I GENI E IL COMPORTAMENTO CRIMINALE

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ANGELO ZAPPALÀ, PATRIZIA PEZZOLI, VALTER TUCCI

Criminali si nasce o si diventa? La scienza ci dice che il disturbo antisociale di personalità è ereditabile. Qualche studio sostiene che lo sia di circa il 50%. È tanto o poco? Ma soprattutto, il 50% di cosa?

Quando si parla di ereditabilità in questi casi, si hanno due convinzioni erronee. La prima è quella di confondere l’ereditabilità con la familiarità. Caratteri familiari insorgono perché i membri di una stessa famiglia condividono dei geni oppure perché sono esposti alle stesse condizioni ambientali. La seconda è quello di confondere l’ereditabilità per un singolo individuo con le stime che gli scienziati producono circa il ruolo dei geni nel comportamento come si trova distribuito in una determinata popolazione. Ad esempio, quando si legge che l’intelligenza è ereditabile al 50%, non significa che il quoziente intellettivo di un individuo dipenda per il 50% dai geni e per il 50% dall’ambiente. Questa stima suggerisce, invece, che il 50% della variazione nella misura del quoziente intellettivo generale nella popolazione sia attribuibile alle differenze genetiche.

Oggi sappiamo che ogni nostro comportamento e ogni tratto di personalità è, almeno in parte, ereditabile. In altre parole, sappiamo che il nostro genoma influenza chi siamo, con buona pace di quelli che ritengono che alla nascita la nostra mente sia una tabula rasa. E l’ambiente? Contribuisce al nostro comportamento? Lo studio delle influenze genetiche sul comportamento ci ha dimostrato anche quanto l’ambiente contribuisca a modellare il nostro comportamento. Anzi, i dati empirici più convincenti in merito al ruolo giocato dall’ambiente nello sviluppo psicologico e nei disturbi comportamentali derivano proprio dallo studio della genetica del comportamento. Il calcolo della percentuale dell’ereditabilità, infatti, restituisce anche la stima delle influenze ambientali sul tratto in esame. C’è l’ambiente condiviso, cioè tutte le influenze non genetiche che rendono simili i membri di una famiglia, e l’ambiente non condiviso, cioè tutte le influenze non genetiche che sono indipendenti per i membri di una famiglia. Ci sono poi i meccanismi epigenetici, una lunga serie di eventi bio-chimici che avvengono all’interno dei nostri neuroni, le cellule del cervello, e che regolano l’espressione dei geni. Il comportamento umano sembra dipendere propri da diversi livelli di interazione tra genetica, epigenetica e ambiente.

La ricerca del marchio di Caino è antica. Se limitiamo però il nostro sguardo al secolo scorso, fu certamente Cesare Lombroso il primo ad ipotizzare le origini biologiche del male. Attraverso lo studio accurato di criminali ed alienati nella società del diciannovesimo secolo, egli giunse a delineare caratteristiche criminali nel corpo e nel cervello. Ne nacque una visione del crimine come patologia, con segni osservabili e misurabili. Erano gli anni delle grandi scoperte scientifiche che avrebbero portato in seguito alla nascita della genetica classica. Pertanto, una teoria biologica del comportamento criminale rigidamente deterministica nella seconda metà dell’800 aveva la sua presa nel mondo intellettuale. Il tutto ebbe culmine nel 1953 con i lavori di Watson, Franklin e Crick che rivelarono al mondo la struttura del DNA, il codice della vita. Circa 10 anni dopo, nel 1965, si faceva avanti nel mondo scientifico la prima teoria cromosomica della criminalità. Possediamo ventitré coppie di cromosomi, un cromosoma da ciascun genitore. Di queste, X e Y determinano il nostro sesso (i maschi possiedono la coppia XY e le femmine XX). Secondo una ricerca di quegli anni, condotta sui detenuti e pubblicata dalla rivista scientifica Nature, il 4% dei criminali aveva un cromosoma Y in più. Un tasso superiore di quaranta volte rispetto alla popolazione normale, dove questa anomalia cromosomica si presenta in un caso su mille. Un risultato analogo fu pubblicato anche su Science nel 1970. Il legame fra violenza e questa particolare anomalia cromosomica divenne popolare anche in Italia, al punto tale da essere menzionata anche in un celebre film del 1971 di Dario Argento “Il gatto a nove code”. Tuttavia, ben presto divenne chiaro che questa teoria cromosomica della criminalità non reggeva ad una analisi scientifica attenta, e venne definitivamente abbandonata verso la fine degli anni 70’.

L’entusiasmo per un determinismo genetico della criminalità ebbe una rinascita verso l’inizio degli anni 2000, quando i mass media divulgarono la notizia dell’esistenza di un gene del guerriero. In un articolo pubblicato sulla rivista Science, alcuni ricercatori riportarono che una mutazione, responsabile per una produzione limitata dell’enzima MAO-A, comportava deficit dell’attenzione, iperattività, alcolismo, abuso di droghe, impulsività e comportamenti a rischio. Sebbene i ricercatori, nel loro articolo, concludessero di aver trovato una “associazione” fra questo gene difettoso e comportamenti “anomali”, i mass media divulgarono l’esistenza di un nesso di causa con il comportamento aggressivo. Ulteriori studi riportarono un’associazione tra i livelli bassi di MAO-A e taluni comportamenti antisociali, soprattutto in soggetti a loro volta vittime di abusi. Anche se per qualche decennio si è stati sedotti da una caccia al singolo gene, oggi è chiaro che i tratti umani complessi siano poligenici, ossia che più geni ne contribuiscano alla formazione.

A questo punto, il lettore avrà compreso che molteplici fattori genetici possano contribuire all’insorgere del comportamento criminale. Siccome un comportamento anti-sociale presuppone la presenza di un altro soggetto, vittima di tale comportamento, ci si potrebbe dunque domandare se anche i geni della vittima abbiano un ruolo. Da questa domanda molti ricercatori si tengono alla larga, a fronte del ragionevole timore che venga interpretata come un tentativo di spostare la responsabilità dall’autore alla vittima del comportamento antisociale. Ciononostante, gli studi di genetica quantitativa indicano da decenni un legame tra il nostro patrimonio genetico e l’ambiente al quale siamo esposti, compresi taluni eventi, anche avversi, che ci accadono . Tre sono i principali meccanismi per spiegare questo fenomeno. Anzitutto, esiste una correlazione “passiva” tra il patrimonio genetico dei nostri genitori e l’ambiente familiare che essi creano, entrambi i quali riceviamo passivamente. Ad esempio, genitori con tratti psicopatici, altamente ereditabili, potrebbero mancare di empatia e, di conseguenza, creare un ambiente emotivamente povero. Può esistere poi una associazione “reattiva” o “evocativa” in quanto i geni influenzano i nostri comportamenti, che a loro volta suscitano determinate reazioni nell’ambiente, per esempio determinano il modo in cui veniamo giudicati e trattati. Ad esempio, ragazzi che manifestano un atteggiamento oppositivo e provocatorio, anch’esso ereditabile, possono trovarsi frequentemente coinvolti in episodi di aggressione fisica. Infine, esiste il caso di una associazione “attiva” o “selettiva” tra geni e l’ambiente che noi stessi tendiamo a ricercare. Ad esempio, quelli che amano le sensazioni forti, caratteristica anch’essa ereditabile, possono trovarsi facilmente in situazioni a rischio, anche di violenza interpersonale. Come questi esempi dimostrano, in nessuna circostanza un individuo vittima di un comportamento antisociale può esserne responsabile. Al contempo, però, la consapevolezza che esistano diversi profili di rischio nella popolazione, in parte associati a fattori genetici, può essere utile per sviluppare nuove e potenzialmente più efficaci misure di prevenzione della violenza.

In conclusione, i dati empirici in nostro possesso indicano che tutti i comportamenti umani, incluso quello criminale, siano influenzati dalla genetica, dall’ambiente, nonché da diversi meccanismi di interazione tra questi fattori. A fronte degli esponenziali progressi dell’ingegneria genetica, potremo forse un giorno prevenire o contrastare il crimine attraverso la manipolazione del genoma?

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