplicitamente in termini di peso economico. A livello comunitario, infatti, la vecchiaia costituisce un problema perché occorre riadattare i ritmi e le condizioni di vita a una situazione non corrispondente alle aspettative introdotte dal mondo capitalizzato. In questo contesto, scrive già Beauvoir, ad apparire insignificante è colui che non produce, specialmente se, a breve, smetterà anche di consumare.

Per far fronte a tale problema la scienza sfodera le sue risorse per cercare di rendere l’anziano nuovamente produttivo. Il discorso scientifico sulla sessualità dell’anziano si colloca precisamente in questo quadro e viene sviluppato in sede gerontologica secondo coordinate disciplinari che spaziano dalla medicina, alla pedagogia alla psicologia. Simbolo di tale operazione è la figura discorsiva del giovane anziano – in tedesco das junge Alter – ovvero di un soggetto anziano in cui si rilevano i tratti “giovanili” della competenza e della produttività, ancora in grado di mettere a disposizione della società le sue risorse. Tale figura si associa alla cosiddetta categoria di terza età, che va dai 60 o 65 anni ai 75, seguita da quella di quarta età, la quale ha inizio dal settantacinquesimo anno di età. La sessualizzazione scientifica del soggetto anziano contribuisce all’operazione di ringiovanimento che si tenta di compiere sullo stesso. Tale operazione è connotata, tuttavia, dalla medesima ambiguità che caratterizza lo stesso fenomeno della vecchiaia: se, da un lato, si spera di poter avere una lunga vita, spesso non si vive la propria vecchiaia – o quella dei propri cari – con la dovuta serenità, ragion per cui nemmeno a livello individuale è sempre chiaro se collocare l’invecchiamento nella sfera di ciò che è desiderabile o di ciò che non lo è.

Lo stesso dicasi per l’approccio scientifico alla situazione dell’anziano. I discorsi scientifici che adottano l’anziano come oggetto di studio si caratterizzano, infatti, per la compresenza di due tendenze reciprocamente contrastanti: la prima tesa alla valutazione dei problemi pratici connessi a questa nuova forma di soggetto e la seconda allo sfruttamento delle sue potenzialità e all’investimento sulle stesse. Mentre l’aspetto della potenzialità è particolarmente presente negli studi sulla terza età, la dimensione problematica domina, invece, nella produzione che si concentra sulla quarta età, quindi su soggetti dai 75 anni in poi. In particolare, la sessualità del soggetto anziano risulta essere considerata più spesso alla stregua della problematicità che della potenzialità, venendo talvolta associata addirittura alla sessualità dei disabili. La polarità del discorso varia tuttavia a seconda della disciplina che sviluppa il tema e della fascia d’età dei soggetti considerati: si pensi, ad esempio, agli studi medici – e al relativo marketing – su prodotti come il Viagra, concepiti proprio in un’ottica di ausilio alla sessualità (maschile), lentamente svilita dall’invecchiamento.

Nell’immaginario erotico che si dispiega silenziosamente intorno all’anzianità è l’intera dimensione del desiderio a costituire un fardello indicibile, difficile da tematizzare. Investendo tale dimensione ad ampio spettro, quest’ombra discorsiva ricopre tutto ciò che spazia dai sentimenti amorosi alla sensualità dell’anziano. Tuttavia, laddove la scienza si prodiga per cercare di tematizzare la figura dell’anziano nelle modalità sopra descritte, il cinema fornisce esempi sinceri ed efficaci di denuncia dei tabù legati alla vecchiaia: mentre la scienza tenta di riordinare la controversa figura dell’anziano all’interno dei parametri dell’efficienza, il cinema aiuta nella problematizzazione di tale figura, ancora “disordinata”.

Si possono citare, a questo riguardo, almeno tre film usciti negli ultimi dieci anni, all’interno di una filmografia sul tema ben più vasta. Il primo è il film del 2008 Wolke 9, girato dal regista tedesco Andreas Dresen, tradotto in italiano col titolo Settimo cielo. In questo film, a risultare ancora più insolito del focus esplicito sulla sessualità vissuta in tarda età – Inge e il suo amante Karl sono entrambi ultrasessantenni – è il fatto che una donna, ormai consolidata socialmente nell’immagine di moglie e madre da almeno un trentennio, abbandoni improvvisamente questi ruoli per inseguire una passione travolgente e proibita, non solo perché extraconiugale, ‘ché di precedenti in questo campo la letteratura e il cinema ne offrono un’infinità, ma perché non consona all’età e al ruolo di Inge. A questo stravolgimento fa da controcanto l’incomprensione di Werner e di Petra, rispettivamente marito e figlia di Inge, incomprensione che vede il culmine nel suicidio di Werner.

Alla narrazione di questa passione proibita e scabrosa si oppone quella toccante e idilliaca di George e Anne, affidata alle scene di Liebe, film del 2012 girato dall’austriaco Michael Haneke. Il film tematizza la tenera devozione con cui George accompagna sua moglie Anne verso la morte, dopo un tentativo di riabilitazione seguito a un ictus. La malattia improvvisa sconvolge la quotidianità della coppia, ma non ne spezza per diverso tempo l’armonia, che George cerca pazientemente di riadattare alla situazione, da un lato occupandosi di Anne, dall’altro tentando di deglutire l’amaro del vuoto affettivo che l’assenza cerebrale della moglie gli causa. Il tentativo culmina tuttavia nella disperazione, che porta George a soffocare Anne e, infine, all’impazzimento. Estremamente differente dal film precedente, il tabù tratteggiato dalle inquadrature di Haneke non è tanto quello della tenerezza di una coppia in età senile, quanto piuttosto quello della (con)fusione di amore e disperazione che portano alla distruzione della vita, una volta che si realizza la scomparsa della cellula d’amore che l’aveva generata e tenuta in piedi. Questo film armonizza pertanto il dramma della vecchiaia utilizzando amore e malattia come accordi dominanti: se da un lato si mostra la possibilità della tenerezza della coppia felice che invecchia, si dà successivamente spazio alla narrazione del dolore cui la fine della vita e dell’amore in età avanzata pongono di fronte.

Alla scabrosità di un amore illegittimo che nasce, nonostante la presunta incompatibilità anagrafica e strutturale del soggetto protagonista, si affianca pertanto l’appassionata disperazione di un amore che finisce, ugualmente, per ragioni anagrafiche. La prima denuncia un tabù con l’orgoglio di chi dà forma a una liberazione, la seconda tematizza un problema delicato, con l’intento quasi didascalico di aprire una breccia sul ventaglio delle realtà della vita. Differente è lo spirito dei due registi, diversi il tema e il taglio, ma in entrambi i casi il dramma si costruisce attorno a problematiche che non sono solamente sociali, né politiche, ma che sono legate in primis all’uomo anziano e al suo “destino” una volta raggiunta la vecchiaia: nel primo caso la presunta mancanza del diritto ad amare nuovamente, nel secondo, la durezza di dover affrontare la perdita della persona amata da tutta una vita.

Il quadro dei problemi erotici della tarda età si complica ulteriormente, aggiungendo un secondo elemento generazionale e la variabile dell’orientamento omosessuale: cosa succede se ad amarsi sono un giovane e un vecchio? È il caso tematizzato da Bruce LaBruce nel film Gerontophilia. Uscito nel 2013, Gerontophilia narra la vicenda di un giovane diciottenne canadese, Lake, che, lavorando durante l’estate in una casa di riposo, sviluppa una forte e inattesa attrazione erotica per l’anziano signor Peabody. La premura richiesta dal suo lavoro trasporta molto presto le fantasie erotiche di Lake dall’immagine della sua ragazza, Desiré, all’ottuagenario corpo di Peabody, introducendo in un solo colpo la questione della “scoperta” della propria omosessualità e quella, ancora più delicata, del rapporto col fetish della gerontofilia: l’attrazione erotica per persone anziane. La complicità tra i due sfuma dal gioco al sesso, dando luogo allo sviluppo di un amore sincero, in virtù del quale Lake si sente investito non solo del dovere sociale e contrattuale di prendersi cura di Peabody, ma dell’autorità emotiva necessaria a farlo evadere dalla casa di riposo, dove, come a tutti gli altri anziani, gli viene somministrata una eccessiva dose di tranquillanti. La passione è tuttavia destinata a consumarsi presto a causa dell’avanzata età di Peabody, che decede felice di aver potuto amare ancora un’ultima volta e lascia Lake da solo, ad affrontare una vita ancora lunghissima davanti a lui.

Queste tre differenti situazioni tematizzano, rendendola eccezionalmente visibile, l’indicibilità di un eros soffocato dai pregiudizi sociali sugli anziani, umiliato dalla malattia, ostacolato dalla doppia proibizione di un rapporto omosessuale tra due generazioni differenti. In tutti questi casi, tuttavia, si può rintracciare almeno una costante: la problematica della dipendenza o dell’indipendenza perduta del soggetto anziano, che lo sottopone o al vilipendio collettivo, perché un anziano non è libero di innamorarsi nuovamente, o lo costringe all’assistenza quando corpo e mente cedono in modo irreversibile, e che tantomeno lo autorizza a innamorarsi di un giovane, in quanto darebbe luogo a una sorta di contaminazione generazionale. L’uomo e la donna anziani, in sostanza, non godono più di autonomia decisionale, né per quanto riguarda il proprio corpo, né per quanto concerne lo svolgimento della propria quotidianità ed emotività. È come se si fosse implicitamente delineata una prassi legiferante non codificata, che struttura le sue regole in modo parallelo a quanto la pedagogia attua nei riguardi del bambino.

Bambini e anziani sono in effetti accomunati dalla condizione della dipendenza, che attribuisce loro, per motivi e secondo modalità differenti, uno stato di minorità: nel caso del bambino è la sua minorità anagrafica a presupporre quella psichica ed emotiva, nel caso dell’anziano, al contrario, è la sua età avanzata che, facendolo lentamente uscire dal circolo giovanilistico e capitalistico della produzione e del consumo, lo spoglia progressivamente, assieme al biologico regresso psichico, dell’autorità sulla propria vita. Mentre il bambino viene inserito in un processo di educazione teso a renderlo adulto, si vuole artificiosamente ringiovanire l’anziano in terza età. Una volta entrato nella quarta età, il cosiddetto rimbambimento diventa poi certificato dalla biologia. È come se, pertanto, si assistesse a un capovolgimento della classica gerarchia pedagogica: non è più l’adulto che insegna al bambino, ma è il giovane a insegnare al vecchio a condurre la sua vita, il più a lungo possibile, secondo coordinate che soddisfino parametri non esaustivi delle complesse esigenze del soggetto.

Ciò è testimoniato dallo scandaloso desiderio di Inge, che presenta i tratti di un’Anna Karenina della terza età, o dalla romantica follia di George, che arriva a dare la morte alla sua Anne per il troppo amore che le porta, nonché alla passione proibita dell’anziano Peabody per il giovane Lake. Queste eccedenze esprimono, nella loro drammaticità, la violenta verità di un soggetto che non può trovare espressione secondo i canoni cosiddetti normali della società. Il desiderio è qui la fonte di tale verità. Si spiega così il ruolo fondamentale dell’arte del cinema nel processo di inquadratura del soggetto in quella dimensione narrativamente proibita, a livello di discorso scientifico, che è l’eros nella vecchiaia. La mimesis tra l’oggetto e la sua espressione concessa da questa forma d’arte restituisce, infatti, tutta l’estetica del desiderio che sfugge dalle maglie di un discorso medico teso a quantificare, di un discorso psicologico votato al riduzionismo e di un processo pedagogico portato alla regolamentazione di qualcosa che non è né numerabile, né riducibile a datità biologica, né tanto meno codificabile.

Nondimeno resta il problema di delineare i contorni della frastagliata esperienza erotica in età senile. A questo proposito si è detto di come l’esperienza estetica di sé e dell’altro da cui nasce la tormentata passione del genio e dell’eros di Michelangelo si arrestasse di fronte alla scabrosa evidenza della vecchiaia, il cui unico privilegio in fatto erotico sarebbe quello di poter al massimo continuare ad amare e ad ammirare il bello, facendone risaltare per contrasto le qualità e senza osare aspirare a essere ricambiati. Del resto, come nota Thomas Mann, Michelangelo stesso non ha mai amato per essere contraccambiato, ritenendo piuttosto che il vero dono fosse nell’amore dell’amante e non in quello di risposta dell’amato. Tuttavia in uno spazio erotico in cui il soggetto, anche anziano, non solo è dedito alla professione platonica e contemplativa dell’amore ma è anche e ancora oggetto di desiderio, si pone la possibilità di un’esperienza erotica a tutto tondo, il cui discrimine non sarà più rappresentato dall’età. Gli esempi cinematografici discussi mostrano appunto come sia possibile, per il soggetto anziano, partecipare di una tale esperienza, indipendentemente dalle fattezze e dalle condizioni di salute che la vecchiaia impone.

È forse possibile che, nella sua posizione d’ombra rispetto a una sessualità oggi banalizzata, commercializzata, quasi violata rispetto alla dimensione della sensualità, l’anziano sia ancora in grado di vivere individualmente, artisticamente, l’esperienza erotica? Se così fosse, la vera arte starebbe nel rendere questo tipo di esperienza del mondo dell’eros il fattore, se non visibile, almeno invisibilmente permeante rispetto al rapporto generale del soggetto con se stesso. Che l’eros dell’anziano costituisca un punto di partenza per la ricostruzione di una forma di accesso rispetto alla sfera della soggettività?

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA PSICOLOGIA

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