HIC SUNT DRACONES- EDITORIALE

18122504225_b2ec060570_bRICCARDO DAL FERRO

Fare filosofia, tra le altre cose, significa essere consapevoli dei limiti.
Prima di tutto, i limiti dell’intelletto, come in quel celebre brano di Locke dove il filosofo afferma che l’essere umano è un po’ come il marinaio che, scandagliando il fondale con un filo di piombo, prima o poi arriverà ad una profondità che il suo scandaglio non raggiunge: la nostra mente è il filo di piombo e il mondo, ci piaccia o meno, arriva a profondità impensabili e irraggiungibili anche per il più acuto tra noi.

In secondo luogo, i limiti dell’etica, quando ci rendiamo conto che l’idea di “bene” si circoscrive intorno ad alcuni principi che di volta in volta negoziamo come invalicabili, e che prima o poi verranno messi in discussione, valicati e forse divelti.
In terzo luogo, i limiti della percezione, che alcuni vorrebbero estendere all’infinito usando l’idea abusata di “resilienza” e che invece si dimostra sempre al di sotto di quanto vorremmo sopportare, fare, sostenere. Ci piacerebbe essere Atlante, ma siamo fortunati se riusciamo a sostenere la nostra quotidianità, altro che l’intera volta celeste. Siamo meno resilienti di quanto vorrebbe il nostro psicologo (lui compreso).
Oltre i limiti ci sono i draghi, i fuochi, il vuoto, il mostro, ovvero tutto ciò che esulando dal campo della nostra capacità di comprensione si trasforma in mera Possibilità. Entro i limiti abbiamo la Realtà, ciò di cui possiamo formarci un’immagine, ciò di cui abbiamo molteplici rappresentazioni; oltre i limiti abbiamo la Possibilità, intesa come smisuratezza, sublimazione, improbabilità. Entro i limiti abbiamo la Storia, ciò che nella mappa è rappresentato dai sentieri già tracciati che possiamo imitare; oltre i limiti abbiamo l’Oblio, i luoghi già percorsi da qualcuno che però abbiamo dimenticato o cancellato, e che perciò ci impone di ripetere i suoi passi, inconsapevolmente.
La filosofia è l’esercizio di equilibrio tra i due versanti: la capacità di rafforzare le mappe al di qua pur gettando un occhio sull’abisso al di là. E da questo punto di vista, il filosofo è esattamente come l’esploratore: capisce la bellezza di ciò che ci siamo rappresentati e nutre il desiderio per ciò di cui ancora non abbiamo rappresentazioni. Come Deleuze che, vicino alla morte, rilasciò un’intervista dicendo: “Datemi un po’ di Possibile, vi prego, altrimenti soffoco”, il filosofo dovrebbe guardare in faccia l’abisso e dire: “Datemi un po’ di Draghi, vi prego, altrimenti a cosa serve tutto questo?”
Attenzione: qui ci sono i Draghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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