IDIOSINCRASIE SESSUALI

aged-brown-chain-close-114108LUKHA B. KREMO

Norma ha voglia di cioccolata. Sì, quella fantastica sostanza vischiosa che d’estate si spiattella sul pane e d’inverno s’ingromma sul coltello e si fa fatica a spalmare. Quella che tutti amano. La Nutella, o una delle tante imitazioni. O, perché no?, un bellissimo blocco di cioccolato fondente. Nero, consistenze, amaro. Pazzesco.

Sì, perché Norma non ha mai amato la cioccolata, figuriamoci il cacao. Non ricorda bene il motivo, probabilmente da piccola l’aveva associata a qualcosa di spiacevole, insieme a molti altri alimenti. Da bambini, si sa, contano più il colore e la forma che il gusto. E qualcosa era andato per il verso sbagliato. Poi, con gli anni, aveva superato questi blocchi psicologici per quasi tutti i cibi. Tranne la cioccolata. Per quella le era rimasta un’idiosincrasia: si allontanava già sentendo l’aroma speziato e amarognolo del cacao, ma anche l’odore intenso e dolce della cioccolata.

Ma ora basta, oggi si è svegliata così: ha voglia di cioccolata. La sua magrezza non si offenderà. Ha anche il sospetto che tutto dipenda da com’è andata la notte precedente con Furio, il suo amante. Sette ore sotto le lenzuola, sudatissime, a suon di carezze, manate, strizzate da paura, rovesciamenti di fronte con la stoffa che si avvinghiava ai corpi rendendoli dei bozzoli umani. E alla fine niente. Cioè, niente orgasmo. E questo non poteva che innervosirla, dopo sette ore di  ginnastica sconclusionata. Non era la prima volta che Furio faceva cilecca. Stava diventando preoccupante.

E allora, cosa le poteva fare di male una sostanza dolciastra che non aveva quasi mai assaggiato?

Scorre sul cellulare. Internet gli propone una quantità di creme e barrette di ogni tipo, alla nocciola, ai pinoli, alle arachidi, agli anacardi, allo zenzero. L’incredibile cioccolato al peperoncino. E ancora, alle bacche di goji, al cardamomo, alla paprika, al… sale?

Norma chiude tutto. Inutile esplorare il vaso di Pandora del web. Lei ha voglia di assaggiare la cioccolata subito. Non può aspettare che qualche corriere glielo porti sotto casa o, come succede oggi, un drone glielo lasci sul balcone.

C’è una pasticceria pregiata poco lontano da casa. Una pasticceria vintage. Di quelle con i dolci infiocchettati in vetrina, il nome in corsivo anni Trenta e le praline dappertutto. Tra le arti culinarie, la pasticceria è sempre stata la parte più affezionata al kitsch. Già negli anni Cinquanta andavano di moda torte rosa, gialle e violette, anche a più piani, ma per confermarlo basterebbe un tortino con la foto sfocata del festeggiato stampata sull’ostia, o il cartone animato più in voga, o finanche un pokémon che spara un raggio dal deretano. Norma, si è capito, non è mai stata una grande amante della pasticceria in generale. Crescendo, ha sempre sospettato che la sua ritrosia nei confronti della cioccolata avesse più che altro a che fare con la consistenza e il colore.

Insomma, Norma entra. La pasticceria sa di dolciastro, il bancone trasparente bombato simula l’abbondanza, mostrando le torte poggiate su splendenti piedistalli di acciaio. Queste opere di alto artigianato o, verrebbe da dire, oreficeria, sono perfette e colorate, ma danno un’idea ambivalente di sé: da una parte c’è la freschezza della panna appena munta, la leggerezza dell’impasto spugnoso, il pan di Spagna pregno di rum (o di crema catalana, alla faccia dei secessionismi postmoderni). Dall’altra appaiono anche oggetti immobili, consistenti, cementati quasi, di stucco (stuccosi e stucchevoli) come fossero lì da decenni, delle specie di fossili, allo stesso modo di come le statue di cera imitano le persone di ciccia.

Un posto particolare è riservato per le torte alla frutta e quelle vegane, per chi si sente sano o per sopire un po’ il senso di colpa. Solitamente sono immerse in gelatine trasparenti colorate, glasse vitree che sembrano imbalsamare i pezzi di frutta, immobilizzati come insetti nell’ambra.

A fianco ci sono i pasticcini più esosi, ciambelloni con glasse fluo, krapfen bolsi e infarinati dai cui fori s’intravede la crema pasticcera pronta a trasferirsi nello stomaco. Solitamente questo posto è riservato alla pasticceria regionale, vero sprezzo a ogni regola alimentare, creme, ricotte e marmellate, cannoli da prendere a due mani, maritozzi che rigurgitano panna, babà pantagruelici che sanno di alcool etilico e ogni variante provinciale e municipale che si distingue per un ingrediente, il nome o anche una lettera soltanto, disprezzando il suo simile come la cosa più immangiabile al mondo.

Infine i pasticcini di ordinanza, diplomatici, obbligatori, bignè, qualche babà ridotto, per signorine, e i soliti frutti mummificati.

Infine, l’ultima parte, quella vicino alla cassa, è riservata alla pasticceria secca, biscottoni di pasta frolla, cialde sbriciolone, spesso con colori innaturali, o forse troppo naturali.

La pasticciera è sempre molto carina e gentile, ma professionale; ecco, non dev’essere propriamente dolce, per non aumentare la glicemia psicologica al cliente.

Norma è entrata pochissime volte, quasi sempre per accompagnare un’amica o comprare dei biscotti. E si sente imbarazzata come se fosse ancora una ragazzina.

Per fortuna sa cosa vuole.

Ci sarebbero quei biscotti che sembrano bocche da cui sbava la cioccolata. Baci di Dama si chiamano, nientemeno. Oppure quegli enormi grossi blocchi neri coi quadratoni stampati, che sembrano armi da impugnare contro malintenzionati. Con le varianti con nocciole o pistacchi, che dovrebbero servire per scarificare l’eventuale vittima.

Epperò: lei è uscita di casa con l’idea di quel vaso ricolmo di pasta marrone, la cioccolata piemontese alla nocciola. E quel barattolone confezionato artigianalmente la conquista definitivamente. Compreso il vetro, peserà un chilo.

— Sono 14 euro.

Norma non sente nemmeno il prezzo. Ha già deciso. Se è cara vuol dire che è buona. Passa la carta di credito e la pasticciera sorride, mostrando l’ottimo lavoro di sbiancamento del suo dentista.

— Mi dispiace. Non posso venderle questo prodotto.

Norma rimane un po’ interdetta. Chiede perché con l’espressione.

— Idiosincrasia di terzo tipo — legge la tizia sulla cassa.

Norma fa mente locale. — Ma io non sono allergica al cacao.

— Mi dispiace — dice la pasticciera riconsegnando la carta. Non ha certo voglia di mettersi a sindacare sulle allergie o le intolleranze di tutti. Sulla carta risulta così e lei non può vendergli la cioccolata. Punto.

Norma valuta se comprarsi qualcos’altro. Ma è evidente, è faticosamente entrata qui per quel motivo e in qualche modo otterrà la sua cioccolata.

La donna esce dalla pasticceria e comincia a pensare. Ricorda: aveva un’intolleranza al cacao. Non una vera allergia. Così era stata classificata dal Ministero della Salute. A dire la verità non sa nemmeno quali sintomi abbia, dato che non la mangia da una vita. Forse l’aveva fatto una volta, come può ricordare?

Va al Centro Commerciale. La sfilza di venticinque casse le mette sicurezza. Non ci faranno caso, pensa. Entra, va diretta al reparto delle confetture e prende la sua pesante boccia di cioccolata. Questa volta è proprio Nutella. Industriale, ma sempre ottima, a quanto dicono.

Quando Norma arriva in cassa, la scena è la stessa. Non posso venderle questo prodotto.

Questa volta Norma si ferma a chiederle quale sia il motivo.

— Intolleranza al cacao. Effetti registrati: amenorrea e ritenzione idrica.

Norma non può che assentire abbandonando il vasetto.

Ritenzione idrica? Amenorrea! Ma questa è follia. Torna a casa e fa una ricerca connettendosi al sito del Ministero.

Trova la data e il luogo in cui ha assunto cioccolato. In base a quell’esperienza, le sono stati vietati l’acquisto e l’assunzione di cacao. La donna cerca di ricordare: l’indirizzo e il calendario le suggeriscono che si trovava da sua madre, durante un pranzo pasquale. Qualche parente su di giri per un limoncello di troppo le aveva messo in bocca un pezzo di uova di cioccolato. Ricorda solo il disgusto per quel pezzo di stucco marrone, probabilmente cioccolato di pessima qualità.

Non ha idea di come abbiano fatto a registrare amenorrea e ritenzione idrica. Certamente, in un certo periodo della sua vita, come quasi tutte le donne, aveva sofferto di ritardi mestruali, e non esitava a pensare che avesse ancora sintomi di ritenzione idrica, ma che la presunta intolleranza al cioccolato le provocasse quegli effetti era abbastanza ridicolo.

Decide di chiamare Marika. — Avrei bisogno di un favore…

Marika porta il boccione di Nutella a casa di Norma.

— Ecco qua — dice lei tutta orgogliosa. — Non so come hai fatto finora a vivere senza.

— Grazie — dice lei. — Non mi è mai piaciuta. Ma uno strappo alla regola si può fare, no?

Marika era una sua amica di vecchia data. Norma non ricorda nemmeno perché l’avesse conosciuta. Aveva idee un po’ diverse dalle sue. Norma era la perfettina che seguiva le regole e le leggi e non aveva mai fatto male a una mosca in vita sua. Marika non era certo una fuorilegge, ma era sempre stata sospettosa nei confronti di politici, banchieri e in generale tutti i potenti; era una specie di vegana con eccezioni a proprio piacimento, animalista senza contatti con animali, no-vax pourparler. Per cui non aveva mai affrontato certi discorsi con lei.

— No che non si può — risponde alla fine l’amica.

Lo stupore di Norma dura un istante, è chiaro che sia ironica.

— Lo sai come la penso, — si affretta infatti a precisare l’amica, — ma sei tu quella che segue le regole.

— Io non sono intollerante alla cioccolata. Non mi è mai piaciuta, tutto qui. E ora ho deciso di mangiarla.

— Vedi, Norma, non dovrei essere io a dirtelo. Ma se hai una reazione negativa al cacao potresti aver bisogno di cure, che pesano sulle spese del Paese. Per cui non puoi.

— Ok, ma questa è una decisione che spetta a me.

— Non più, da quando hai consegnato ogni tuo minimo dato alle autorità pubbliche. “Io non ho niente da nascondere” dicevi. Ricordi?

Certo che lo ricorda, Norma. Aveva fatto una specie di manifesto per il fatto di essere onesta e trasparente. Gli altri avevano qualcosa da nascondere, non lei.

Ma Marika è inesorabile: — Eppure tutti noi abbiamo qualcosa da nascondere. Ma non perché siamo dei delinquenti. Ma perché esiste una sfera privata e una addirittura intima, che quella pubblica non possono violare.

— Mi hai già fatto questi discorsi.

— Ma forse mi prendevi per una complottista…

Ora Norma dà un nuovo significato alle parole dell’amica. L’orgoglio di mostrarsi sempre pulita e trasparente si scontra con l’evidenza dell’ingiustizia che sta subendo. E ora si trovava nella situazione di riconoscere che qualcosa non doveva essere così trasparente, in quanto appartenente alla propria privacy.

— Lo Stato sa quante volte mangi, quante volte fai la pipì in un giorno e quanta cacca fai. Sa quante volte scopi — insiste Marika. — Tutto criptato, cioè scollegato dal tuo nome. Ma lo sa. E se qualcuno decritta, ha in mano la tua vita.

Norma riconosce che il discorso dell’amica ha un senso, ma lei vorrebbe rimanere fedele alla sua idea di donna genuina e trasparente.

— Grazie, Marika. Ti farò sapere se mi piace — taglia corto. — E se veramente mi sono persa qualcosa nella vita.

Lei sghignazza. — Di niente, se ne vorrai ancora chiamami.

Norma rimane da sola osservando il vasetto.

— E ora a noi due.

Il cucchiaio da tè è il migliore: ha la lunghezza sufficiente per affondare nella crema e la capacità giusta per estrarre un bolo sferico e turgido, all’apparenza procace. Una specie di topolino marrone con la coda che si allunga verso il basso. Norma apre la bocca vogliosa e vi penetra la palla di crema. Le sue papille registrano la pasta zuccherina dalla consistenza molle e piacevole. Subito dopo sente il retrogusto amaro del cacao e quello legnoso della nocciola. È quello il sentore che gli crea l’idiosincrasia. Le mandibole le si bloccano. Sente i ricordi delle urla della madre. Vede il vasetto a terra, il vetro rotto da cui fuoriesce la crema, spaparacchiata sul pavimento come la macchia di un delitto. E poi il tonfo dello schiaffo sulla guancia. Il dolore, le lacrime, il momento dolce e idilliaco che si trasforma nella tragedia di lei bambina.

Fine. Norma apre gli occhi come se si fosse risvegliata.

Ha ancora quella materia semisolida marrone in bocca. Sente ancora lo schiaffo, il dolore. Ma si concentra sul gusto. Il dolce, l’amarognolo. E ingurgita la melassa.

Infine espira, come se avesse concluso una delle fatiche maggiori della propria vita.

Nessun’altra reazione.

Per l’amenorrea e la ritenzione idrica devo aspettare. Norma ride.

— Buona — dice alla fine.

Osserva il cucchiaino infossato nella cioccolata. E le viene voglia di fare un secondo boccone. Lo fa, ma poi chiude. Meglio non esagerare.

La donna è soddisfatta. Era certa che la sua non fosse un’intolleranza ma un’idiosincrasia infantile che si era trascinata troppo nel tempo. Ricorda vagamente quel momento, come un flash, in cui il vasetto cadde dal tavolo e si ruppe in mille pezzi. E lo schiaffo della madre. E le urla. E la cioccolata a terra come uno spruzzo di diarrea.

Norma decide di uscire.

Vuole festeggiare l’evento con una passeggiata.

Dopo un centinaio di metri, un agente la ferma.

— Lei è in contravvenzione.

Norma apre la bocca. Non riesce nemmeno a esprimere il suo stupore per quello che è evidentemente uno errore.

— In base ai suoi spostamenti e a quelli di Marika Caproni, sappiamo che lei ha mangiato un alimento a lei vietato. E ne possiede una quantità a lei pericolosa. Sono quattrocento euro per l’assunzione e altre quattrocento se non mi consegna il vasetto integro entro dieci minuti.

— Ma… ma io non sono allergica! E nemmeno intollerante al cacao, infatti adesso… mi guardi! — dice lei allargando le braccia come a mostrarsi sana in viso.

Lui non l’ascolta nemmeno e compila qualcosa sul cellulare. — Per firmare tocchi lo schermo, grazie.

Norma insiste. — Mi ha sentito? Io non sono intollerante al cacao! — grida.

L’agente la guarda con gli occhi di fuoco. — Prima di tutto, non urli. Il cellulare ha registrato i decibel e ora dovrò aggiungerle cinquanta euro per mancanza di rispetto a Pubblico Ufficiale.

A Norma verrebbe da gridargli dietro ancora, e tirargli uno schiaffo. A lui e a tutti gli uomini. Compreso Furio, che parla in pubblico di sesso e poi non combina niente. Ma la donna sa controllarsi. Soprattutto con i tutori dell’Ordine. È la sua caratteristica.

— È un errore — dice semplicemente, mentre tocca lo schermo dell’agente

— Se vuole può rivedere la sua posizione prenotando una visita al Ministero a sue spese per abilitarla all’assunzione delle intolleranze. Per ora è tutto, se vuole evitare le seconda contravvenzione consegni il vasetto alla più vicina stazione di Polizia entro dieci minuti.

Il vigile se ne va e Norma rimane immobile, sul marciapiede, a guardare la gente che passa col capo chino sul cellulare. Le è passata la voglia di passeggiare e le è tornata quella d’ingurgitare Nutella.

Torna a casa. Prende il vasetto e affonda il cucchiaino nella pasta come la spada in una roccia. Ha deciso che pagherà anche l’altra multa. Ottocentocinquanta euro per uno sfizio!

Norma si sente ingannata. Si rende conto di essere stata ingenua, si aspettava una ricompensa ed è arrivata la punizione. Ma non può credere di essere davanti a un castello di carte. È stato solo un errore, cerca di convincersi.

Mentre le sue fauci sono impastate di cioccolata, qualcuno suona al citofono. È Furio.

— Sali — dice con un ghigno Norma. Norma ha più di un sassolino nella scarpa. Gli deve spiegare cos’è successo e vediamo se capisce la causa di tutto ciò.

Furio sale, la saluta con un mugugno. Non sembra abbia nemmeno voglia di parlare.

Lei si mostra con la bocca sporca di cioccolata e il vasetto al centro del tavolo con il cucchiaio ficcato dentro.

— Allora? Non dici nulla?

Lui scuote la testa.

— Ma non vedi? Sto mangiando Nutella! Una confezione intera!

Lui annuisce, come fosse la cosa più normale del mondo.

Allora Norma comincia a intuire che forse c’è qualcosa di più grave.

— Mi hanno interdetto — dice chinando la testa, come se avesse perso ogni energia.

Norma fa la faccia di chi non capisce. — In che senso interdetto?

— Interdetto, interdetto! — grida lui quasi isterico. — Non posso più fare sesso. Sono classificato intollerante al sesso.

— Ma…

— Sì, grazie ai tuoi “non ho niente da nascondere” ora non possiamo più fare nulla, nemmeno provarci!

Norma ha ancora un piccolo bolo di cioccolata in bocca. E lo sputa a terra. La forma della macchia sul pavimento le fa davvero schifo. Come quella volta da bambina. Osserva Furio. Vorrebbe gridargli che è un mezzo uomo, un inutile essere impotente. Ma non ne sarebbe capace. E non sarebbe giusto.

La donna invita Furio a sedersi, gli avvicina il boccione di cioccolata, estrae il cucchiaio immerso nella melassa marrone e, mentre si lecca avidamente le labbra sporche, lo infila nella bocca dell’uomo.

Foto di Miguel Á. Padriñán da Pexels

Endoxa FILOSOFIA NARRATIVA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: