SEX AND THE MEANING

paint-2985569_1920PIER MARRONE

Quando si parla di passione, sesso, lussuria mi viene sempre da citare l’anonimo che ha detto: “non permettere alla verità di intromettersi in una buona storia”. Per questo motivo mi sembra importante parlare di significati per poter parlare di passione sessuale.

È nella nostra natura dare significati alle cose che ci accadono, anche se la nostra attribuzione di significato può essere del tutto sbagliata. Nulla accade nel nostro universo che non succeda per una qualche causa, della quale ciò che è accaduto è l’effetto. In questo senso nel nostro mondo non esiste il mistero, inteso come ciò che è insondabile perché nessuna causa lo ha provocato.

Questo non significa affatto che nel nostro universo non esistano una quantità enorme di eventi dei quali non conosciamo la causa e della cui causa mai verremo a conoscenza. Ci sono eventi che ci risultano di difficile o impossibile comprensione perché non siamo in grado di risalire l’intera catena causale che li ha prodotti. Quando attraversi sulle strisce pedonali e un automobilista ti passa pericolosamente accanto magari borbottando qualche insulto polemico e tu reagisci pensando “quello è uno stronzo”, stai abdicando alla possibilità di conoscere la catena causale che ha prodotto il suo comportamento. Non sarai, con ogni probabilità, in grado di sapere mai che cosa ha provocato il suo comportamento, ma non perché in linea di principio non esistano mezzi per giungere a una spiegazione ragionevole di quello stesso comportamento.

C’è poi un secondo gruppo di cose che non sappiamo per l’impossibilità connaturata alle cose stesse. Non sapremo mai se esiste e quale sia il più grande numero primo, perché l’insieme dei numeri naturali è infinito, così come non sapremo mai esattamente che cosa è successo nell’istante in cui c’è stato il Big Bang che ha dato origine a tutto questo, perché dovremmo essere in grado di progettare un esperimento grande come tutto l’universo. Tutto ha un significato nel senso di avere una causa e le cose che sono accadute sono quelle che dovevano accadere, anche se spesso non sappiamo perché.

Tutto questo ha a che fare con la nostra esperienza oggettiva e razionale del significato. Ne esiste però anche un’esperienza privata e soggettiva. Quando sperimentiamo il lutto di una perdita, stiamo vivendo un’esperienza nella quale ci pare che nulla abbia senso. Al contrario: ci sono momenti nei quali tutto sembra avere un significato e noi pensiamo essere dentro a un’esperienza particolarmente piena. Tipicamente questo accade in tutte le esperienze fusionali che ci capita di fare nella nostra vita, come nell’innamoramento e nel sesso coinvolgente.

Di che cosa andiamo in cerca quando andiamo in cerca di sesso? Forse stiamo andando in cerca del divertimento di una sera, ma ognuno di noi sa che il sesso più soddisfacente non è quello che si fa con un partner occasionale, per quanto possa essere divertente, né è quello che ci è concesso fare in virtù della nostra posizione sociale e il sesso diviene una moneta di scambio più o meno palese. Il sesso migliore di solito è quello che si fa con la persona che si ama. Per quale motivo? La risposta sembra essere diretta: perché entrambi proviamo le stesse cose.

Capite però che questa posizione, che identifica la pienezza del significato in questa esperienza fusionale, dà per acquisite molte e importanti cose che vale la pena di mettere, invece, in discussione. In primo luogo, che questa esperienza di fusione abbia avuto effettivamente luogo. La nostra condanna è di essere per sempre nella nostra testa e di non poterne uscire mai per andare a vedere cosa c’è effettivamente nelle menti delle altre persone. Eppure ci comportiamo come se della mente degli altri noi fossimo in grado di sapere con precisione i contenuti e fossimo in grado con le nostre azioni, con le nostre parole, con i nostri pensieri di influenzare in maniera precisa e dettagliata queste altre menti che non vediamo mai, ma che sappiamo sono sempre di fronte a noi, spesso anche quando sono assenti. Forse questa convinzione, che sconfina con un primitivo pensiero magico, che mai ci ha abbandonato, non è che l’altra versione della storia alla quale ognuno di noi ha creduto quando era bambino, quando pensavamo che esistessero effettivamente delle persone che erano in grado di leggere perlomeno dentro a una mente. Quelle persone erano i nostri genitori e la mente nella quale avrebbero dovuto essere capaci di leggere, secondo questo pensiero magico e infantile, era la nostra.

Ma è la menzogna che ci segnala che la nostra mente è una faccenda privata ed esclusiva. Nessuno può entrarci per davvero. Eppure, quando noi siamo innamorati e sperimentiamo l’amore passionale, proviamo l’esperienza interiore di essere uniti all’altra persona con una intensità che non è certo sfuggita agli studiosi del comportamento umano.

Elaine Hatfield e Susan Sprecher hanno elaborato un test per misurare il “Passionate Love Scale”, ossia il nostro livello di coinvolgimento emotivo durante le nostre destabilizzanti tempeste passionali. Che cosa misura questo test? Io penso sia chiaro misuri il nostro stato psicotico, quando investiamo l’altra persona di aspettative e di richieste impossibili, alle quali, forse, solo un essere divino potrebbe corrispondere. Quando pensiamo che vorremmo che il nostro oggetto d’amore sappia tutto di noi e ci sentiamo elettrizzati al pensiero di qualsiasi cosa faccia, lo innalziamo ad altezze dove dovrebbe trovarsi un dio o un semi-dio, se mai ce ne sono.

Siamo in preda all’entusiasmo e pensiamo che la fusione sessuale che proviamo sia il risultato dell’incontro di due menti sul medesimo terreno. Davvero, se non fossimo così in preda a questo invasamento maniacale, potremmo desiderare che l’altra persona sappia tutto di noi? Vorreste davvero che esplorasse i segreti che conservate nel vostro cellulare?

Eppure c’è un piacere in quella che crediamo essere una fusione profonda che si realizzerebbe nei termini che noi disegniamo nella nostra mente. Lo aveva capito molto bene Hobbes. Per Hobbes si tratta di un piacere sensuale che è anche un piacere della mente. È sia l’eccitazione per qualcuno che ci piace sia il piacere di pensare che noi piacciamo al nostro oggetto di piacere. È un piacere che consiste nell’immaginazione. Per questo il sesso può essere così importante e coinvolgente, perché pare essere il suggello di quanto in certi momenti la nostra immaginazione pone nella nostra mente in una maniera ossessiva che ci riesce impossibile dominare.

C’è stato qualcuno che ha paragonato il buon sesso a una conversazione profonda, ma in una conversazione sono possibili mille divagazioni, mentre le possibilità offerte dal sesso sono limitate. Forse è più azzeccata l’idea che il sesso sia come una musica che si suona assieme a un’altra persona. Può essere che talvolta sia così, ma io dubito che si suoni, anche nei momenti di maggiore prossimità, il medesimo brano. Ognuno in definitiva vive il proprio orgasmo in una sua intimità irredimibile.

La sintonia tra due o più esseri umani è sempre presunta e mai certa. Per questo anche l’analogia del momento fusionale con la musica che un gruppo suona non è affatto calzante. È una metafora che tradisce l’aspirazione a una fusione originaria e a uno stato di benessere e di comunicazione assolutamente empatica, senza mediazioni e senza fraintendimenti: una specie di utopia di comunicazione totalmente chiara e cristallina. Ma, se il fraintendimento non fosse sempre possibile, forse della comunicazione non ci sarebbe nemmeno bisogno, perché vivremmo in un mondo trasparente. In questo mondo completamente trasparente non ci sarebbero a rigore nemmeno più menti, ma una sola che avrebbe presente in ogni momento tutto a sé stessa. Sembrano speculazioni fantasiose, vero? Eppure non è proprio questo che crediamo quando pensiamo di essere dentro a uno di questi momenti fusionali? Abbiamo la visione che tutto sia chiaro, che ogni cosa si colleghi a ogni altra e che noi siamo una parte importante di questo tutto.

Chi è dentro la passione pensa di avere accesso, se crede che la passione sia ricambiata, a quella trasparenza del significato che dicevo pare coinvolgere ogni cosa; se la sua passione non è, viceversa, ricambiata, pensa di precipitare nell’abisso di un’afflizione infinita. Ma, notava Schopenhauer, piacere e dolore infiniti non sono di competenza dell’individuo, che è finito e che quindi non potrà gioire infinitamente né infinitamente affliggersi, bensì appartengono a una forza che è oltre l’individuo, che è la stessa volontà di vivere, la quale trascende l’individuo, che ne è una manifestazione episodica. Questa manifestazione è destinata a tramontare e a non lasciare tracce permanenti, mentre ciò che permane è la vita che si rinnova e che coglie ogni strumento opportuno per selezionare gli individui più adatti a questo scopo.

La teoria evolutiva di Darwin intesa come capacità del patrimonio genetico dell’individuo di sopravvivere e trasmettersi nelle generazioni successive sarebbe stata da Schopenhauer sottoscritta parola per parola. Ciò che lo avrebbe sicuramente attratto sarebbe stata la sua concezione degli individui come macchine dominate dal patrimonio genetico. Tutto ciò che facciamo è volto a massimizzare la possibilità di trasmettere parte di questo patrimonio. Anche le azioni di apparente altruismo non sono altro che egoismo camuffato. Tutte le dolcezze e tenerezze che mostriamo nei nostri atti e propagandiamo presso gli altri, quando condividiamo foto di cuccioli e gattini sui social, trasmettono l’idea che siamo le persone giuste per un partner per trasmettere il suo patrimonio genetico. Ma il fine di tutto ciò non è affatto il nostro benessere, anche se noi intensamente lo crediamo, poiché noi non siamo altro che macchine create dai nostri geni per un compito specifico.

Il patrimonio genetico vuole propagarsi ed è per questo che esiste. Non esiste che per esistere, si potrebbe dire, e questa finalità si manifesterà generalmente in comportamenti egoistici dell’individuo, anche se ci possono essere circostanze speciali e circoscritte dove una forma limitata di altruismo cooperativo si esibirà a fini riproduttivi. Tuttavia, dal punto di vista dell’evoluzione, l’amore universale e il benessere della specie, per non parlare del benessere del pianeta, non hanno alcun senso. E il benessere dell’individuo, che spesso facciamo coincidere con quella pienezza emotiva che proviamo negli stati passionali, se ne dobbiamo immaginare la forma più intensa e addirittura alta, non ha altro senso che la propagazione di quanto nel codice genetico dell’individuo è iscritto.

Per questo, quando l’amore finisce in maniera traumatica, proviamo uno stato di obnubilamento. Ai primordi della storia della nostra specie, le possibilità di sopravvivenza del patrimonio genetico che ci guida erano maggiori se riuscivano a trovare un vettore. Il nostro sistema neuronale traduce questo fallimento in dolore e lutto, che possono essere dilanianti e provocano sempre angoscia. Per fortuna questi stati non durano per sempre e si protraggono normalmente per un periodo che può variare fino a circa diciotto mesi.

C’è, tuttavia, una cosa che genera perplessità in questa visione di noi come macchine che portano in giro un patrimonio genetico che attende di trovare il meccanico migliore per la sua messa a punto. La nostra capacità di rimanere intrappolati in una relazione passionale è funzionale al genio, non della specie come diceva Schopenhauer, bensì del patrimonio genetico. Tuttavia, noi ci impelaghiamo in queste relazioni anche quando la nostra capacità di procreare è nella sua fase discendente o è del tutto assente. Un principio di economia delle energie non dovrebbe rendere questa dimensione passionale evanescente quando la possibilità di procreare è scarsa?

L’innalzamento repentino della nostra speranza di vita nell’arco di pochi decenni non si è accompagnato a un cambiamento evolutivo della nostra psiche che fosse calibrato su questa diminuita capacità riproduttiva. L’evoluzione, si sa, predilige i tempi lunghi, e in questo caso il cambiamento è stato troppo rapido. Per questo noi sperimentiamo talvolta una passionalità svincolata dalla capacità e dalla pressione procreativa, che peraltro sta diventando sempre più svincolata dal sesso. Continuiamo a essere vittime dell’illusione procreativa, come una macchina che gira a vuoto, perdendo il proprio scopo, ma che conferma questo gioco nel quale noi crediamo di essere dei protagonisti, mentre ne siamo degli interpreti secondari.

Siamo come le carte da gioco descritte da Borges: “Quaranta carte vogliono rimpiazzare la vita. Tra le mani fruscia il mazzo nuovo, o si inceppa il vecchio: carabattole di cartone che si animeranno, un asso di spade che sarà onnipotente”.

Foto di Alexander Ivanov da Pixabay

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