IL PALAZZO DI MERINGA

insbuckSAVERIO FATTORI

Pit scende di sotto, hanno suonato tre volte, drin, drin, driiiiin, è il segnale convenuto, e il segnale tanto atteso, la loro è una delle ultime palazzine signorili con la portiera giù di sotto, la signora Marisa guarda storto, sa chi sono quei ceffi, li ha visti girare per il quartiere, parlottare in certi bar, li spulcia con gli occhi opachi, ma lascia correre. Pit è il figlio di una persona importante, quasi tutti gli inquilini lo sono, avvocati, politici, gente dello spettacolo. Lei sa che deve farsi gli affari suoi. Nessuno glielo ha mai detto direttamente, ma lo sa, sa che deve stare al posto suo con i signori del palazzo, qualche tempo prima una giornalista l’aveva avvicinata per avere informazioni sul figlio di un regista che aveva avuto un incidente in auto sotto l’effetto di droghe, certo, il desiderio di essere anche lei protagonista e tangente al mondo dei ricchi per poco non l’aveva sedotta, ma poi si era come ridestata, opponendo di botto un silenzio stizzoso e quasi risentito: cos’era mai quel tranello? La giornalista era gentile solo per tornaconto e lei si era sentita una selvaggia corrotta con vetri colorati.

Pit ha incrociato per un attimo lo sguardo della signora Marisa, ma è troppa l’urgenza per indugiare oltre, troppa la foga di riprendere a passi lunghi le scale, il terrore di essere in ritardo, perché le gambe in certe occasioni sanno essere più veloci del vecchio ascensore che sferraglia e a volte si incanta tra un piano e l’altro per il terrore dei ricchi condomini. Anche se rimanere tra un piano e l’altro con cinque grammi di eroina pakistana potrebbe essere una esperienza da raccontare poi. Con comodo. Sono quelle situazioni che ti farebbero pensare, ripensare, se Pit non avesse ormai molte difficoltà di concentrazione e nessuna attitudine all’introspezione gratuita. Ma è disposto a pagarla quell’indagine, o meglio, a pagarla è sempre papà, e lo psicanalista è bello comodo, ha lo studio nella palazzina di fronte, il Palazzo di panna montata.

E questa architettura e certi dettagli questa notte hanno fatto quasi uscire pazzi Pit e Titti, ambedue in balia della pasticca sbagliata e Titti per poco non si era buttata giù di sotto, voleva mangiarsi le decorazioni floreali del palazzo dello psicanalista, aveva la bocca spalancata, non riusciva più a chiuderla, piangeva e rideva e Pit non sapeva che fare, pure lui preda di fissazioni su oggetti ordinari e rigidità mascellari.

Alla fine era stata la sniffata di eroina a farli tornare in se, a salvarli dall’impazzimento, un vecchio trucco che i vecchi freaks romani, reduci di un tempo assurdo, avevano insegnato a Pit in certe serate di luglio dolci e infinite. Le visioni si erano di colpo spente e anche l’amica si era rassegnata all’evidenza, l’oppiaceo aveva riportato tutto a un livello base, l’eroina era distacco, in qualche modo la verità per Pit: la casa era di nuovo una gigantesca dimora abitabile e non più una torta di meringhe e panna così dolce da bruciarti in gola.

E di questa verità sedata Pit non era più stato capace di fare a meno. Era quel distacco dai fatti e dalle cose che gli permetteva di sopportarli con un leggerissimo fastidio, che pure persisteva, ma senza drammi. L’agente non lo chiamava da qualche tempo, e Pit non lo avrebbe mai fatto per primo, le audizioni erano andate tutte bene, i contatti con quel regista, con quell’altro produttore di certo avrebbero dato frutti, ma poi il tempo passava, velocissimo ma passava. Il fatto che passasse così veloce, era da mettere agli atti come circostanza positiva? Aveva notato con stupore che alcuni film per i quali era stato contattato per un ruolo da protagonista non solo erano passati nelle sale, ma pure su piattaforme televisive. E lui ancora attendeva risposte, e di certo queste risposte non le aveva attese galleggiando a fatica nell’ansia come certi suoi colleghi. Ma quanto era distratto? E quanto la distrazione si potesse ritenere un tratto positivo del suo carattere? Non essere così attaccato alle miserie dell’umano dibattersi verso il successo lo era di certo, e gli amici lo ammiravano e continuavano a frequentare la sua casa anche per questa leggerezza ostentata. Amici forse sempre meno importanti, ma più sinceri. Di certo più dediti a certe cattive abitudini. Anche le fidanzate di Pit erano mutate nel tempo, lo si poteva evincere dalla qualità della pelle. Pit si era trovato ad accarezzare pelli sempre più invase da nei, rughe, macchie, escrescenze. Lo notava con la luce del giorno quando si dedicava a queste meticolose indagini tra le coperte con il caffè che già per fortuna già sfrigolava e lo richiamava, distraendolo. Certe bamboline di ceramica senza un passato e affamate di futuro negli anni erano svaporate lasciando spazio nel suo letto a donne vere, che in dote gli portavano in camera matrimoni falliti, tumori tenuti sotto controllo, figli abortiti o non meno drogati di lui, e tutto questo era come se lasciasse tracce evidenti sulla cute. Una pelle corrotta era per Pit ragione di eccitazione malsana ma profonda, qualcosa che lo riportava al brivido sporco di certe riviste porno che avevano cullato a strattoni violenti alla sua educazione sentimentale.

All’inizio piccole dosi controllate di eroina sniffata gli facevano apprezzare momenti del sesso che nella foga e nel passato non aveva mai capito. Belle certe pause melodrammatiche ancora a cazzo duro, e in controllo, l’eiaculazione ritardava e la donna apprezzava quel maschio forte ma senza l’ossessione della prestazione e privo di quella sottile idea di prevaricazione e violenza che sottintende l’amore a letto. Poi nel tempo l’eroina aveva guadagnato campo sul sesso alleandosi allo sfiorire della prima giovinezza e le pause erano a cazzo morto e declinavano al sonno. Per il fastidio della donna nel letto. Meglio fallire con una delle bambole di porcellana che volevano solo l’avventura con un attore, avrebbero dimenticato in fretta, che con una donna autentica in cerca di conferme. Ma ormai per Pit tutto stava declinando a rumore di fondo.

Ma per una sera era stato bello tornare alle prime vecchie cattive abitudini, le notti ribelli, mettere da parte per una sera la condizione scontata e familiare dell’eroina, prendere una pasticca sbagliata, di quelle che ti fa davvero deragliare verso l’altrove, bello che la sua amica la pensasse allo stesso modo, in allegria, bello sarebbe stato riderne a colazione di quel palazzo meringa al risveglio, sarebbe stato un bell’aneddoto per gli amici e anche per l’agente, ormai con Pit parlavano di tutto per evitare di parlare di spiacevoli rifiuti e silenzi. Ma ora Titti dovrebbe svegliarsi. Perché non si sveglia ancora? Perché quella pelle così amabilmente imperfetta è così gelida. Cazzo. No. Titti…

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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