LA VERA CECITÀ: SIAMO TUTTI INVISIBILI A NOI STESSI

RICCARDO DAL FERRO

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Guardarci allo specchio non basta per risultare visibili a noi stessi.

Siamo per lo più invisibilità, trasparenza, impalpabilità. Sfuggiamo al nostro stesso sguardo, alla comprensione che abbiamo di noi stessi, non abbiamo alcuna possibilità di apparirci nella nostra interezza poiché saremo sempre ombre ai nostri occhi.

Non tanto perché siamo fatti di spirito o altre formule che piacerebbero più a un prete che ad un filosofo, quanto piuttosto perché siamo costruiti in modo da renderci conto solo di una minuscola parte di quello che siamo in realtà. Sappiamo solo in minima percentuale che cosa stiamo pensando, abbiamo una confusa percezione di quello che sta appena al di sotto dei nostri pensieri consci, ma siamo completamente ciechi a ciò che sta producendo fattivamente quei pensieri. Io stesso, mentre scrivo queste righe ascoltando la musica di Max Richter sono appena consapevole di quello che sta avvenendo nel tratto neurale che collega le mie orecchie, i miei polpastrelli e la parte del cervello che autorizza le mie mani a muoversi, i miei occhi a osservare, la mia lingua a deglutire e poche altre cose. Di tutto il sotto, l’intorno, il dietro, il simultaneo, l’istantaneo e il soprastante io non ho alcuna consapevolezza: la mia realtà si designa intorno a un focus così piccolo e fragile da rendermi quasi ridicolo quando mi definisco “consapevole”.

C’è persino una teoria che descrive questo stato di cose e viene chiamata “Blind Brain”. Ne parlano autori importanti come Daniel Dennett e Antonio Damasio, cercando loro stessi di essere un po’ meno “blind” di quello che sono in realtà, ma sono convinto con poco successo (anche se, probabilmente, più successo del sottoscritto). “Blind Brain”: il mio cervello è cieco al suo proprio funzionamento. Non è esattamente corretta come formula, dovremmo dirlo meglio: la parte che io considero consapevole e pensante del mio cervello, quell’insieme di collegamenti, sinapsi e lobi che mi permetto di chiamare “io” (o perlomeno parte del mio “io”, dal momento che in questa parola ci sta pure l’intero mio corpo e non solo il cervello), è cieca a tutta la giostra di impulsi elettrochimici che permettono all’intera impalcatura della mia esistenza organica di sussistere. Insomma, il cervello è selettivamente cosciente, e non mi permette di avere accesso ad uno strato più intimo della materia, non mi consegna le chiavi della mia città mentale, il centro focale della mia identità, il luogo in cui si producono le mie idee, i miei pensieri, gli istinti e i comportamenti automatici, il posto dove viene archiviata la totalità del funzionamento di me stesso.

Questo si traduce in conseguenze interessanti (e perlopiù nefaste) per la nostra vita. La nostra auto-invisibilità ci impone di accettare quello che siamo senza la possibilità di scavare sufficientemente a fondo da poter capire perché siamo fatti in questo modo: possiamo usare la psicanalisi e analizzare la nostra infanzia per rendere conto del caratteraccio che abbiamo, ma ad un certo punto dovremo fermarci poiché la definizione del nostro studio sarà sempre più approssimativa e sempre più vicina alla letteratura che alla scienza; possiamo armarci della genetica e ricercare nel nostro DNA le motivazioni dei nostri sentimenti, delle emozioni che ci pervadono, ma la correlazione tra genetica e personalità ad un certo punto finirà per rompersi, tant’è complicata la relazione tra codice e ambiente; possiamo studiare la genealogia familiare, osservare le cronache dei nostri bisnonni e cercare nel loro comportamento la radice delle nostre idee, ma ciò ci spingerà ad una ricerca ancor più a ritroso, senza fine, al punto da trovare ragione di noi stessi nella genealogia evolutiva risalente al Cambriano. E così via.

Siamo abissalmente ignoranti nei confronti di quello che siamo, completamente ignari dei funzionamenti reali della nostra mente, della genealogia della nostra esistenza, della natura di queste idee, di questi comportamenti, di queste parole. Perché mai sono quello che sono?

A questo punto, l’unica risposta credibile è ci viene consegnata nientepopodimento che dalle dottrine socratice: l’unica cosa di cui sono perfettamente certo è la materia di cui è fatta la mia ignoranza, che non è un’ignoranza che io possa colmare leggendo libri, osservando la natura, discutendo con gli altri, ma è un’ignoranza strutturale al modo con cui sono stato concepito. Io sono invisibile a me stesso e posso anche aggrapparmi a quell’ombra di visibilità che lo specchio mi restituisce, ma c’è davvero poco di reale in quello che sto vedendo di me.

Forse, l’unica cosa che mi è eticamente concessa è quella di essere all’altezza della mia gigantesca invisibilità. Forse devo soltanto rendermi conto di non potermi abbracciare come una totalità, ma di dover usare quella minuscola parte cosciente di me per non soccombere alle mie illusioni. Forse sono molto più piccolo di come appaio allo specchio, ma molto più immenso di come mi nascondo agli occhi.

Essere all’altezza di tutto questo è forse impossibile, ma credo sia il compito ultimo di qualsiasi filosofia.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA PSICOLOGIA STORIA DELLE IDEE

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