LUSSURIA: UN EQUILIBRIO SULLO SQUILIBRIO OVVERO QUANDO IL DUALISMO HA SIA RAGIONE CHE TORTO

m_2878354RICCARDO DAL FERRO

La distinzione tra fare sesso e fare l’amore è un’invenzione per romantici incaponiti.

Diciamolo una volta per tutte: lussuria e amore sono la medesima cosa, chiamata con nomi diversi. È assolutamente evidente, anche ad un’analisi frettolosa, che voler creare questa doppia categoria è l’ennesimo tentativo, da parte di homo sapiens, di salvare capra e cavoli, volendo rimanere al tempo stesso liberi e razionali, ma goderecci e preda di piacevoli istinti. Si tratta di un gioco concettuale che tenta al tempo stesso di salvarci sia in quanto creature sedicenti ragionevoli e capaci di dominare i propri impulsi, sia in quanto corpi organici strutturati attraverso una mole di apparati e sistemi che ci smascherano per quello che siamo in verità: animali, nient’altro che animali.

Il dualismo non ci è mai piaciuto e Descartes è stato a più riprese ridicolizzato. Basta leggere gli strali di Nietzsche contro il povero Descartes, o più recentemente il bel saggio L’errore di Cartesio, di Antonio Damasio. Bastano le opinioni di Daniel Dennett e Richard Dawkins intorno al dualismo, all’idea che le due immagini di noi stessi siano realmente esistenti e non il frutto di un esercizio retorico, et voilà: il Descartes scartato è servito, ben cotto, allo spiedo.

Ma le cose non sono così semplici e per scalzare l’intuizione cartesiana (più simile ad una necessità impellente che non ad una constatazione logica) bisogna ambire a qualcosa di più elevato che non gli slogan o le prese in giro.

Noi siamo fatti della stessa sostanza delle distinzioni, mi verrebbe da dire. E mentre ci arrovelliamo nel tentativo di individuarci (o sorprenderci, con le mani nel sacco, letteralmente) in uno dei due poli, siamo inzuppati fino al collo nell’atto stesso di stare nel mezzo, imbarazzati e in bilico, sempre pronti a cadere dall’una o dall’altra parte, sempre fermi come steli in quell’equilibrio che ci rende squilibrati. Vogliamo essere creature intelligenti e razionali, sappiamo di essere belve mordaci e selvagge; vogliamo che le nostre azioni siano libere e logiche, sappiamo che ogni nostro atto è predeterminato da una catena causale irrisolvibile; vogliamo fare l’amore con la testa, continuiamo a scopare come bestie assatanate. E siamo lì, nel mezzo, a guardarci spezzati in due, come se fossimo nient’altro che la tensione stessa che unisce ciò che differisce.

L’ossessione per i dualismi ha radici profonde e da sempre ci disturba più di ogni altra cosa. Aristofane prende in giro Aristotele, e non si sa se la risata suscitata esista nella forma oppure nel contenuto delle sue opere satiriche; il Vangelo ci ricorda la resurrezione di Gesù ma non riusciamo a capire dove stia il confine tra lo spirito e il corpo, tra un fantasma e uno zombie; Napoleone si lancia alla conquista del mondo, ma non c’è indizio per distinguere tra unificazione e conquista, tra progetto e violenza. E così via, l’intera storia occidentale è costellata da dualismi che, in fin dei conti, si riassumono brevemente e magistralmente nella spaccatura che ogni individuo esperisce svariate volte nel corso della vita: sto facendo sesso o stiamo facendo l’amore?

I dennettiani derubricheranno questa domanda allo stato di mera illusione intellettuale: non c’è alcuna utilità nel porsela perché sto/stiamo facendo entrambe le cose e la distinzione non ha senso. Gli schopenhaueriani si rivolteranno contro questa posizione affermando che stiamo facendo sesso, evidentemente, e l’evoluzione ci dà il contentino di star facendo all’amore, ma quale puerilità in tutto questo. E i cartesiani staranno zitti, ben sapendo di non andare particolarmente di moda nel dire che stiamo facendo l’uno e l’altro, che una parte di noi è di là e un’altra parte sta di qua.

“Lussuria” è il nome che diamo a quello sconfinato confine. È l’atto di tracciare un limite dove il limite non c’è. È il gesto di spaccarsi in due solo per poter reiterare per un po’ (per l’eternità) quello strano comportamento che è stare in equilibrio tra due dimensioni in sé e per sé inesistenti, eppure più concrete della tastiera su cui sto digitando. “Lussuria” non è un peccato capitale come tutti gli altri perché sta alla radice di ogni altro, ma è il peccato capitale per eccellenza perché rappresenta l’artificio più duraturo nella natura più radicata della nostra esistenza: mettere il linguaggio nella sessualità, porre una parola, una definizione, nell’atto meno parolaio, meno definito di tutto il nostro ventaglio corporeo. “Lussuria” si dice non prima o dopo aver fatto l’amore oppure il sesso, ma si dice “tra” il fare l’amore e il far sesso: è la vergata finale di Prometeo nella stretta fessura dei nostri istinti, un atto di violenza vera (il linguaggio) nell’oceano che ci relega alla natura più sfrenata dei nostri desideri. “Lussuria” è il motivo per cui Opus Pistorum di Henri Miller è il libro di filosofia per eccellenza, e De Sade è un pensatore perfettamente calato nel ruolo che il filosofo dovrebbe rivestire: non tanto quello di smascherare la vera verità del mondo, quanto quello di produrre il linguaggio giusto per mantenere quel bilico che è la nostra esistenza, tra due fuochi, due dimensioni, due mondi, entrambi inesistenti.

Per la creatura umana, non esiste “fare l’amore” o “fare sesso”, esiste “lussuria”, ovvero esiste la parola che si infila sibillina, penetrando l’impenetrabile della nostra natura. Ed è per questo che “lussuria” sarà sempre condannata e condannabile: i dennettiani diranno che no, è solo un vezzo letterario degno del peggior Borges; gli schopenhaueriani diranno che no, è solo un esercizio estetico che rimanda indefinitamente il problema della nostra schiavitù; i cartesiani diranno che no, è la falsificazione di una relazione che attiene alle due dimensioni reali dell’esistenza. E nel frattempo, saremo lussuriosi.

E inventeremo altre parole con cui riempire i nostri libri, tanto quelli stupidi come Cinquanta sfumature di Grigio quanto quelli intelligenti come Tropico del Cancro, solo per restare un altro po’ (leggi: un’altra eternità) in equilibrio/squilibrio tra quei baratri inesistenti e insensati che sono tutto ciò a cui possiamo tendere. Ma ciò che faremo, in realtà, sarà sempre tenere accesa la spia d’allarme, restando all’erta nel momento in cui dovessimo finalmente cadere dall’uno o dall’altro lato, accorgendoci che “fare l’amore” è insufficiente per il corpo e “fare sesso” è insufficiente per la mente. E solo lì, in quel bilico terribile, riuscire a costruire qualcosa di duraturo.

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